Te cunosco piro

Il detto napoletano «Te cunosco piro, dall’uorto mio» si rivolge a chi, dopo essere stato inutile e ingrato, si presenta sotto mentite spoglie a chiedere o a promettere.

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illustrazione di Antonio Nacarlo ©

Esiste una categoria di parole e frasi che usiamo ogni giorno con la disinvoltura di chi maneggia oggetti familiari. Li prendiamo, li adoperiamo, li depositiamo. Non ci chiediamo da dove vengano, come non ci chiediamo da dove venga l’acqua quando apriamo il rubinetto. I proverbi appartengono a questa categoria, ma con un’aggravante: rispetto alle parole comuni, i proverbi nascondono dentro di sé una storia intera. Sono formule concentrate, precipitati di esperienza collettiva, e il fatto che li pronunciamo con l’automatismo di chi recita una formula matematica non significa che quella storia non ci sia più. Significa solo che l’abbiamo dimenticata.

Te counosco piro, dall’uorto mio è uno di questi.

Chi cresce partenopeo lo impara presto, lo usa con la naturalezza di chi usa il sale, e capisce perfettamente cosa significa nel senso operativo: qualcuno vuole darla a bere, e non ci riesce, perché chi ascolta lo conosce troppo bene. Il senso letterale è altrettanto chiaro: ti conosco pero, nell’orto mio, fin da quando eri lì, albero tra gli alberi, e so già quello che sei. Ma perché un pero? Perché non un melo, un noce, un ulivo? E soprattutto: come è possibile conoscere qualcuno da quando era un albero, e cosa cambia quando quell’albero smette di essere tale? La risposta, come spesso accade con i proverbi napoletani, non è nella grammatica. È nella storia che ci sta sotto. Una storia che qualcuno, da qualche parte, ha vissuto davvero, o che avrebbe potuto vivere, che è quasi la stessa cosa.

Questa è quella storia. O potrebbe esserlo.

L’albero infruttuoso

Un colono di nome Ciro aveva nell’orto un pero che non era mai stato un pero. Era una pianta, questo sì. Aveva radici che scendevano profonde nell’argilla gialla della collina, aveva corteccia rugosa come la faccia di un vecchio, aveva rami che d’estate si coprivano di foglie abbastanza da far credere, a chi passava per la strada, che fosse una pianta degna di stare al mondo. Ma frutti non ne aveva mai dati. Né l’anno del grande caldo né l’anno del grande freddo né in nessuno degli anni nel mezzo, che erano tanti e tutti uguali nella loro durezza.

Ciro lo sapeva meglio di chiunque, perché lui quell’albero lo aveva innestato con le sue mani, con la cura che si riserva a un figlio difficile, aspettando ogni primavera i fiori e ogni autunno le pere, e ogni anno restando con le mani vuote e il cuore un poco più amaro. L’innesto aveva attecchito, si vedeva dalla biforcazione bassa del tronco, dalla differenza di colore tra il legno selvatico e il nuovo, ma i frutti non venivano mai. Come se l’albero avesse deciso, nel segreto delle sue fibre, che non era quello il suo mestiere. Per anni il colono aveva tenuto il pero perché ci aveva messo le mani, e un uomo non butta via facilmente quello su cui ha messo le mani.

Ma l’orto era piccolo, e ogni palmo di terra che l’albero ombreggiava e beveva era un palmo di terra sottratto ai fagioli, alle cipolle, ai pomodori, il poco che coltivava per sé, perché il grande campo che digradava verso il piano apparteneva al feudatario e di quello non si teneva che la fatica. Il taglio non era possibile. L’albero era ancora verde e avrebbe impiegato almeno un anno a seccarsi prima di poter ardere, e il tronco era troppo esile per cavarne un fuoco degno. Sradicarlo da solo non ce la faceva: aveva cinquantadue anni e la schiena che glielo ricordava ogni mattina alzandosi dal giaciglio.

Avrebbe avuto bisogno di un bue, e il bue non ce l’aveva. Così quando si presentò un giovane lungo e dinoccolato, con le mani grandi e gli occhi chiari di chi guarda le cose da un’angolatura sua propria, Ciro non credette alla sua fortuna. Il ragazzo disse che cercava legno di qualità, che aveva sentito di questo pero, che avrebbe pensato lui a tutto. A strapparlo, a caricarlo, a portarlo via. Non chiedeva niente in cambio. Voleva solo l’albero. Ciro pensò: quest’uomo è matto oppure sono io che non capisco qualcosa. Poi pensò: che me importa. E strinse la mano.

Guardò il giovane lavorare per due giorni interi, con uno scalpello e una sega e una pazienza che pareva soprannaturale, a liberare l’albero dalla terra, a fasciarne il tronco con la iuta, a caricarlo su un carro tirato da un asino che sembrava sapere anche lui di trasportare qualcosa di importante. Quando il carro svoltò l’angolo e sparì, Ciro rimase un momento a guardare la buca che restava profonda, con le pareti di argilla arancione e sentì qualcosa che non sapeva se chiamare sollievo o dispiacere. Poi andò a prendere il piccone e cominciò a riempirla.

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illustrazione di Antonio Nacarlo ©

La statua miracolosa

Le cose peggiorarono. Erano già difficili prima del pero e peggiorarono dopo, il che non aveva senso ma era così, come se l’albero inutile avesse portato con sé una sua forma di buona sorte che Ciro non aveva saputo riconoscere. Il feudatario smise di concedere dilazioni. Le stagioni non aiutarono. Un anno la siccità, un anno la pioggia nel momento sbagliato. La figlia si ammalò e guarì, ma i soldi del medico non tornarono indietro. Il figlio trovò lavoro a Napoli e mandava quello che poteva, che non era mai abbastanza. Ciro non era uomo da lamentarsi. Aveva la convinzione, ereditata dal padre e dal padre del padre, che il lamento fosse uno spreco di fiato che sarebbe stato meglio usare per lavorare.

Ma una mattina d’autunno, mentre riempiva d’acqua le anfore al pozzo comune, sentì le donne parlare della chiesa di San Gennariello al Piano, nella cittadina a tre ore di cammino, dove una statua nuova di un giovane santo stava operando meraviglie. Una donna aveva riacquistato la vista. Un uomo con la gamba storta aveva buttato via il bastone. Due bambini con la febbre erano guariti in una notte. Ciro non era uomo nemmeno da fare voti e pellegrinaggi. Ma quando la settimana dopo il feudatario gli comunicò che il debito accumulato andava saldato entro la primavera, Ciro capì di non avere altra strada.

Partì prima dell’alba, con i sandali risuolati di fresco e un mantello pesante. Arrivò alla cittadina a metà mattina, quando il sole era già alto e il mercato stava smontando. Seguì la folla, non fu difficile, bastava andare dove andavano tutti e si trovò davanti alla chiesa di San Gennariello, dove la coda di fedeli serpeggiava fino in piazza e oltre.

Aspettò mentre il sole saliva e poi scendeva. Aspettò mentre i suoi piedi si facevano pesanti come pietre e la schiena ricominciava il suo discorso. Parlò un poco con una vecchia che stava davanti a lui e che aveva fatto il viaggio dalla piana del Sebeto per una figlia che non riusciva ad avere figli. Le diede metà del suo pane. Lei gli diede delle olive in cambio. Mangiarono insieme in silenzio, come vecchi amici. Quando finalmente entrò nella chiesa era quasi vespro e l’aria era fitta di cera e incenso e il respiro di cento persone. La statua era al centro dell’abside, illuminata da decine di ceri. Rappresentava un giovane santo.

Non un vecchio e barbuto come aveva immaginato, ma un giovane, quasi un ragazzo, con il viso affilato e le braccia aperte in un gesto che sembrava un invito più che una benedizione. Ciro non ne sapeva il nome, non lo aveva mai sentito nominare, e in chiesa ci andava poco. Quindi non lo chiamò per nome, lo chiamò santo mio con una familiarità che gli sembrò adatta alla giovinezza di quel viso. Pregò come non pregava da anni. Pregò per il debito e per la figlia e per il figlio a Napoli e per la schiena e per il campo che non rendeva mai quanto avrebbe dovuto.

Uscendo dalla chiesa si sentiva diverso. Non sapeva spiegarlo. Forse era solo la stanchezza di una giornata intera in piedi che dava alla testa un senso di leggerezza. Ma forse era davvero qualcosa. Forse il giovane santo con le braccia aperte lo aveva sentito. Si sedette sul muretto di un orticello che stava di fronte alla chiesa, dall’altra parte della strada, e si asciugò il sudore con il risvolto del mantello. Aveva ancora due ore di cammino e le gambe che già protestavano.

Te cunosco piro

— Mastro Ciro? Si girò. Credette dapprima di non vedere nessuno, poi abbassò lo sguardo perché stava cercando qualcuno della sua altezza e invece era un giovane alto, bene in carne, con un mantello di panno buono e una catena d’argento al collo che catturò la luce del tardo pomeriggio. Ciro fece per alzarsi dal muro, convinto di occupare uno spazio che non gli spettava.

— No no, fermatevi — disse il giovane, facendo con la mano un gesto che sembrava una carezza nell’aria. — Sono io che vi cerco.

Ciro lo guardò. Non lo riconobbe. Il viso era giovane ma non giovanissimo, e c’era in quegli occhi chiari qualcosa che sembrava di aver già visto. Il giovane aprì le braccia e lo abbracciò. Ciro restò rigido come un tronco, non sapendo dove mettere le mani.

— Non mi riconoscete, — disse il giovane, ridendo, — ma voi siete stato la mia fortuna. Sono quello a cui avete regalato il vostro l’albero di pero.

Ciro si scostò di un passo e lo guardò meglio. Cercò sotto i capelli curati e il mantello di panno il ragazzo lungo e dinoccolato con la vanga in mano, e lentamente, come quando gli occhi trovano una figura nascosta in un disegno, lo trovò.

— Quello del pero, — disse il colono, e la sua voce non tradiva nessun sentimento preciso.

— Quello del pero, — confermò il giovane, con evidente soddisfazione. — Sono scultore, mastro Ciro. Ho sempre cercato il legno giusto per la statua giusta. Quel pero vostro, la grana del legno, la durezza, la forma che aveva preso nel tempo. Era quello che aspettavo. Ci ho lavorato un anno. Non avevo mai fatto nulla di simile.

— È quella, — disse il giovane, indicando con un cenno della testa la chiesa alle loro spalle. — Il santo giovane che sta miracolando tutti. Sono io che l’ho scolpita. E se adesso vivo bene e la gente conosce il mio nome da Napoli a Salerno, è grazie a quella statua. Che è grazie al vostro pero. Che è grazie a voi.

Il giovane scultore sorrise. Era un sorriso sincero, di quelli che non si fabbricano. Ciro Imparato rimase un momento in silenzio. Guardò la chiesa. Guardò la statua che si intravedeva ancora attraverso il portone aperto, le braccia tese, il viso affilato illuminato dai ceri. Pensò alla buca arancione nell’orto. Pensò alle preghiere che aveva fatto un’ora prima, al senso di cambiamento che aveva sentito uscendo. Poi scosse la testa, lentamente, come si scuote una cosa che non torna.

— Giovinotto, — disse, — me fa piacere che siete andato bene. Ve lo dico di cuore.

— Grazie, buon uomo, e…

— Ma quel pero, — continuò Ciro, con la stessa voce piatta di chi racconta un fatto notorio, — era nel mio orto da diciassette anni. L’ho innestato io con queste mani. La pianta non ha mai dato un frutto. Niente ombra. Non ha mai dato niente a nessuno. Fece una pausa. — Se è fatto di quel legno dispettoso lì, miracoli non ne fa!

Il giovane scultore aprì la bocca. La richiuse. Cercò una risposta in qualche punto sopra la testa di Ciro e non la trovò. Ciro si rimise il mantello sulle spalle, salutò con un cenno che era insieme cortese e definitivo, e si avviò per la strada di casa. Aveva ancora due ore di cammino. La schiena faceva il suo solito discorso. Il debito era ancora lì ad aspettarlo a primavera. Ma camminando, e questo non lo avrebbe detto a nessuno, nemmeno a sua figlia, sorrise.

Una volta sola, piccolo, come chi riceve la conferma di una cosa che sapeva già. Te cunosco piro, pensò. Dall’uorto mio…

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Bibliografia essenziale

Renato de Falco, Del parlar napoletano, Colonnese, Napoli, 2007.

Renato de Falco, Il napoletanario, Colonnese Editore, Napoli.

Raffaele Andreoli, Vocabolario napoletano-italiano, Paravia, Torino, 1887.

Romualdo Marrone, Guida insolita ai misteri, ai segreti, alle leggende e alle curiosità di Napoli, Newton Compton Editori, 2015.

Salvatore Bonavita, Fessarìe ‘e cafè. Detti, facezie e proverbi napoletani.

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