Raccontare la città da dentro significa anche entrare nei processi creativi che ne restituiscono l’identità. Per questo abbiamo incontrato la fotografa Sabrina Del Gaudio, il cui lavoro indaga il rapporto tra corpo, spazio urbano e memoria collettiva. La fotografia può documentare un luogo, ma anche suggerire un modo diverso di guardarlo. Ci interessava capire cosa accade prima dello scatto: come nasce un progetto, come si costruisce uno sguardo e come evolve. Da qui prende avvio questa conversazione.
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Ph. © Sabrina Del Gaudio
Il tuo progetto entra in una mostra che attraversa quasi tremila anni di rappresentazioni di Partenope. Ti sei sentita chiamata a dialogare con quella storia o hai preferito lasciare che fossero le fotografie a trovare da sole il proprio posto all’interno del percorso espositivo?
Credo che dialogare con Parthenope fosse inevitabile. Questa mostra rende ancora più evidente una cosa che, da napoletana, sento da sempre: Parthenope è il nucleo identitario della città. È una presenza costante, anche quando non ce ne accorgiamo. La ritroviamo nelle insegne dei negozi e dei B&B, nei loghi, nell’artigianato, nei murales, nella letteratura, nei racconti popolari. È un simbolo che attraversa i secoli e continua a reinventarsi.
Per questo non ho mai percepito il mio lavoro come qualcosa che dovesse “entrare” in una storia già scritta. Mi sono sentita piuttosto chiamata a prenderne parte, ad aggiungere uno sguardo contemporaneo a un racconto che continua a essere riscritto da chi vive Napoli.
Naturalmente il percorso è stato anche il risultato di un dialogo con la coordinatrice scientifica della mostra, Raffaella Bosso. Insieme abbiamo individuato i soggetti che, dal punto di vista storico e simbolico, riuscivano a raccontare le diverse declinazioni della figura di Partenope nella città. Il mio compito è stato poi quello di tradurre quella ricerca attraverso il linguaggio fotografico: scegliere un’inquadratura, una luce, una distanza che permettessero a quelle Sirene di raccontarsi da sole, senza bisogno di aggiungere altro.
In fondo credo che la fotografia abbia proprio questa capacità: non spiegare un simbolo, ma creare le condizioni perché chi guarda possa entrarci in relazione. È quello che ho cercato di fare con questi scatti, lasciando che il mio sguardo dialogasse con una figura che, in realtà, appartiene già profondamente all’immaginario di ogni napoletano.

Ph. © Sabrina Del Gaudio
Nelle tue immagini Partenope non appare mai come una figura da rappresentare, ma come una presenza che attraversa lo spazio urbano. Hai cercato il mito dentro la città o è stata la città a suggerirti una nuova idea di mito?
Direi entrambe le cose, ma in momenti diversi del lavoro. La scelta delle opere è stata il risultato di un percorso condiviso con la Dott.ssa Bosso, tenendo conto sia del valore simbolico sia di aspetti più pratici e tecnici. Una volta individuati i soggetti, però, è iniziato il mio lavoro di fotografa.
A quel punto ho cercato il mito dentro quei soggetti. Ho provato a leggere ogni Sirena come una storia, come un frammento della città che continuava a raccontare Parthenope. Non mi interessava reinterpretare il mito o costruirne una versione nuova. Al contrario, volevo ascoltare ciò che quei soggetti avevano già da dire e trovare il modo più efficace per restituirne la forza attraverso la fotografia. Credo che il mito, a Napoli, non abbia bisogno di essere reinventato. È già parte della città, la attraversa continuamente. È una presenza che continua a riaffiorare, spesso senza che ce ne accorgiamo.
Il mio lavoro è stato quello di fermarmi davanti a queste presenze e creare le condizioni perché anche gli altri potessero vederle. Più che raccontare una nuova idea di mito, ho cercato di raccontare la persistenza del mito, il modo in cui Parthenope continua ancora oggi ad abitare Napoli, cambiando forma ma senza perdere la propria identità.

Ph. © Sabrina Del Gaudio
Guardando la serie colpisce una scelta precisa: toni misurati, luce naturale, poco contrasto, una fotografia che osserva più di quanto voglia stupire. È un linguaggio che richiama il reportage d’autore. È stata una scelta consapevole fin dall’inizio o è emersa durante la ricerca?
Sì, è stata una scelta consapevole fin dall’inizio. Non volevo che il linguaggio fotografico diventasse più forte dei soggetti o che la costruzione dell’immagine finisse per sovrapporsi alla loro presenza. Il mio intento era, al contrario, lasciare spazio alle Sirene, permettere che fossero loro a emergere e a raccontarsi. Ho cercato quindi una fotografia misurata, essenziale, capace di accompagnare lo sguardo senza
imporsi. Anche l’uso della luce naturale e di un contrasto contenuto nasce da questa esigenza: restituire le opere con chiarezza, senza spettacolarizzarle, mantenendo però intatta la loro forza simbolica ed emotiva.
In questo senso il richiamo al reportage d’autore mi sembra molto pertinente, perché il mio approccio parte sempre dall’osservazione. Prima guardo, cerco di capire il soggetto, il luogo, la luce, il rapporto tra l’opera e lo spazio che la circonda; solo dopo costruisco l’inquadratura. Non volevo produrre immagini che stupissero per un effetto, ma fotografie davanti alle quali ci si potesse fermare. Il mio sguardo è presente, naturalmente, perché ogni inquadratura è già una scelta e un’interpretazione. Ma ho cercato di renderlo discreto, quasi una soglia attraverso cui il pubblico potesse incontrare quelle figure. Portarle in mostra significava anche sottrarle per un momento al rumore e alla distrazione della città, dare a ciascuna il tempo e lo spazio per essere osservata davvero e, possibilmente, per emozionare.

Ph. © Sabrina Del Gaudio
Nelle tue fotografie la tecnica sembra sempre mettersi al servizio dello sguardo. Quanto contano, nel tuo lavoro, le scelte tecniche e quanto invece l’osservazione? E, per curiosità, con quale attrezzatura realizzi i tuoi progetti?
Nel mio lavoro l’osservazione è fondamentale: le scelte tecniche vengono subito dopo e devono sempre mettersi al servizio di ciò che ho visto e di ciò che voglio restituire. Quando ne ho la possibilità, soprattutto se non si tratta di fotografia di strada, mi soffermo molto sui soggetti. Faccio sopralluoghi, torno più volte negli stessi luoghi, provo diverse angolazioni e osservo come cambiano la luce, le distanze e il rapporto dell’opera con lo spazio circostante.
Di solito costruisco l’immagine prima nella mia mente e solo in un secondo momento attraverso l’obiettivo. La tecnica, quindi, non è mai il punto di partenza: è lo strumento che mi permette di tradurre nel modo più fedele possibile ciò che il mio sguardo ha già individuato. Anche la scelta della focale, dell’inquadratura o della posizione da cui scattare nasce sempre dalla necessità di far emergere il soggetto, senza che l’attrezzatura o l’effetto fotografico prendano il sopravvento.
Questo progetto si è sviluppato nell’arco di diversi mesi e proprio il tempo è stato un elemento prezioso. Sono potuta tornare sulle opere, osservarle con calma, capire come farle parlare e trovare per ciascuna l’inquadratura più adatta. Vederle poi esposte e attraversate dagli sguardi di così tante persone è stato molto emozionante: è come se il lavoro di osservazione iniziato in solitudine fosse proseguito attraverso il pubblico.
Per quanto riguarda l’attrezzatura, la mia compagna di viaggio abituale è una reflex Nikon D7500. Per questo progetto, però, ho lavorato anche con una Nikon Z6 II, una mirrorless che mi ha aiutata ad affrontare alcune situazioni più complesse. Alcune opere, come quella del Teatro di San Carlo, erano collocate molto in alto e difficili da raggiungere visivamente; in quei casi l’uso di un teleobiettivo è stato indispensabile per isolare il soggetto e restituirlo con la chiarezza che cercavo.

Ph. © Sabrina Del Gaudio
Le tue immagini sembrano interessarsi più a ciò che resta che a ciò che cambia: segni, memorie, permanenze. Che responsabilità attribuisci oggi alla fotografia quando racconta una città come Napoli?
Ciò che resta, in fondo, è anche il segno di ciò che cambia. Napoli è una città in continua trasformazione, capace però di conservare un’identità fortissima e di restare, nonostante tutto, profondamente uguale a sé stessa. È proprio questa tensione tra mutamento e permanenza che trovo interessante fotografare.
Rispetto ai grandi fotografi che hanno raccontato Napoli negli anni Settanta, quando la città veniva vissuta quasi come un teatro a cielo aperto, oggi ci troviamo dentro una vera e propria bulimia dell’immagine. Possiamo fotografare tutto, in ogni momento, senza limiti. Ma questa possibilità rischia di produrre anche una forma di superficialità: si scatta molto, si osserva poco, e le immagini finiscono spesso per accumularsi senza profondità, senza memoria, senza un riferimento preciso.
Per questo credo che oggi la fotografia abbia una responsabilità ancora maggiore. Raccontare Napoli significa provare ad andare oltre la banalità, oltre il folklore più immediato e le immagini già viste. Significa fermarsi, osservare davvero, scegliere cosa mostrare e soprattutto come mostrarlo.
La fotografia può restituire complessità a una città che viene spesso ridotta a pochi simboli. Può entrare nelle sue contraddizioni, nelle sue permanenze, nei suoi segni più silenziosi. E può lasciare spazio alla poesia, che a Napoli non è mai decorazione, ma una forma profonda di esperienza. Per me fotografarla significa proprio questo: viverla, attraversarla e lasciarmi ancora emozionare da ciò che continua a raccontare.

Ph. © Sabrina Del Gaudio
C’è una fotografia di questa serie che consideri il cuore del progetto? Ti andrebbe di raccontarci perché hai scelto proprio quell’immagine?
Premesso che l’intera serie nasce da una selezione condivisa con i referenti del progetto e con la coordinatrice scientifica, ci sono naturalmente alcune immagini alle quali mi sento più legata. Se dovessi sceglierne una come cuore del progetto, sceglierei senza dubbio quella di Partenope sulla sommità del Teatro di San Carlo.
È una figura che, paradossalmente, quasi nessuno osserva davvero. La sua posizione la rende difficile da vedere: è molto in alto, bisogna fermarsi e alzare lo sguardo, cosa che nella quotidianità facciamo sempre meno. Eppure è lì, imponente, a dominare la città.
Quello che mi affascina di questa immagine è proprio la sua forza simbolica. Parthenope ha le spalle rivolte al mare e guarda Napoli, quasi a proteggerla o a vegliarla. È una presenza silenziosa ma autorevole.
Inoltre, nella stessa fotografia convivono due rappresentazioni della sua figura: quella umana della statua centrale e quella delle Sirene bicaudate che la affiancano. Mi sembrava una sintesi perfetta del progetto, perché racchiude il dialogo continuo tra mito e città, tra simbolo e architettura, tra racconto antico e sguardo contemporaneo.
È forse la fotografia che più di tutte restituisce l’idea che mi ha accompagnata durante questo lavoro: Napoli custodisce continuamente la memoria di Parthenope, ma spesso bisogna semplicemente fermarsi e alzare gli occhi per accorgersene.
Trovo questa immagine elegante e potente allo stesso tempo. E, in fondo, credo che anche Napoli sia così: capace di imporsi senza fare rumore, di custodire la propria storia in luoghi che attraversiamo ogni giorno senza renderci conto della loro straordinaria bellezza.
Durante i mesi della mostra, però, mi sono resa conto che il pubblico ha scelto un altro cuore: la cosiddetta Sirena ciaciona di Trallallà. Sono tornata spesso in mostra anche per osservare le persone e capire come entrassero in relazione con le fotografie e, attraverso di esse, con la città. Mi piaceva ascoltarle mentre riconoscevano un luogo, discutevano su dove si trovasse un’opera, raccontavano ciò che già conoscevano o promettevano di andare a cercare quelle tracce una volta uscite dal museo.
La Sirena di Trallallà è stata senza dubbio la più osservata, fotografata e riconosciuta. Forse perché è il soggetto più contemporaneo della serie e il murale utilizza un linguaggio immediatamente vicino al nostro presente. La sua figura è carnale, popolare, diretta, e sembra stabilire con chi guarda un rapporto molto spontaneo. Per me il cuore del progetto resta il San Carlo, ma sono quasi certa che, per molti visitatori, sia stata lei. E trovo molto bello che una mostra possa avere un cuore diverso per chi la realizza e per chi la attraversa.

Ph. © Sabrina Del Gaudio
A margine dell’intervista, Sabrina Del Gaudio aggiunge una riflessione sul progetto e sul percorso che collega il museo alla città.
Dal museo alla città
C’è un aspetto del progetto che mi piacerebbe raccontare e che va oltre la realizzazione dei sette scatti. Fin dall’inizio abbiamo immaginato che le fotografie non dovessero limitarsi a mostrare le Sirene all’interno del museo, ma potessero diventare l’inizio di un percorso nella città.
Per questo, accanto alle immagini, è stata realizzata una mappa che permette di collocare le opere nello spazio urbano e di costruire idealmente un itinerario che parte dal MANN e continua per le strade di Napoli. Ho inoltre curato una piccola guida multimediale, accessibile attraverso un QR code in mostra o sul sito dedicato, nella quale ogni fotografia è accompagnata da un’immagine più ampia del contesto, da un testo elaborato insieme a Raffaella Bosso e dal collegamento diretto a Google Maps per raggiungere il luogo.
Mi interessava mostrare anche ciò che avevo scelto di escludere dall’inquadratura. Nelle fotografie esposte, infatti, ho cercato di isolare le Sirene e di dare loro assoluta centralità; nella guida, invece, il campo si allarga e permette di comprendere dove si trovano, quale spazio abitano e quale relazione mantengono con la vita quotidiana della città.
In questo modo il progetto si sviluppa su due livelli: dentro il museo lo spettatore incontra le figure attraverso il mio sguardo; fuori dal museo può cercarle direttamente, misurarsi con le distanze, con le architetture e con il movimento reale di Napoli. E naturalmente le sette opere rappresentano soltanto un punto di partenza, perché la città conserva molte altre Sirene. Mi piace pensare che la mostra possa lasciare nel visitatore una piccola forma di attenzione nuova e che, dopo averla attraversata, sia più facile riconoscere Parthenope anche dove prima non l’aveva mai notata.
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