
Le Quattro Giornate di Napoli (27–30 settembre 1943) rappresentano uno degli episodi più luminosi e coraggiosi della Resistenza italiana. Dopo tre anni di guerra fascista e 107 bombardamenti che avevano devastato la città, furono i napoletani – donne, uomini, ragazzi e persino bambini – a ribellarsi contro l’occupazione nazista, cacciando le truppe tedesche prima ancora dell’arrivo degli Alleati.
Napoli prima dell’insurrezione
La città era allo stremo: oltre 80.000 disoccupati, scarsità di viveri e trasporti, servizi pubblici inesistenti. Molte famiglie si erano rifugiate nelle campagne, restavano i disperati, i rassegnati e i fascisti.
Ad agosto 1943 nacque il Comitato di Liberazione dei Partiti Antifascisti, con figure come De Ritis, Palermo, Rodinò, Parente, Ferri e Ingangi. Benedetto Croce raggiunse Capri, già in mani alleate, dove iniziava a formarsi il nuovo governo.
Intanto il comando tedesco tentava di imporre il servizio obbligatorio di lavoro. Il 26 settembre il comandante Scholl affisse un manifesto in cui minacciava la fucilazione immediata di chi non si fosse presentato. Il giorno successivo iniziarono i rastrellamenti e le deportazioni.
La scintilla della rivolta
Il 28 settembre 1943 al Vomero un giovane marinaio venne ucciso. Poco dopo, alcuni ragazzi incendiarono una camionetta tedesca in piazza Vanvitelli: fu l’inizio dell’insurrezione. Barricate improvvisate, bottiglie incendiarie, vecchi fucili e armi recuperate dai depositi segnarono le prime ore della rivolta. La popolazione intera si mobilitò: donne, operai, studenti e professionisti si unirono contro l’occupazione.

I luoghi della battaglia
Gli scontri furono violenti in diversi quartieri. Al Vomero e all’Arenella il Museo di San Martino, il Liceo Sannazaro e il Parco Cis divennero punti nevralgici della resistenza. A Capodimonte e alla Sanità il Ponte della Sanità, via Santa Teresa e il Bosco di Capodimonte si trasformarono in luoghi di combattimento. Anche il centro e le periferie furono travolti: piazza Carlo III, corso Malta, Poggioreale, via Roma e piazza del Plebiscito divennero teatri di scontri e agguati.
Tra gli episodi più drammatici vi fu la liberazione degli ostaggi nel campo sportivo del Vomero, che anticipò di fatto l’abbandono della città da parte dei tedeschi. Molti giovani persero la vita, come Gennarino Capuozzo (12 anni), Filippo Illuminato (13 anni), Pasquale Formisano (17 anni) e Mario Minichini (18 anni), insigniti della medaglia d’oro al valor militare.

Una città che si liberò da sola
Per quattro giorni Napoli resistette con oltre duemila combattenti. I caduti furono 168, i feriti 162, le vittime civili 140. All’alba del 1° ottobre 1943, i tedeschi si ritirarono dopo aver compiuto rappresaglie e distruzioni. Quando gli Alleati entrarono in città, Napoli era già libera.
Alla città venne conferita la Medaglia d’oro al valor militare, con una motivazione che rimane incisa nella memoria storica:
“Con un superbo slancio patriottico sapeva ritrovare, in mezzo al lutto e alle rovine, la forza per cacciare dal suolo partenopeo le soldatesche germaniche…”.
Memoria e significato delle Quattro Giornate di Napoli
L’insurrezione partenopea resta unica nella storia d’Europa: Napoli fu la prima grande città a liberarsi da sola dall’occupazione nazista. Non una rivolta improvvisata di “lazzaroni”, come insinuarono alcuni storici, ma un atto collettivo di dignità e resistenza civile.
Ancora oggi, ricordare le Quattro Giornate di Napoli significa onorare il coraggio di chi scelse la libertà, trasformando la disperazione in speranza.
Non fu la forza delle armi a liberare Napoli, ma quella della dignità. Perché quando un popolo decide di non piegarsi più, nessun esercito può tenerlo in catene.




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