Ciccillo e ’a tutenella


A Napoli, «non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire» diventa una storia di fame, malizia e parole storpiate. Me l’hanno raccontata così, senza risparmiare il colore popolare.

Nella Napoli di fine Ottocento, gli orfanotrofi accoglievano i tanti trovatelli che la città sembrava produrre in quantità industriale. Tra quei bambini c’era Ciccillo, piccolo per la sua età, ma un vero figlio ’e ntrocchia: furbo, scaltro, sempre pronto a trovare una via d’uscita, proprio come si credeva fossero i figli di mala femmina.

Ciccillo era balbuziente. Si mangiava le parole, le sostituiva, le allungava come fili di uno scalcinato tessuto, incapace di ricavarne una trama che avesse un senso compiuto. Forse proprio quel difetto gli aveva affinato l’ingegno; forse era stata la necessità di difendersi, fin da piccolo, dalle carocchie e dalle scoppole dei compagni. Le prime erano cazzotti, le seconde schiaffi assestati con forza, spesso a tradimento dietro la testa. Nell’orfanotrofio, essere diversi non era una colpa che venisse perdonata facilmente.

Ciccillo, però, aveva un altro difetto, assai più difficile da sopportare: aveva sempre fame. Non una fame ordinaria, di quelle che si placano con i pasti quotidiani. La sua era una voglia lupesca di predare, mordere e ingoiare, come se dentro quel corpicino minuto vivesse una bestia affamata, pronta a divorare tutto ciò che le capitava a tiro. La fame lo rendeva irrequieto, distratto, incapace di concentrarsi sulle lezioni. E così, con una certa frequenza, i precettori finivano per cacciarlo dall’aula.

Forse non sempre lo meritava, ma quella volta, bisogna ammetterlo, la punizione se l’era guadagnata.Durante la lezione aveva scagliato un pesante calamaio d’inchiostro nero contro un compagno, reo di averlo insultato chiamandolo «cacaglio meza lengua». Il proiettile aveva mancato di poco la testa del malcapitato, lasciando sulla parete una macchia nera che avrebbe richiesto più di una passata di calce per essere cancellata.Il precettore, paonazzo dalla rabbia, non aveva avuto dubbi: fuori dall’aula!

E così Ciccillo, invece di riflettere sulla propria condotta nella sagrestia, davanti alla brutta statua di legno di Sant’Onofrio, vagava per gli ampi scaloni del pianterreno. Non aveva alcuna intenzione di muoversi da lì. Se ne stava con le braccia conserte, il labbro imbronciato e lo stomaco che brontolava più forte di un temporale in mezzo al mare.

Poi accadde. Dalle cucine arrivò un odore straordinario. Una specie di malia in forma olfattiva, capace di penetrare le narici, attraversare il cervello e comandare direttamente alle gambe. Era il ragù del giovedì, quello verace, preparato con le cotiche, le verrinie, ritagli di carne suina economici e saporiti, e le tracchie di maiale, lasciate sobbollire per ore nella salsa.

Un profumo che avrebbe fatto vacillare persino un santo. Figuriamoci Ciccillo!

La tentazione era troppo forte per non rischiare i castighi della suora vivandiera, una donna che, a detta dei trovatelli, avrebbe potuto mettere in fuga un reggimento di bersaglieri soltanto alzando la voce. Ma Ciccillo aveva fame, e quella fame era più forte della paura. Decise dunque di sfidare la cerbera pelosa.

Bisognava attraversare lo scuro refettorio, con i santi dipinti alle pareti e la monaca morta, impagliata nell’altare, ma la fame improvvisa era più forte della paura. Ciccillo si fece coraggio, raggiunse le grandi porte battenti e le spinse con forza.

Si ritrovò nella vasta cucina. Sui focolari a carbone sfrigolavano, nelle grandi teglie di rame, friarielli e cerasielli soffritti nello strutto, fegatini con le fronde d’alloro e sua maestà il ragù.

L’enorme monaca stava affettando una palata di pane cafone e assaggiava generosamente da ogni fetta. Si accorse di Ciccillo fermo sulla porta. Sapeva che aveva sempre fame e immaginava benissimo cosa lo avesse condotto fin lì, ma godeva nel non accontentarlo. O meglio, si divertiva a farlo parlare, con quel suo modo strambo e storto di articolare le parole. Si sarebbe sollazzata un poco con lui e poi lo avrebbe mandato via a bocca asciutta. Così le suggeriva la testa, già pregustando lo spettacolo.

— Ciccillo, vieni avanti! Di’ alla tua suora cuoca che cosa può fare per te.

Il ragazzino si fece avanti. Era coraggioso, ma quella capa di pezza lo metteva in soggezione.

— Buooo-on-giò-giò giorno, Tu-tu-tuorella.

La monaca lo riprese subito, sghignazzando.

— Non tuorella, ma sorella! O madre. O meglio ancora, madre vivandiera.

I peli sul grasso muso e i denti potenti la facevano somigliare più a un grosso molosso che a una donna consacrata a Dio.

Ciccillo riprese fiato e tentò nuovamente.

— Tu-tu-tuora Tuota, mi puopo-puoi dare un po’ di pa-pa-pane ton una tu-tu-tutenella?

Il bambino sudava, maledicendo la propria fame e quella scarsa dignità che lo costringeva a umiliarsi davanti a una simile creatura. D’altronde, la suora aveva capito benissimo: il famelico orfano voleva soltanto un pezzo di pane con la salsa e una cotica del ragù.

Ma, invece di accontentarlo, la monaca cominciò a scompisciarsi dalle risate, sguaiata e fuori luogo come mai. Rideva così forte che le tremavano le guance e le lacrime le rigavano il viso. Intanto continuava a mordere la testa di una grossa salsiccia che aveva preso da un piatto, come se il povero Ciccillo fosse lì soltanto per offrirle uno spettacolo gratuito.

— Che cosa vuoi? Non ho capito! Ripeti!

Ciccillo strinse i pugni. Avrebbe voluto spiegarsi, ma più si sforzava e più le parole gli si incastravano in gola.

— Tu-tu-tuora tuoca, una tu-tu-tutenella ncopp’ ’o pane…

La monaca si piegò in avanti, quasi soffocando dalle risate.

— Che cosa vuoi, Ciccillo? Non ti capisco! Una tutella?

Fu allora che il bambino perse la pazienza.

— E ’o tazzo!

La suora divenne improvvisamente seria. La sua faccia, un momento prima paonazza dalle risate, si fece scura come il fondo della pentola del ragù. Allungò una mano, afferrò Ciccillo per un orecchio e glielo torse con la devozione che altri riservavano alla corona del rosario.

— Scostumato e lazzaro! Queste parole non si dicono nella casa di Dio!

Il ragazzo si divincolò, riuscì a liberarsi e filò via verso la porta. Ma, prima di sparire nel corridoio, si voltò e lanciò alla monaca l’ultima invettiva:

— Azz, Tuora! ’O tazzo ’o capisce, ma ’a tutenella no!

E se ne scappò, lasciando la suora immobile, con la bocca spalancata e la salsiccia ancora tra le dita.Il ragù continuava a sobbollire, il pane cafone aspettava di essere mangiato e Ciccillo, per quella volta, rimase a stomaco vuoto.

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