Racconto di saggezza napoletana
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A Napoli esiste un modo di dire antico: ‘a spina dint’o pere.
Si usa per indicare quella piccola rendita, quel vantaggio nascosto, quell’asso nella manica che un uomo furbo si tiene stretto e non rivela a nessuno. Qualcosa che sembra un fastidio, un problema irrisolto e invece è oro.
Questa è la storia di come nacque il detto. O almeno, di come potrebbe essere nata.
Anno del Signore 1605, Viceregno di Napoli, quartiere Porta Nuova.
Porta Nuova era allora la zona di massima concentrazione della comunità ebraica in città, sede della prima sinagoga, nei pressi dell’attuale Fontana Spinacorona, detta anche delle Zizze. Nel 1541 Pedro de Toledo aveva firmato il decreto di espulsione definitiva dalla capitale. Molte famiglie, radicate da secoli nel tessuto cittadino, avevano preferito convertirsi al cristianesimo, i cosiddetti marrani, pur di non dover lasciare la città. Tra queste, alcune delle menti più brillanti del regno: la grande scuola medica israelita era tra le più rinomate del Mezzogiorno.
Ed è proprio di un furbo medico e di suo figlio che tratta questa storia. Mordecai Avramei era un archiatra molto stimato. E caro. La migliore nobiltà cittadina faceva a gara per accaparrarsi i suoi servigi, chiudendo un occhio sulla sua finta conversione al cristianesimo. Mordecai aveva un giovane figlio che stava istruendo nell’arte medica, e lo portava spesso con sé, perché si dice: ‘a pratica spratica. L’esperienza sul campo rende sciolti nel lavoro.
Il ragazzo, Elia Avramei, era come tutti i giovani un po’ fanfarone e in eterna competizione con l’anziano padre. Stupida gioventù. Bisogna sapere che Mordecai amava avere fama di uomo generoso e altruista. Per confermare questo assunto, era solito curare i poveri commercianti del mercato di Porta Nuova senza accettare denaro. I beneficati dal grande medico ricambiavano come potevano, frutti della terra o della natura, che Mordecai accettava solo dopo molte resistenze.
Era furbo, Mordecai, e non amava essere raggirato.
Un giorno un noto nobile del quartiere lo fece chiamare. Il nobile era un tirchio della malora e amava sfruttare la sua posizione sulla povera gente. Il figlio Elia mise il suo miglior vestito per accompagnare il padre. Mordecai non si tolse nemmeno il grembiule e le pianelle di casa. I due si incamminarono a palazzo. Il nobile li ricevette tra mille salamelecchi, vestito di tutto punto nella sala degli arazzi. Si scusò per aver incomodato un così gran maestro per così poco: lui voleva solo un consiglio.
Cosa avrebbe suggerito il grande maestro Avramei a un paziente con certi sintomi?
E iniziò a enumerarli, voleva la cura senza pagarla. Il figlio Elia, ingannato dalla grandezza e dagli onori, si fece avanti. Il padre lo fermò con un gesto della mano.
«Mio Signore,» disse Mordecai, «per me non è incomodo, ma onore potervi consigliare.» Il nobile rise, convinto di essere riuscito a scroccare la visita.
«Dite, dite, cosa consigliereste?»
«Gli consiglierei di andare da un medico e pagargli il consulto.»
Detto questo, si inchinò e lasciò il nobile con un palmo di naso. Elia rimase male. Credeva che il padre avesse voluto mortificarlo davanti a quel signore. T
Tornato a casa, meditò di lasciare la casa paterna. Allora Mordecai, per dimostrargli la sua fiducia, gli affidò una missione da compiere in solitudine: curare un pescivendolo del rione.
Il figlio, un po’ arrogante e un po’ sorpreso, prese la borsa da medico e si avviò. Fece quello che c’era da fare, poi tornò a casa tutto contento.
«Padre, padre! Ho guarito il pescivendolo, e mi sono fatto pure pagare!»
Mordecai annuì in silenzio. Elia continuò, con la solerzia degli stolti:
«Vorrei però sapere una cosa. Sono anni e anni che lo visitate ogni giorno dopo lo Shabbat, com’è possibile che non vi siate mai accorto che aveva una spina nel piede?»
Mordecai Avramei gli si avvicinò. E invece di abbracciarlo, lo schiaffeggiò.
«Strunz! Mo’ to’ magne cu ‘o cazzo ‘o pesce tutte ‘e domeniche!»
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