Sedetevi ad ascoltare
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Nel mondo non tutti nascono allo stesso modo.
C’è chi viene al mondo con una luce addosso, e chi invece sembra portarsi dietro un’ombra fin dal primo respiro.
Di questi ultimi si dice una cosa sola: è senza ciorta.
‘A ciorta non è semplicemente la fortuna.
Non è nemmeno soltanto il destino.
È qualcosa che sta in mezzo, come una presenza viva che accompagna ogni uomo lungo la sua strada.
Può essere bella, luminosa, benevola.
Oppure dispettosa, capricciosa, crudele.
E da questo dipende tutto.
C’era una volta un uomo che non aveva mai conosciuto fortuna.
Un acciortato.
Camminava curvo, come se il peso dei giorni gli fosse rimasto sulle spalle.
Ogni cosa gli andava storta, ogni tentativo finiva male, ogni speranza si spegneva prima ancora di accendersi.
Un giorno, passando per il trivio di Sant’Anna alle Paludi, vide qualcosa a terra.
Un anello.
Non era prezioso, ma aveva una forma antica, che incuteva rispetto.
Lo raccolse e se lo infilò al dito.
E, senza capire perché, si sentì diverso.
Si raddrizzò.
Alzò il mento.
E continuò a camminare come uno che, all’improvviso, ha trovato il suo posto nel mondo.

Poco dopo, verso il borgo di Loreto, vicino alla marina, sentì delle grida.
Una donna.
Era bella, e due uomini la stavano importunando.
Non pensò alle conseguenze.
Afferrò un bastone e si fece avanti.
Li scacciò, con una forza che non sapeva di avere.
La donna lo guardò, gli prese il viso tra le mani e lo baciò.
Poi gli lasciò dieci ducati d’oro.
Dieci.
L’uomo non ebbe più dubbi: qualcosa era cambiato.
Entrò in città dalla Porta del Carmine, passando accanto al Mandracchio.
Ma lì c’erano i birri.
E con loro, fermo come un’ombra, un uomo avvolto in una lungo mantello.
Temendo di perdere i ducati, l’uomo li nascose nella casacca ben piantata nei pantaloni.
Ma dimenticò l’anello.
E fu proprio quello che cercavano.
Le guardie lo afferrarono e lo portarono davanti all’incappucciato.
Quello non disse molto.
Gli sfilò l’anello dal dito, tra le proteste dell’uomo.
Poi parlò:
«Questo non porta fortuna.
Serve a me.»
Era un mago.
Un negromante famoso.
Il pover’uomo, disperato, gli raccontò tutta la sua vita.
Gli parlò della mala sorte, degli anni difficili, della sua condizione di acciortato.
Il mago lo ascoltò.
Poi disse:
«Se vuoi sapere perché la tua vita è stata così, vai oltre il Carmine.
Supera il mercato, lascia Sant’Eligio alle spalle.
Troverai un boschetto, nascosto vicino alle mura. Lì vivono tutte le fate ‘mbriane e le ciorte Sono loro che governano il destino degli uomini.»
E gli diede un segno, una parola, qualcosa che apre le porte invisibili.
L’uomo fece come gli era stato detto.
Arrivò al boschetto.
E cominciò a gridare:
«Ciorta mia!
Ciorta mia, addò staje?!»
All’improvviso, tra gli alberi, comparvero donne bellissime, luminose come il sole.
Erano le ciorte degli altri.
Lo guardavano con sospetto.
Ma lui continuava a chiamare.
«Ciorta mia!
Ciorta mia, addò staje?!»
Allora, dall’albero più alto, scese una donna.
Era brutta.
Scomposta.
Con gli occhi sporchi e i capelli arruffati.
Lo guardò infastidita.
«Che vuo’?»
L’uomo rimase senza parole.
«Tu… tu sei la mia ciorta?
Io sono stato sempre sfortunato!»
Poi aggiunse, quasi per difendersi:
«Però oggi… oggi no.
Ho trovato un anello, dei ducati, una donna mi ha baciato.
Il mago mi ha mandato da te per ridarmi la fortuna.»

La donna lo fissò a lungo.
Poi disse:
«Figlio mio, ognuno nasce con una ciorta. Ma la tua… è questa.»
E fece un passo avanti.
«Quello che ti è successo oggi non è perché sei diventato fortunato.»
Si fermò.
E concluse:
«È perché io mi sono addormentata.»
L’uomo rimase immobile.
Come se, in un solo momento, tutto quello che aveva creduto si fosse rotto.
Istintivamente si portò le mani alla casacca.
Frugò nelle tasche.
Una volta.
Due.
Poi si fermò.
I ducati non c’erano più.
Da allora, a Napoli, quando qualcuno si lamenta della sua sorte, c’è sempre qualcuno che risponde:
“T’è ghiuta bona pecché ‘a chorta toja s’è addurmuta.”*



