Il palazzo del diavolo e Pino Daniele

Sedetevi e ascoltate

Disegno di Antonio Nacarlo

❦ ❦ ❦

Leggende, memoria e un futuro ancora da scrivere


Appocundria me scoppia
ogne minuto ‘mpietto
peccè passanno forte
haje sconcecato ‘o lietto
appocundria ‘e chi è sazio
e dice ca è diuno
appocundria ‘e nisciuno
…Appocundria ‘e nisciuno.

I versi di questa canzone sembrano ancora echeggiare nelle piazzette e nei vicoli dove nacque e visse la sua giovinezza Pino Daniele, accompagnati da immaginarie note blues.

Sarà bello perdersi ai Banchi Nuovi, a due passi da Spaccanapoli, per poi ritrovarsi arricchiti dalle sensazioni generate dalla bellezza decadente, e forse un po’ degradata, di questo lembo di centro storico ancora non del tutto contaminato da fast food e kebabbari.

Protetta dalla murazione angioina, questa zona sorse tra le due insule francescane di Santa Maria la Nova e Santa Chiara e fu chiamata dei segatori perché, essendo ricca di boschi, vi abitavano taglialegna e falegnami, creando un piccolo borgo. Sempre in epoca angioina sorsero numerosi edifici di culto: Santa Maria Donnalbina, San Demetrio, Santa Maria dell’Aiuto.

Il toponimo Banchi Nuovi nasce in epoca vicereale, con l’installazione dei nuovi mercati delle sete e dei broccati. Il vecchio mercato, in piazza dell’Olmo, fu spazzato via dalle cannonate che il viceré fece sparare sulla folla durante l’insurrezione popolare del 1567. Nel 1569 mercanti catalani, fiorentini e genovesi acquistarono a prezzo vantaggioso le proprietà del convento di San Demetrio, distrutto da un’alluvione, e costruirono botteghe e loggia di rappresentanza nella piazza che da allora prese il nome di Banchi Nuovi.


Un crocevia di storia, fede e leggende

L’intera area è un concentrato di siti storici: dalla chiesa di San Giovanni Maggiore, costruita sulle rovine del tempio romano dedicato ad Antinoo, a Palazzo Giusso, oggi sede dell’Istituto Universitario Orientale; dalla Cappella Pappacoda al convento di Santa Maria la Nova, che secondo una tradizione ospiterebbe nel chiostro la tomba del conte Vlad III Țepeș, passato alla storia come Dracula.

Un edificio, però, domina su tutti per forza simbolica e immaginario: Palazzo Penne.


Palazzo Penne, l’unica architettura civile angioina sopravvissuta

Progettato dal celebre artista Antonio Baboccio da Piperno, Palazzo Penne fu costruito alla fine del XIV secolo ed è l’unica testimonianza superstite di architettura civile angioina a Napoli. L’imponente facciata fonde elementi rinascimentali di matrice toscana,  il bugnato a piramide tronca,  con elementi tardogotici, come l’arco d’ingresso ad ogiva ribassata e le modanature trilobate del timpano.

Agli angoli superiori campeggiano gli stemmi della famiglia Penne; al centro, figure scolpite a rilievo in stile tardogotico. In facciata è ancora leggibile una feroce iscrizione latina contro gli invidiosi:
“Tu che giri la testa, o invidioso, e non guardi volentieri questo palazzo, possa di tutti essere invidioso, nessuno lo è di te.”

Antonio Penne fu dignitario della corte di Ladislao di Durazzo, tanto stimato da essere sepolto nella basilica di Santa Chiara, mausoleo della dinastia angioina. All’epoca della costruzione il palazzo si estendeva con loggiati e giardini fino a un colonnato affacciato sul mare: la linea di costa allora lambiva l’attuale piazza Borsa e fu avanzata solo in età aragonese.

Portale di Palazzo Penne – Particolare del cartiglio latino

Il palazzo del diavolo

La magnificenza dell’edificio colpì così profondamente l’immaginazione popolare da far pensare a un’opera sovrannaturale. La storica Angela Matassa, nel volume Leggende e racconti popolari di Napoli, riporta ’o cunto d’ ’O palazzo do’ Diavulo.

La leggenda narra che Antonio Penne s’innamorò di una dama di corte che, per sposarlo, gli impose una richiesta impossibile: costruire un palazzo in una sola notte. Penne evocò allora Belzebù, offrendo in cambio la propria anima immortale. Il patto, scritto e suggellato col sangue, prevedeva però una clausola: il diavolo avrebbe ottenuto l’anima solo se, a palazzo ultimato, fosse stato capace di contare esattamente i chicchi di grano che Penne avrebbe sparso nel cortile.

Belzebù contò in pochi minuti, ma sbagliò di cinque chicchi. Penne aveva mescolato al grano della pece, che si era incollata sotto gli artigli del demonio. Quando il diavolo protestò, Penne si fece il segno della croce e una voragine si aprì sotto i piedi di Belzebù, che sprofondò all’inferno. La buca fu coperta da un pozzo, ancora oggi visibile nel cortile.

il diavolo di palazzo penne
Illustrazione di Antonio Nacarlo

Dalla leggenda alla cronaca: il lungo abbandono

Finita la leggenda, resta la realtà contemporanea. Rimaneggiato nei secoli, Palazzo Penne rischiò all’inizio degli anni Duemila di diventare un Bed & Breakfast. Acquistato dalla Regione Campania, fu ceduto nel 2004 in comodato d’uso all’Università Orientale con l’idea di farne un polo culturale d’eccellenza. I lavori, tuttavia, non partirono mai.

Seguirono inchieste giudiziarie, esposti, l’intervento dell’UNESCO per il “danneggiamento di un manufatto storico di interesse artistico”.

Tutto si concluse senza condanne, ma con il palazzo ancora puntellato, chiuso, ferito.


Le novità: cosa è cambiato davvero

Negli ultimi anni qualcosa si è finalmente mosso. Tra il 2023 e il 2024 la Regione Campania ha aggiudicato la gara per la progettazione esecutiva e l’avvio del recupero di Palazzo Penne. L’investimento complessivo, cresciuto rispetto alle prime ipotesi, supera oggi i dieci milioni di euro, con fondi regionali e risorse straordinarie per la rigenerazione urbana.

La destinazione d’uso è stata confermata: Palazzo Penne diventerà la Casa dell’Architettura e del Design, un polo dedicato all’architettura, al progetto urbano, alla qualità dello spazio costruito. Il programma prevede restauro conservativo, consolidamento strutturale, recupero del cortile e degli spazi interni, aree espositive, laboratori e spazi aperti alla città. I cantieri sono stati annunciati come imminenti e il palazzo è tornato, almeno simbolicamente, al centro del dibattito pubblico.


Un sogno che resta aperto

E allora torno a un sogno personale, con i versi di un’altra canzone di Pino Daniele:

Puorteme a casa mia
addo’ cresce tutte cose
senza parlà.
Puorteme a casa mia
nun me fa’ cchiù girà.
Puorteme a casa mia
addo’ chi cade ’nterra
se sape aizà.

Il sogno è semplice e forse irrealizzabile: riportare Pino Daniele a casa sua, nella sua Napoli, nel suo quartiere, a Palazzo Penne. Non come monumento retorico, ma come presenza viva, come memoria che dialoga con la città.

Oggi Palazzo Penne si prepara a rinascere con un’altra vocazione. Va bene così. Ma resta la speranza che Napoli, prima o poi, trovi anche uno spazio degno per raccontare la propria musica, la propria canzone, la propria anima popolare e colta insieme.

Troppi sogni, forse. Ma senza sogni Napoli non sarebbe Napoli.

❦ ❦ ❦

 

2 commenti

Lascia una risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

error: Content is protected !!

© Design Antonio Nacarlo 2026

Napoli Up Close è un progetto editoriale indipendente fondato da Antonio Nacarlo

Chi sono
Il progetto Contatti
Cerca nel sito
×