Un secolo di Calcio Napoli oltre classifiche e trofei: il racconto di una passione che attraversa la storia della città, le famiglie e intere generazioni di tifosi.
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C’è una scultura di Jan Fabre che mi torna in mente ogni volta che sento parlare del valore di una passione. Si intitola L’uomo che misura le nuvole. Un uomo tiene un righello puntato verso il cielo, come se davvero fosse possibile stabilire quanto pesa una nuvola, quanto è lunga un’emozione, dove finisca un ricordo.
Domani, primo agosto, il Calcio Napoli compie cent’anni.
Cent’anni sono una misura esatta. Le passioni, invece, appartengono all’approssimazione. Si allungano, si accorciano, si deformano con il tempo. Sopravvivono a chi le ha vissute. Per questo un secolo può essere raccontato dagli storici, ma non può essere spiegato dai numeri.
Negli ultimi anni il calcio ha imparato un’altra lingua. Parla di asset, di brand, di diritti, di piattaforme, di mercati lontani. È una lingua necessaria, forse inevitabile. Ma c’è un punto oltre il quale smette di raccontare il calcio e comincia a raccontare soltanto il suo prezzo.
Osvaldo Soriano diffidava di chi considerava il calcio solo uno sport. Lo trattava come si trattano le cose serie, con leggerezza. Sapeva che dentro una partita potevano stare un’infanzia, un padre, una sconfitta, perfino un’intera città. Per questo scriveva di centravanti e portieri con la stessa cura con cui altri raccontavano rivoluzioni e romanzi. Aveva capito che il pallone era soltanto il pretesto. La materia vera erano gli uomini.
A Napoli questa verità assume una forma particolare.
Qui il calcio non è mai rimasto confinato nei novanta minuti. Ha seguito l’emigrazione verso il Nord, è entrato nelle lettere spedite alla famiglia, ha occupato le domeniche davanti alla radio, ha attraversato il colera, il terremoto, gli anni della ricostruzione, il fallimento della società e la sua rinascita. Ha cambiato stadio, presidenti, campioni, ma ha continuato a parlare la stessa lingua.
È anche per questo che il centenario del Napoli non appartiene soltanto agli almanacchi. Appartiene alla storia di una città che, attraverso una squadra di calcio, ha finito per raccontare se stessa.

Maurizio de Giovanni, che Napoli la conosce da dentro, ha scritto pagine nelle quali il calcio smette di essere sport e diventa un fatto di famiglia. È probabilmente questa la differenza più profonda. Altrove si sceglie una squadra. A Napoli, quasi sempre, ci si ritrova dentro. Nessuno ricorda il giorno in cui è diventato tifoso. Ricorda, piuttosto, chi gli ha insegnato ad esserlo.
È un’eredità silenziosa. Passa attraverso una mano stretta per attraversare la strada, una radiolina appoggiata sul tavolo della cucina, un posto sugli spalti, una sciarpa conservata nell’armadio. Prima ancora di imparare i nomi dei giocatori, si impara il suono di un’esultanza.
Anche la mia storia comincia così.
Avevo quasi sette anni quel 5 luglio del 1984. Mio padre lasciò quello che stava facendo. Non ricordo il motivo, ricordo il gesto. Chiamò me, mio fratello Ciccio e una torba di scugnizzi del quartiere. Ci incamminammo verso Fuorigrotta. Nessuno aveva bisogno di spiegare perché.
Lo stadio era già una creatura viva. Il caldo di luglio saliva dal cemento, i venditori ambulanti si confondevano con i cori, le bandiere sembravano muoversi prima ancora del vento. Io cercavo di capire che cosa avesse trasformato quella giornata in qualcosa di diverso dalle altre.
Poi arrivò quel ragazzo argentino dai ricci neri.
Ai miei occhi di bambino sembrò quasi della mia altezza. Bastarono pochi palleggi e centomila persone cominciarono a piangere, a ridere, ad abbracciarsi. Non avevano ancora vinto nulla. Eppure festeggiavano come se il futuro fosse già accaduto.
Da ogni settore saliva lo stesso nome.
Diego Diego Diego!
Solo molti anni dopo ho capito che quel coro non accoglieva semplicemente il calciatore più forte del mondo. Accoglieva un’idea. L’idea che una città potesse smettere, almeno per un momento, di chiedere il permesso per sentirsi all’altezza delle altre.
Da allora Diego Armando Maradona ha attraversato il tempo come pochi altri personaggi del Novecento. Non è rimasto chiuso negli album delle figurine o negli archivi sportivi. È entrato nei murales, negli altarini, nei racconti dei nonni ai nipoti. È diventato un nome pronunciato al presente, come accade alle persone che continuano ad abitare una comunità anche dopo la loro scomparsa.
Ma sarebbe un errore credere che il secolo del Napoli coincida con gli anni di Maradona. Diego ne è il vertice più luminoso, non l’intera montagna. Prima c’erano stati Sallustro, Jeppson, Vinicio, Pesaola, Juliano. Dopo sarebbero arrivati il fallimento, la rinascita, Hamsík, Mertens, gli scudetti ritrovati. Un secolo non appartiene mai a un solo uomo, nemmeno quando quell’uomo si chiama Diego Armando Maradona.
Cento anni, in fondo, servono anche a questo. A ricordare che una squadra di calcio è molto più della somma dei suoi presidenti, dei suoi allenatori, dei suoi campioni. Le società nascono, cambiano proprietà, attraversano crisi, conoscono fallimenti e rinascite. Le generazioni passano. La passione resta.
È questo il patrimonio più prezioso del Calcio Napoli. Non compare in un bilancio, non si trasferisce con un atto notarile, non si vende al miglior offerente. Vive altrove. Nelle fotografie custodite in un cassetto, nei racconti che si ripetono a tavola senza stancare mai, nelle domeniche che hanno scandito la vita di milioni di persone. Vive in quel gesto antichissimo con cui un padre prende il figlio per mano e gli dice: «Vieni, oggi ti porto allo stadio». Da quel momento non gli sta insegnando soltanto a seguire una squadra. Gli sta consegnando una parte della sua storia.
Il Napoli non è un diversivo dalla vita, è uno dei modi in cui questa città continua a raccontarsi. È una memoria condivisa, un lessico comune che attraversa quartieri, generazioni e classi sociali. Cambiano le opinioni su tutto, raramente cambia il modo in cui ci si emoziona davanti a una maglia azzurra.
Per questo il primo agosto non appartiene soltanto ai tifosi. Appartiene a Napoli, appartiene a chi ha riempito gli spalti del Vomero, dell’Ascarelli, del Collana, del San Paolo e oggi del Maradona. Appartiene a chi ha seguito una radiocronaca con l’orecchio incollato a una piccola radio, a chi ha aspettato il televideo, a chi oggi controlla il risultato sul telefono. Cambiano gli strumenti, non il battito.
Allora il centenario del Napoli non è un traguardo. È una soglia. Il primo capitolo del secondo secolo di una storia che appartiene a milioni di persone e che nessun righello riuscirà mai a misurare.
A questa storia non si augura soltanto di vincere ancora. Le vittorie arrivano, passano, ritornano. A una storia così si augura di restare fedele a se stessa, di continuare a unire padri e figli, di conservare quella capacità rara di trasformare undici uomini in un pezzo di memoria collettiva.
Al Calcio Napoli, oggi, non si possono augurare semplicemente altri cento anni.
Gliene auguriamo mille.
E che, tra mille anni, ci sia ancora un bambino che stringe la mano di suo padre entrando in uno stadio, convinto che un pallone possa cambiare il mondo.

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