Bruciagli la barba e di’ che sono stato io. Così esclama chi voglia reagire ad accuse ingiuste, o addirittura fantasiose, che gli vengano rivolte: un monito contro chi accusa senza contraddittorio, sicuro che nessuno oserà rispondere.
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Piazza San Domenico Maggiore, vespro.
La predica coatta si teneva ogni venerdì dell’anno, non solo in quaresima, ed era la cerimonia che la diocesi riservava ai peccatori incalliti. I marrani sospettati di giudaizzare in segreto, le prostitute schedate dai birri del quartiere, i ladri già marchiati da una condanna precedente, i galeotti in libertà vigilata con la catena ancora incisa nella caviglia.
Chi poteva permetterselo aveva versato il carlino che comprava l’assenza. Gli altri erano condotti sotto il balcone del Sant’Uffizio da un usciere che leggeva i nomi da un registro, e restavano, e ascoltavano.
Padre Fiorentino da Cava predicava da tre anni, e la piazza conosceva i pistolotti del frate a memoria. La voce che partiva bassa e saliva, le pause calcolate sul respiro della folla, il crocifisso di legno d’ulivo alla sua destra mentre nella mano sinistra reggeva un cero acceso, sottratto all’altare per l’occasione.
Aveva studiato bene i suoi testi, il Directorium Inquisitorum di fra Nicolau Eymerich, il domenicano di Girona morto due secoli prima ma ancora vivo nell’edizione curata da Francisco Peña, quella che ogni predicatore zelante teneva sul comodino accanto al breviario. E il Malleus Maleficarum, che gli aveva insegnato come si scava nella colpa fino a trovarne la radice in ognuno, anche in chi giurava di non averne.
Predicava in toscano, la lingua della cattedra, della dottrina, dell’autorità che scende dall’alto di un balcone e non risale mai dalla piazza. Il dialetto restava al popolo, della piazza. Pazienza se ne capisero o meno il significato: oramai erano già condannati all’inferno
— Guardate questo chiodo confitto in questa mano!
Gridò, accostando la fiamma al legno finché l’ombra del Cristo si allungò tremula sulla facciata della chiesa.
— Chi ve lo ha conficcato? Tu, marrano, che di notte reciti ancora la preghiera dei tuoi laidi padri e di giorno finge di credere! Tu ce lo hai conficcato!
Indicava parlando la statua del Cristo col lume mentre la sera avvolgeva la piazza.
— E questa ferita al costato, chi gliel’ha prodotta? Tu, meretrice, che vendi quel corpo che Dio ti ha dato pulito! Gliel’hai prodotta tu!
Il predicatore s’infervoriva sempre più parando. Adesso urlava:
— E questa corona di spine, chi gliela ha posta sul capo? Voi, ladri, che rubate il pane a chi lo suda, e voi, galeotti, che siete tornati a peccare appena tolta la catena. Voi gliel’avete posta, voi tutti immondi peccatori!
Un mormorio corse tra le prime file. Padre Fiorentino, che ci aveva contato, alzò ancora la voce, e la mano col cero si avvicinò troppo, di un palmo, alla barba della statua, ai riccioli di legno lucidi di cera vecchia.
Fu allora che una voce, dal fondo della piazza, gridò forte perché tutta la folla sentisse:
— Mo’ abbrucialo pure ’a barba, e po’ dice ca so’ stat’i’!
La risata partì bassa, quasi trattenuta, poi corse tra le meretrici, tra i galeotti, arrivò fino ai birri che si voltarono a cercare chi avesse parlato senza trovarlo. L’uomo si era già rimescolato nella calca, il cappello calato sugli occhi, uno tra cento cappelli uguali. Padre Onofrio abbassò il cero di scatto e per un momento restò lì, la bocca aperta sulla parola successiva che non uscì più.
Aveva passato tre anni a insegnare loro che ogni ferita di quel legno portava un nome preciso, sempre i loro peccati, mai i suoi. Non aveva previsto che qualcuno, un giorno, gli avrebbe restituito la stessa logica, capovolta: se il fuoco alla barba era colpa sua, e non di Dio né del legno né del caso, allora forse anche il chiodo, e il costato, e la corona, forse tutta quella colpa distribuita con tanta precisione ogni venerdì dell’anno aveva lo stesso padre. Uno che teneva la fiamma troppo vicino, e poi puntava il dito da un balcone.
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