Settembre 1943: Napoli insorge

Racconto storico ispirato a uno degli scontri principali delle Quattro Giornate di Napoli

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Le barricate delle 4 giornate di napoli
‘O 48 – disegno di Antonio Nacarlo

I

Chi dice che a fare l’artista si mangia non si è mai esibito, a stomaco vuoto, in piazza a San Giovanniello alle otto di mattina, con la gente che ti passa davanti guardando per terra. Ci esibivamo lo stesso, io, la Castagnara e la Pollera, perché la mattina era l’unico momento in cui qualcuno aveva ancora una moneta in tasca. Alle dieci il caldo e la fame se la portavano via. Quel settembre i banchi erano pochi. Una donna con i fichi secchi contati uno a uno, un parulano che vendeva cipolle e basta, e certuni che stavano dietro una cassetta vuota per non perdere il posto.

Il pezzo di bravura che rendeva di più era quello della “munacella”. Io cantavo. La Castagnara si metteva la tonaca, che era una tenda da campo barattata a un soldato in fuga per una minestra, e faceva la suora che scappa dal convento, a passettini, con le mani sulla pancia. La Pullera faceva il maresciallo che l’aspetta fuori. È alta un metro e ottanta e ha le spalle di un facchino, e per i baffi si bruciava un tappo di sughero sul fornello. Aveva un modo di torcerli che faceva ridere pure chi non aveva niente da ridere. Io ci mettevo la voce, che era l’unica cosa che avevo buona di sicuro. Quando arrivavo al punto in cui la monaca si volta sulla porta, i pochi passanti smettevano di contrattare.

Poi passava la Castagnara col piattino di latta. Nel piattino cadeva poco: un soldo, un tozzo, una volta un uovo sodo che ci dividemmo in tre sul gradino del basso e fu il pranzo migliore del mese. Eravamo tre femminelli, ognuno a modo suo. Nel vicolo i fascisti ci lasciavano stare finché non davamo fastidio, la gente del quartiere ci rispettava. La Castagnara aveva venduto caldarroste a piazza Dante finché c’erano state le castagne, e il nome le era rimasto attaccato come l’odore di fumo. La Pullera aveva fatto la pollivendola a Porta Nolana finché c’erano stati i polli. Il basso era una stanza con la porta sul vicolo e un lucernario che non si apriva, si soffocava. Dormivamo in tre, due nel letto e uno a terra, a turno, e ogni sera si litigava su chi toccava il pavimento.

Sopra di noi c’era il “48”. Lo chiamavano così dal numero del portone, e a chi chiedeva rispondevano che era una pensione. Era in realtà un casino di quarta categoria, otto donne su due piani e i soldati di passaggio che salivano le scale col berretto in mano, per educazione. Donna Amalia, la tenutaria, ci faceva salire il sabato sera a cantare in cambio di un piatto di polvere di piselli. Le ragazze ci volevano bene perché con noi potevano stare quiete senza aprire le cosce. Da giugno al 48 c’era pure Rebecca, non faceva la vita. Veniva da un paese in provincia di Frosinone, aveva diciannove anni e Donna Amalia diceva a tutti che era una sua nipote. Siccome nessuno faceva domande a Donna Amalia, la cosa era passata.

Rebecca stava chiusa nella stanza in fondo al corridoio. Di notte, quando le altre lavoravano o dormivano, scendeva da noi, ci portava qualche cosa da mangiare e ci chiedeva di cantare zitto zitto. Aveva una erre che non arrotava e le parole le diceva intere, come le insegnano a scuola, e a sentirla dopo un poco veniva voglia di parlare meglio pure a noi. Fu lei a dirmi cosa facevano al nord a quelli come lei: li prendevano di notte dalle case e li caricavano sui treni. Me lo disse mentre si tagliava le unghie, con lo stesso tono con cui avrebbe detto che pioveva.La guerra durava da tre anni.

I bombardamenti avevo smesso di contarli dopo il centesimo, quando gli allarmi erano diventati come le campane, che sai già che suonano. Il porto non c’era più. I tedeschi avevano fatto saltare banchine e gru, le navi affondate stavano di traverso con le ciminiere fuori dall’acqua, e i palazzi intorno erano in piedi solo di facciata. L’acqua arrivava con le autobotti la mattina, e chi non c’era restava senza. Il pane non si trovava, e quando si trovava costava il doppio, poi il triplo, poi non si trovava di nuovo. Il giornale lo compravamo in tre, a turno, e io lo leggevo col dito sotto le righe, muovendo le labbra, mentre la Pullera mi diceva di sbrigarmi.

Quella mattina c’era l’ordine del colonnello Scholl, il comandante della piazza di Napoli. la cittadinanza doveva sfollare, e chi restava sarebbe stato trattato da nemico. Nel vicolo dicevano il resto. Che i tedeschi stavano minando la ferrovia, le fabbriche, i ponti, tutto quello che poteva servire agli americani che risalivano da Salerno. Che gli uomini validi li rastrellavano per mandarli a lavorare in Germania.

La Pullera aveva trentacinque anni e i baffi li faceva col sughero, ma i tedeschi il vestito non l’avrebbero guardato, avrebbero guardato le spalle.

«Io ‘n Germania a zappà nun ce vaco» disse.

«E allora addò jamme?» disse la Castagnara.

«N’faccia ‘a muntagna…»

Si riferiva a Santa Maria dei Monti. D’estate ci salivamo a raccogliere more. Era tutto sterpi e rovi, senza una strada vera, con certe grotte dove un cristiano poteva starsene fermo una settimana senza che nessuno lo trovasse. Decidemmo in cinque minuti. Ognuno prese quello che aveva. Una coperta, la pentola, il pane duro, la bottiglia dell’acqua. La Castagnara portò anche la tonaca.

«’O mestiere nun se lassa» disse.

All’angolo del vicolo, col fagotto in spalla, alzai gli occhi sul 48. Le imposte erano chiuse. Le ragazze erano partite la sera prima su un carretto, con Donna Amalia davanti che teneva le redini e non si voltava. Fu la Pullera a fermarsi.

«E Rebecca?»

Nessuno rispose. Tornammo indietro tutti e tre di corsa e salimmo le scale che puzzavano di piscio e creolina. La porta in fondo al corridoio era aperta. Rebecca stava seduta sul letto con una valigia di cartone sulle ginocchia. Donna Amalia le aveva detto di aspettare che venisse qualcuno a prenderla, poi era salita sul carretto. Rebecca aveva aspettato. Quando ci vide sulla soglia si alzò.

«Non verrà nessuno a prendermi, vero?» Disse rassegnata e ci venne dietro giù per le scale.

II

Camminammo un’ora e mezza, con la Pullera avanti a fare strada e Rebecca in mezzo a noi che non voleva farsi togliere la valigia. La Castagnara si lamentava delle scarpe, che erano di un morto e le andavano strette. La Pollera le disse che i morti hanno i piedi piccoli, che lo sapeva per esperienza, e per un tratto fummo quasi allegri. Si sentivano gli scoppi da lontano, dalla parte del mare, e una volta un rumore lungo dal Vomero, come un carro di ferro che scende una scala. Io dicevo che erano le mine. La Castagnara diceva che erano gli americani. Nessuno dei due sapeva.

All’imbocco della salita, oltre i ponti romani c’era uno strano spaventapasseri. Ma no, era il corpo di un ragazzino. Stava sulla schiena, con un braccio piegato dietro la testa come uno che dorme all’ombra. Era appeso al muro, aveva la bocca aperta e le mosche gli camminavano sulle labbra. Dieci anni, forse dodici. Scalzo, coi calzoni corti tenuti su da uno spago. A due passi c’era una mitragliatrice puntata sulla strada, col nastro ancora inserito. Ultimo oltraggio, sul petto gli avevano appoggiato un pezzo di cartone con una parola scritta a matita rossa. Feci per leggerla e non ci riuscii. Le lettere erano le nostre, le parole no. Fu Rebecca a dirla.«Verräter.» La disse piano, come un nome di persona. «È tedesco. Vuol dire traditore.»

La Pullera guardò il cartone, poi il ragazzino, e disse in dialetto una cosa che non ripeto, contro chi l’aveva scritto. «Traditore? » disse la Castagnara. «E di chi, povero figlio!» Nessuno rispose. Rebecca posò la valigia, si inginocchiò, prese il cartone con due dita e lo voltò sull’erba con le lettere in basso. Provò a chiudere la bocca al ragazzino e non ci riuscì. Gli chiuse gli occhi, che erano già chiusi a metà.

«Io non mi nascondo più.» disse.

«Figlia mia» disse la Castagnara, «e che facimmo? Nuje simme artisti e miserabili…»

«Sono stata chiusa in una stanza da giugno. Ì miei non so che fine hanno fatto, voglio combattere.»

«Nuje nun simme suldate» disse la Pollera.

Io guardavo la mitragliatrice e non sapevo da che parte si sparasse. Guardavo il ragazzino e mi chiedevo chi avesse avuto il tempo di scrivere un cartello e posarglielo sul petto, con la guerra che c’era, come si lascia un avviso sulla porta. Lassù nessuno ci avrebbe cercati. Ma nemmeno giù, nel vicolo, ci aveva mai cercati nessuno, in quarant’anni, e mi venne da ridere, che è una cosa brutta da fare davanti a un morto, e mi fermai.

Fu la Castagnara a muoversi. Aprì il fagotto, tirò fuori la tonaca, la spiegò e la stese sul ragazzino dalla testa ai piedi, tirando l’orlo sopra i piedi scalzi.

«Statte cujeto, guagliò» disse. «Mo staje cummigliato.»Poi, a noi: «Chesta nun me serve cchiù.» La Pullera si chinò, staccò la mitragliatrice da terra e se la mise sulla spalla col bipiede. Le si gonfiarono le vene del collo.

«Se sparano, sparano da quacche parte» disse.

«Scennimme.»

Io ero l’ultimo. Non dissi niente. Presi la valigia di Rebecca e lei me la lasciò.In città già trovammo le strade cambiate. Nel vicolo sotto il 48 c’era un materasso sbattuto contro un portone, e più avanti una donna in grembiule che ci gridò senza fermarsi di andare giù, verso piazza Carlo III, che lì stavano sparando. Ci andammo. Passammo dal Serraglio coi muri che ci restituivano gli spari due volte, e a un certo punto sbucammo davanti al Palazzo dei Poveri, che è lungo più di trecento metri e ha la facciata di una caserma.

In mezzo alla piazza avevano fatto la barricata con un tram rovesciato, un carretto senza ruote, due letti di ferro e le ante di un portone. Dietro c’era mezza città. Operai in tuta con i fucili da caccia. Un maresciallo dei carabinieri in canottiera. Ragazzini con le cartucce nelle tasche dei calzoni. Un signore con gli occhiali che spiegava a tre garzoni come si tiene un moschetto, tenendolo lui al contrario. Donne che passavano l’acqua con le brocche, e due suore coi secchi che nessuno fermava. Una di loro urlava che le servivano stracci per le fasce. Rebecca aprì la valigia in mezzo alla strada, ne cavò due camicie e una tovaglia ricamata, e la tovaglia la strappò a strisce coi denti, senza guardarla, e le strisce le passò alla suora. La valigia vuota la spinse sotto il tram col piede.

Il comandante era un capitano di fanteria con la barba di quattro giorni e la giacca senza gradi. Vide la Pollera con la mitragliatrice sulla spalla e non le chiese dove l’avesse presa. Ci guardò un momento, tutti e quattro, poi parlò a voce alta, perché lo sentissero anche gli altri.

«Da via Foria sta salendo un convoglio. È diretto al campo volo di Capodichino. Non ci devono arrivare! Questo è un ordine e non ce n’è un altro. Il convoglio passa da qui o non passa.»

«Uè, capità» disse la Pullera. «’O maresciallo l’aggio fatto tanta vote.»Il capitano non rise, ma la bocca gli si mosse. «Allora sai come si sta in piedi.»

Ci mise due minuti a far vedere come si usava la mitragliatrice. Come carica il nastro, come si toglie l’inceppamento, come si tiene il dito lontano dal grilletto finché non serve. Poi corse all’altro capo della barricata perché lo chiamavano. La Pullera piazzò la mitragliatrice sulla fiancata del tram, con la canna sulla strada. La Castagnara si mise accanto a lei e prese in mano il nastro. Rebecca portò le cassette di ferro, le aprì, sistemò le cinghie una sopra l’altra. A me, quello più impaurito, diedero una cassetta di legno con dentro undici bombe a mano, corte, con la testa rossa. Un ragazzo col naso sporco di polvere me la mise davanti come si mette un piatto a tavola.

«Quando arrivano vicino» disse. «Non prima.»

Mi sedetti con la cassetta tra i piedi. Le mani mi tremavano e le nascosi sotto le cosce, come facevo da bambino a scuola quando il maestro chiamava alla lavagna. Il motore lo sentii prima di vederlo, anzi molti motori insieme, e sotto i motori un raschio di ferro sulla pietra. La Castagnara si voltò e mi guardò, e io mi ritrassi di un passo, poi di due, con la schiena contro il ventre del tram. Pensai alla salita. Da lì, in venti minuti, ci si arrivava, le grotte erano ancora là. Lo pensai con tutto il sollievo che portava. Poi il convoglio comparve in fondo a via Foria. Prima due blindati bassi e grigi con la torretta aperta. Dietro i blindati la fanteria a piedi, tedeschi con l’elmetto e in mezzo a loro certi in camicia nera, che tenevano i moschetti più in alto degli altri, per farsi vedere.

Camminavano al passo dei blindati, con le scarpe chiodate che battevano sui sampietrini. Davanti a tutti un ufficiale con la mano sul cinturone e la faccia di uno che va a un appuntamento.La Pullera aprì il fuoco quando erano ancora lontani. Il rumore mi tolse il fiato. Sentii Rebecca gridare qualcosa alla Castagnara e il nastro che scorreva nel ferro.

I primi in strada si buttarono a terra. Il blindato di testa non si fermò, e la torretta girò verso di noi. Non ricordo di aver preso la cassetta da terra. Ce l’avevo in mano, con la testa rossa contro il palmo, e con l’altra avevo già tolto le sicure. Il blindato veniva avanti a passo d’uomo. Aveva un numero bianco sulla fiancata e un buco di proiettile in una piastra, e sopra il motore, a tre metri da me, le persiane di ferro. Il tram era alto due metri. Salii sul bordo, mi tirai su sulla lamiera con le ginocchia che ancora mi tremavano, e saltai.

Epilogo

La mattina del primo ottobre i soldati del generale Patton entrarono a Napoli e la trovarono già libera. Nessun’altra grande città d’Europa si era liberata dai tedeschi con le proprie mani, prima che arrivasse un esercito a farlo per lei.

Il 27 settembre avevano cominciato a sparare i primi in strada, il 30 i tedeschi lasciarono la città. In quei quattro giorni combatterono operai e carabinieri, professori e scaricatori del porto, suore, ragazzini come Filippo Illuminato e Gennaro Capuozzo, che non arrivarono a quattordici anni, femminielli e donne di casino. Napoli si era scrollata di dosso l’occupazione come un cappotto vecchio. Sotto il cappotto c’era tutta questa gente insieme, e per quattro giorni nessuno aveva domandato a nessuno da dove venisse.

La città ebbe la medaglia d’oro della resistenza, cioè non la ebbe nessuno in particolare. Che cosa sarebbe potuto essere un mondo nuovo, fatto con quella gente messa insieme nello stesso posto, non lo sappiamo. Nessuno ci ha provato. Sotto il tram di piazza Carlo III restava una valigia di cartone vuota. Sopra il tram, a mezz’aria, un femminiello di San Giovanniello con una cassetta di bombe in mano si stava lasciando cadere sul blindato.

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