‘A Pacienza

‘A pacienza a Napoli non è solo pazienza: è una maglia, una storia e un limite. Un racconto tra lingua, memoria e vita vissuta.

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'a pacienza-modo di dire napoletano
illustrazione di Antonio Nacarlo©

Esistono parole che usiamo ogni giorno con la disinvoltura di chi maneggia oggetti familiari: le prendiamo, le adoperiamo, le depositiamo senza chiederci da dove vengano, come non ci chiediamo da dove venga l’acqua quando apriamo il rubinetto. I modi di dire appartengono a questa categoria, ma con un’aggravante: nascondono dentro di sé una storia intera. Sono formule concentrate, precipitati di esperienza collettiva, e il fatto che le pronunciamo con l’automatismo di chi recita una filastrocca non significa che quella storia non ci sia più. Significa solo che l’abbiamo dimenticata.

Prendiamo ad esempio ‘a pacienza.

In napoletano questa parola non indica soltanto la virtù dell’animo paziente. Quella disposizione nobile e un po’ rassegnata a non cedere all’ira di fronte ai contrattempi. No. ‘A pacienza è anche un indumento: la maglia di lana pesante che si portava addosso estate e inverno, come un secondo pellame, un presidio contro i rigori del freddo e i tradimenti del clima. Una sorta di corazza morbida e intima. E proprio intorno a questo indumento si è consumata, nella Napoli della fine del Cinquecento, una piccola storia che vale la pena di raccontare.

Frate Egidio era un terziario francescano basso e magro come un chiodo, con un passato di soldato di ventura sulle spalle e un presente di penitenza e preghiera. I napoletani lo chiamavano ‘o vicchiariello da cerca — il vecchietto della questua — e lo amavano per la sua capacità di portare un po’ di allegria nella vita magra del vice-regno. Percorreva la città mattina e sera consumando le suola dei sandali e le sue non tante forze per raccogliere l’elemosina da distribuire ai poveri. Non aveva una dimora degna di questo nome. Dormiva in un piccolo locale di servizio in un cortile della Cagliantesa, messo a sua disposizione da un ferracavalli, tra l’odore del fieno e dei cavalli. Ci si trovava bene, tutto sommato. Il silenzio era quello che era, il freddo anche, ma il vecchio aveva imparato ad arrangiarsi.

Il problema era la ragazza del piano di sopra.

Bella come il sole, con un bambino piccolo che strillava come se lo scorticassero vivo. Ogni volta che frate Egidio si raccoglieva in preghiera, ogni volta, puntuale come la morte, partiva dal piano di sopra un pianto acuto e dirotto che perforava i timpani e mandava in fumo qualsiasi raccoglimento spirituale. Il vecchio si alzava, faceva qualche passo, bussava, pregava con la sua voce roca la giovane donna di fare qualcosa. E lei, incantevole, rispondeva invariabilmente con un sorriso: «Zì mò, abbiate pacienza…» Lo sguardo rabbuiato del monaco si scioglieva ogni volta in un sorriso suo malgrado. Cosa vuoi fare.

Successe una seconda volta, e poi una terza. Sempre lo stesso bambino, sempre lo stesso pianto, sempre lo stesso sorriso della ragazza, sempre il solito «Zì mò, abbiate pacienza». E frate Egidio, ogni volta, abbassava la testa e pazientava. Perché era un sant’uomo, e la pazienza è la prima delle virtù cristiane.

a pacienza modo di dire napoletano
La questua – disegno di Antonio Nacarlo©

Fino al giorno della maglia.

Era una mattina di tardo autunno, l’aria già pungente come un rimprovero, quando il vecchio decise di lavare ‘a pacienza, la sua maglia di lana, il suo unico lusso, il suo unico conforto contro il freddo. La strofinò con cura certosina, la sciacquò, la tirò per bene, e la stese nel cortile su una corda di fortuna tra un palo e un anello arrugginito nel muro. Poi se ne andò alla sua questua mattutina con il cuore un po’ più leggero, sapendo che al ritorno avrebbe avuto la maglia pulita ad aspettarlo.

Tornò nel pomeriggio intirizzito, con le dita viola e i piedi che sembravano due pietre. Aveva un solo pensiero fisso: rimettersi la maglia di lana pesante Entrò nel cortile, si diresse verso la corda, allungò le mani e si fermò.

La maglia era ancora lì. Ma qualcuno ci aveva depositato sopra, con geometrica precisione, gli escrementi del bambino di sopra.

Frate Egidio rimase immobile per un lungo momento. Nella sua testa si agitavano parole che il saio francescano avrebbe dovuto tenere sepolte per sempre, eredità del suo passato di soldato, vocabolario da campo di battaglia. Le sentiva premere. Le sentiva salire.

Poi si udirono i passi sulle scale, e la voce.

«Zì munaciè, quello è stato il bambino per giocare, aggiatece pacienza, che quello non capisce ancora niente…»

Il vecchio aprì la bocca. La richiuse. La riaprì, disse alla fine, con una voce che vibrava come una corda troppo tesa.

«Pazienza, pazienza. Ma tu me l’hai inguacchiata di merda, la pacienza!»


E qui, cari lettori, ci fermiamo un momento a riflettere, divertiti, si capisce, su una grande verità che i napoletani conoscono da sempre e che il grande Totò ha formulato con la precisione di un teorema: ogni limite ha una pazienza.

La pazienza, sia quella dell’animo che quella di lana, ha una soglia. Può essere stirata, tirata, lavata e rimessa ad asciugare all’aria. Ma c’è un punto, e quel punto esiste, fidatevi, oltre il quale anche il più pio dei francescani perde il filo del rosario.

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