MASANIELLO — Rise and Fall —

Masaniello corre nudo verso il carmine, mentre Napoli gli volta le spalle. La sua ultima giornata tra sangue, potere e la voce poetica di Eduardo

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I

Penziere mieje, levàteve sti panne, stracciàtev’ ‘a cammisa, e ascite annuro. Si nun tenite n’abito sicuro, tanta vestite che n’avit’ ‘a fa?

La mattina del 16 luglio 1647, mentre le campane della Madonna del Carmine chiamavano la città alla festa, Masaniello non riusciva più a stare fermo.

Le voci che arrivavano dalla strada erano diventate un brusio continuo, un corpo indistinto contro le pareti della casa, ma egli sembrava ascoltarle da un punto lontano, come se tra sé e quelle parole si fosse improvvisamente aperto uno spazio che non riusciva più a colmare. Camminava nella stanza, si fermava, riprendeva a muoversi. Ogni tanto portava una mano al petto e cercava un respiro che sembrava non bastargli mai.

Sul corpo aveva ancora le vesti che gli erano state mandate dal viceré. L’argento prendeva la luce ogni volta che si muoveva. Le guardava e gli sembrava di non riconoscersi.

Non era il disprezzo per l’abito, né soltanto la vergogna di essere apparso davanti al popolo vestito come un uomo di corte. C’era qualcosa di più oscuro, una specie di insofferenza fisica che gli saliva addosso insieme al calore, una necessità senza nome che lo costringeva a liberarsi di quelle stoffe prima ancora di aver deciso che cosa avrebbe fatto dopo. I giorni trascorsi a comandare, a trattare, a essere ascoltato dal viceré, dai ministri, dai nobili, dal cardinale, avevano portato dentro di lui un peso che adesso non riusciva più a contenere.

Fuori qualcuno gridò il suo nome. Poi un’altra voce. Poi molte. Masaniello si avvicinò alla finestra. Vide la strada piena.

Per dieci giorni quella stessa gente lo aveva seguito come si segue chi sembra conoscere una strada che tutti hanno dimenticato. Aveva obbedito ai suoi ordini, aveva combattuto, aveva atteso che dal palazzo arrivasse una risposta; e la risposta era arrivata. I Capitoli erano stati firmati. Le gabelle abolite, le antiche prerogative riconosciute, la promessa di una libertà che fino a pochi giorni prima sembrava soltanto una parola buona per i discorsi.

Eppure adesso lo accusavano. Non capiva. O forse capiva fin troppo bene. Quelle vesti erano diventate la prova di tutto.

Masaniello si voltò verso la stanza. Bernardina era lì, anche lei vestita degli abiti ricevuti dal viceré, e per un istante egli vide insieme a lei la distanza che quei pochi giorni avevano aperto tra la loro vita di prima e quella che gli altri avevano costruito intorno a loro. Lei, che aveva conosciuto il carcere per una manciata di farina e il denaro contato per liberarla. Lui, che aveva conosciuto il mercato e il prezzo delle cose; entrambi adesso ricoperti di stoffe preziose, esposti agli occhi di una città che non perdona facilmente chi sembra averla tradita.

Ma non era questo, soltanto. Masaniello respirò ancora. L’aria non arrivava. Si passò le mani sul viso, poi sui capelli, poi afferrò il colletto della veste. Qualcuno bussò. Lui non rispose.

Il rumore della folla cresceva, ma dentro di lui esplodeva qualcosa di diverso, più rapido, più cieco, come se il corpo avesse già preso una decisione alla quale la mente non riusciva ancora a dare un significato. Strappò la veste. La stoffa si aprì con un rumore sordo. Bernardina lo guardò. Masaniello non disse nulla. La tirò via dalle spalle, poi dalle braccia, con una furia che non aveva più nulla della protesta e già qualcosa della fuga. Le scarpe finirono a terra. Il cappello cadde accanto a loro. In pochi istanti l’uomo che il viceré aveva voluto vestire per la festa tornò a essere soltanto un corpo.

Un corpo nudo. Un uomo che faticava a respirare. Una persona che non voleva più avere addosso niente.

Menàteve spugliate mmiez’ ‘a via,
e si facite folla, cammenate.
Si sentite strillà, nun ve fermate:
nu penziero spugliato ‘a folla fa.

Aprì la porta. La folla gli si fece incontro insultando. Lui si fece strada a spinte e morsi e iniziò a correre verso il Carmine. Come se fosse stato chiamato, prima che qualcosa, dentro di lui, fosse diventato irreparabile.

II

Currite ncopp’ ‘a cimma ‘e na muntagna,
e quanno ‘e piede se sò cunzumate:
un’ànema e curaggio, e ve menate…
nzerrano ll’uocchie, primm’ ‘e ve menà!

Quando entrò nella chiesa, la luce della strada rimase alle sue spalle. Qualcuno tra la plebe abbassò gli occhi, qualcun altro si fece il segno della croce; una donna tirò a sé il figlio. Nessuno rideva. La sua nudità, in mezzo alla navata, aveva qualcosa di indecente e insieme di terribile, perché apparteneva a un uomo che fino a pochi giorni prima aveva visto Napoli piegarsi alla sua voce.

Nei pressi dell’altare erano raccolti gli uomini del governo e della nobiltà, venuti per la cerimonia e per la firma del trattato. Gli hidalgos occupavano lo spazio con i loro velluti, le sete, le corazze, le catene d’oro e i grandi mantelli; i loro corpi erano avvolti in ogni segno possibile del rango, come se anche in chiesa avessero bisogno di dichiarare a tutti chi fossero.

In mezzo a loro apparve Masaniello. Il contrasto fu così violento che per qualche istante nessuno seppe come reagire. Gli uomini si scostarono, le donne si coprirono il volto, alcuni nobili voltarono lo sguardo con disgusto. Altri guardarono verso i soldati, aspettandosi che qualcuno intervenisse.

Masaniello non sembrava vedere nessuno.

Fissava l’altare, la tavola con l’immagine antica della Mamma schiavona che tutto perdona. Il fumo dell’incenso che saliva lento verso le capriate. Respirava con difficoltà e aveva gli occhi spalancati, lucidi, come se cercasse nella penombra un luogo nel quale poter finalmente smettere di fuggire.

Il cardinale Filomarino gli andò incontro, prese un grande panno liturgico e lo depose sulle sue spalle, coprendogli il corpo. Masaniello lasciò fare.

Per qualche momento rimase immobile sotto quella stoffa sacra, circondato dagli uomini coperti d’oro che lo guardavano come si guarda qualcosa di empio. Poi si sedette, piegato in avanti, con le mani sulle ginocchia.

Il respiro tornò a mancargli. Sollevò il capo verso la porta del chiostro. Si alzò e vi si avviò lentamente, trascinando il paramento dietro di sé. Dietro quella porta lo aspettavano.

III

Il chiostro era più fresco della chiesa e quasi vuoto. Masaniello vi entrò ancora avvolto nel paramento, tenendolo stretto al petto con una mano. Dalla navata giungevano le voci della festa e il movimento della folla, attutiti dalle arcate; nel chiostro, invece, c’era quella quiete particolare dei luoghi dove gli uomini aspettano.

Vide gli armati quando ormai era troppo vicino.

Erano bravi, uomini abituati a stare dalla parte di chi comanda, con gli archibugi pronti e i volti chiusi sotto la luce che entrava dal porticato. Masaniello rallentò, quasi aspettandosi che qualcuno gli aprisse il passo. Uno di loro fece un passo avanti e lo guardò.

«Masaniello.»

Fu il suo nome, pronunciato con calma, a fermarlo. Si voltò verso la voce. Gli archibugi spararono quasi insieme. Il corpo ebbe un sussulto, il paramento si aprì e Masaniello cadde sul pavimento del chiostro. Per un momento cercò di rialzarsi appoggiandosi a un braccio; le dita scivolarono sulla pietra e il sangue cominciò a raccogliersi sotto di lui.

Gli uomini gli furono addosso. Uno aveva ricevuto la promessa di una ricompensa per quel delitto. Si chinò sul corpo con il coltello che aveva portato con sé, una lama larga e pesante, più adatta a una macelleria che a un uomo. Gli afferrò i capelli e cominciò a colpire il collo con una ferocia che trasformò l’uccisione in uno scempio.

Quando la testa fu separata dal corpo, la sollevò davanti agli altri. Quella era la prova che il viceré aveva voluto. La testa di Masaniello avrebbe raggiunto il palazzo; il suo corpo sarebbe rimasto alla città. Lo trascinarono fuori dalla chiesa.

La notizia si sparse prima ancora che il cadavere arrivasse nella piazza. La folla che nei giorni della rivolta lo aveva seguito gli si raccolse ora intorno, sospinta dalla curiosità, dalla paura e dalla necessità di trovare subito un nuovo significato a ciò che era accaduto. Gli insulti accompagnarono il corpo per le strade, mentre le mani lo spingevano e lo colpivano. Poco prima era stato il Capitano del Popolo; adesso era un cadavere da mostrare e cancellare.

Lo portarono verso il maremorto e lo gettarono nel chiavicone, fuori dalle mura, nel luogo dove finivano le immondizie della città. L’acqua sporca gli passò intorno al corpo. Arrivarono i cani affamati.

Bernardina seppe della morte e corse a cercarlo.

La città che pochi giorni prima l’aveva vista accanto a Masaniello, rivestita degli abiti ricevuti dal viceré, adesso la guardava con un’altra curiosità. Le mani degli uomini cominciarono a cercare quelle vesti, prima con la derisione, poi con la brutalità di chi sa che una donna rimasta sola non ha più nessuno che possa difenderla.

Bernardina si aggrappò al tessuto. Le strapparono di dosso ciò che aveva. Qualcuno rise. Qualcuno le gridò dietro il nome che avrebbe portato da quel momento in poi, il nome con cui gli uomini avrebbero potuto comprarla e insultarla nello stesso tempo: la Duchessa delle sarde.

Bernardina non aveva ancora vent’anni e già la sua vita era finita insieme a quella dell’uomo che aveva sposato. Quello che le restava era la strada, e sulla strada gli uomini che l’avrebbero riconosciuta, che sarebbero venuti a cercarla proprio perché era stata la moglie di Masaniello. Avrebbe finito nell’Imbrecciata, dove il suo nome avrebbe continuato a circolare tra quelli degli uomini disposti a pagare per possedere, almeno per una notte, ciò che era appartenuto al Capitano del Popolo.

Masaniello, intanto, giaceva nel Mandracchio.

Il sole cominciava a scendere dietro la città e la luce del pomeriggio si stendeva sulle acque sporche, sulle mura e sulle case che si addensavano alle spalle del porto. I cani continuavano a girare intorno al corpo.

Nessuno avrebbe potuto immaginare che, poche ore dopo, quelle stesse strade avrebbero cercato il suo cadavere per restituirgli gli onori che gli avevano negato da vivo. Nessuno avrebbe potuto immaginare che la città avrebbe ricomposto il corpo, cercato la testa, accompagnato Masaniello al Carmine e cantato per lui il Te Deum.

Ca ve trovano annuro? Nun fa niente. Ce sta sempe nu tizio canusciuto, ca nun ‘o ddice… ca rimmane muto… e ca ve veste, primm’ ‘e v’atterrà.

Per dieci giorni quell’uomo aveva tenuto in scacco il potere spagnolo e aveva costretto una città affamata a credere, almeno per un momento, che la propria voce potesse diventare legge. Alla fine gli erano rimasti soltanto un corpo nudo nel chiavicone e una giovane moglie destinata a perdere anche il proprio nome.

La città avrebbe provveduto a tutto il resto.

MASANIELLO- disegno di Antonio Nacarlo

Chi era Masaniello

Tommaso Aniello d’Amalfi, detto Masaniello, nacque nel 1620 a Napoli, da una famiglia di umili condizioni. Esercitò il mestiere di pescivendolo a Piazza Mercato. La sua vita cambiò quando la pressione fiscale imposta dal governo vicereale raggiunse livelli insostenibili per i ceti popolari, già gravati dalla miseria e dalle continue esazioni. Nel giugno del 1647 l’arresto della moglie Bernardina, fermata per aver acquistato farina senza pagare la relativa gabella, contribuì a trasformare la sua insofferenza in opposizione politica. Il 7 luglio, nella rivolta scoppiata al Mercato contro la nuova tassa sulla frutta, Masaniello assunse rapidamente la guida della protesta e divenne il principale interlocutore del popolo napoletano.

Nel giro di pochi giorni la rivolta costrinse il governo spagnolo a trattare. Il viceré Rodrigo Ponce de León, duca d’Arcos, riconobbe le richieste della città e furono predisposti i Capitoli destinati a restituire ai napoletani antichi privilegi e libertà fiscali. Masaniello entrò così nel palazzo vicereale e venne trattato come un personaggio di rango, ricevendo abiti preziosi e onori del tutto incongrui con la sua origine. Il passaggio improvviso dalla piazza al palazzo accentuò tuttavia una condizione di profonda tensione personale.

Il 16 luglio, durante la festa della Madonna del Carmine, apparve in stato di grave alterazione, si spogliò e corse nudo verso la chiesa, dove il cardinale Ascanio Filomarino lo accolse e lo ricoprì con un paramento sacro. Poco dopo Masaniello fu attirato nel chiostro del Carmine e ucciso a colpi di archibugio da sicari mandati dal vicerè e dal suo mentore Giulio Genoino La sua testa fu mozzata e portata al viceré come prova della morte, mentre il corpo venne oltraggiato dalla folla e gettato nel chiavicone del Mandracchio.

Il giorno seguente, tuttavia, la città rovesciò ancora una volta il proprio giudizio: il cadavere fu recuperato, ricomposto e accompagnato al Carmine da una folla immensa, mentre Napoli rendeva a Masaniello gli onori che gli aveva negato poche ore prima. La sua parabola era già diventata leggenda: il pescivendolo che per dieci giorni aveva costretto una delle più potenti monarchie d’Europa ad ascoltare la voce del popolo.

Nota sui versi

I versi in napoletano inseriti nel racconto sono tratti da Penziere mieje di Eduardo De Filippo (1948), pubblicata nella raccolta Le poesie di Eduardo, Einaudi. La poesia appartiene alla produzione poetica di De Filippo e viene qui utilizzata come controcanto ideale alla vicenda di Masaniello.

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