La parlesia

L’argot dei posteggiatori napoletani: storia di un mondo scomparso, delle sue parole e della loro trasformazione nella musica del Novecento.

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La parlèsia appartiene a quella famiglia di linguaggi che nascono dentro una comunità, crescono attraverso la frequentazione quotidiana e finiscono per raccontare, meglio di molti documenti ufficiali, il mondo sociale che li ha prodotti.

Chiamarla semplicemente «slang» sarebbe improprio. È un argot, un gergo di gruppo costruito sopra la lingua e il dialetto già parlati dai suoi utilizzatori. Non serviva soltanto a rendere meno comprensibile una conversazione agli estranei, ma a riconoscersi, a stabilire una complicità, a nominare persone, oggetti e situazioni di un’esperienza professionale condivisa.

A Napoli la parlèsia prese forma intorno ai posteggiatori, i musicisti che per generazioni suonarono in ristoranti, trattorie, caffè, strade e luoghi di ritrovo portando con sé la canzone napoletana. Un mestiere, una piazza, una rete di rapporti, un repertorio, consuetudini precise. Uomini che vivevano di musica spostandosi continuamente dentro una città capace di assorbire e rielaborare tutto ciò che passava per le sue strade.

Nato nelle strade

Maria Teresa Greco, nel suo studio dedicato alla parlèsia, la colloca nel più ampio fenomeno dei gerghi italiani ed europei. Il gergo, osserva, non costituisce una lingua autonoma. Poggia sulla lingua o sul dialetto del gruppo che lo utilizza e interviene soprattutto sul lessico, mentre la sintassi resta quella della parlata di base. Un napoletano che conosca perfettamente il proprio dialetto può incontrare una frase in parlèsia e comprenderne la struttura senza riuscire a decifrarne le parole fondamentali: la lingua comune rimane riconoscibile, il vocabolario viene rifatto.

Le parole possono essere deformate, accorciate, trasformate foneticamente; possono nascere da metafore, metonimie, prestiti, suffissi, giochi fonici, e assumere significati completamente nuovi rispetto alla parola di partenza. In questo senso la parlèsia è anche un esercizio di creatività collettiva: una comunità prende le parole che conosce e le sposta altrove. Il risultato può essere ironico, allusivo, grottesco; a volte l’origine della parola resta riconoscibile, altre volte viene mascherata del tutto. E’ il procedimento che Greco analizza attraverso il concetto di svisamento fonetico e semantico, uno degli elementi caratteristici della produzione gergale. Una lingua che si reinventa continuamente proprio perché non vuole coincidere con quella di tutti.

La parlèsia dei posteggiatori

A Napoli questo patrimonio gergale incontrò il mondo della musica. Il posteggiatore era una figura particolare. Musicista professionista, spesso privo del riconoscimento riservato alla musica accademica, viveva di esecuzioni nei luoghi pubblici e privati, e la sua attività dipendeva dal rapporto diretto con il pubblico, dalle occasioni, dalle richieste, dalle relazioni personali. Il suo mondo era quello della posteggia, e la parlèsia diventa così un linguaggio professionale.

Non serviva soltanto a parlare senza essere compresi, ma a nominare il mondo del lavoro. Gli strumenti, il denaro, i colleghi, i clienti, le situazioni della strada, le persone incontrate durante l’attività. La sua forza derivava dalla condivisione. Un termine aveva valore perché qualcuno lo conosceva e qualcun altro, dello stesso ambiente, lo comprendeva. Il gergo diventava così una forma di appartenenza. La sociolinguistica ha individuato in questa funzione uno degli elementi fondamentali del fenomeno gergale, il codice che crea solidarietà interna e insieme traccia un confine verso chi rimane fuori.

Il palazzo del diavolo e Pino Daniele.jpg fondo avorio, effetto carta ruvida, disegno a matita con inchiostro schizzato e contrasti marcati in stile noir
Disegno di Antonio Nacarlo

Una lingua costruita con l’immaginazione

La parte più affascinante della parlèsia sta forse nel suo vocabolario. Procedimenti linguistici nei quali la parola viene trasformata attraverso associazioni figurative, deformazioni e sostituzioni, con un risultato sorprendentemente concreto. Una parola può essere sostituita da qualcosa che le assomiglia, che la richiama, che ne rappresenta una caratteristica. È un modo di pensare prima ancora che un modo di parlare, e in questo emerge qualcosa che appartiene profondamente alla cultura popolare napoletana. La capacità di nominare il mondo attraverso immagini immediate, spesso ironiche e deformanti.

Non è necessario spiegare la battuta. La parola stessa contiene già la scena.

Niente di scritto

La trasmissione della parlèsia era prevalentemente orale, il che ne rende difficile la ricostruzione storica. La trasmissione orale dei gerghi rende spesso impossibile seguire con precisione l’itinerario di una parola. Quando un termine passa da un gruppo a un altro, da una città a un’altra, da un mestiere a un ambiente differente, raramente lascia una documentazione capace di registrare il passaggio.Il gergo vive finché vive la comunità, e quando la comunità si scioglie il vocabolario può scomparire rapidamente.

In memoria di James fondo avorio, effetto carta ruvida, disegno a matita con inchiostro schizzato e contrasti marcati in stile noir
In memoria di James- disegno di antonio nacarlo

Cosa rimane delle parole?

La crisi della posteggia modifica il rapporto fra gergo e ambiente originario. La parlèsia comincia a circolare in ambienti musicali più ampi, anche da musicisti estranei alla tradizione originaria dei posteggiatori. È una trasformazione decisiva: il gergo non appartiene più esclusivamente al mondo che lo aveva prodotto, la parola comincia a viaggiare da sola.

Ed è proprio qui che si colloca una parte importante della storia musicale napoletana del secondo Novecento. Con i Napoli Centrale, Pino Daniele e James Senese su tutti, quella generazione di musicisti detta Napolitan Power che avrebbe aperto la musica napoletana al jazz, al blues, al funk e alle esperienze internazionali, il rapporto fra musica, strada e linguaggio conserva ancora una dimensione concreta. Qui la parlèsia può essere letta nella sua ultima grande stagione di linguaggio interno a una comunità musicale reale. Un passaggio che va però documentato con precisione nelle fonti relative ai singoli musicisti, e non semplicemente affidato alla memoria.

Oggi il problema è diverso. Il mondo sociale che aveva prodotto la parlèsia si è profondamente ridimensionato: la posteggia non costituisce più quel sistema professionale diffuso che aveva alimentato per decenni il gergo, e la circolazione orale fra musicisti dello stesso ambiente è venuta meno.

Per questo la parlèsia contemporanea rischia di assumere un’altra funzione: da strumento di comunicazione interna a segno di riconoscibilità. Una parola gergale può diventare un vezzo, un richiamo alla napoletanità musicale, un elemento di folklore professionale.

La parlèsia diventa così una specie di reperto vivente: ancora pronunciabile, ancora riconoscibile, ancora capace di evocare un mondo, mentre quel mondo non costituisce più la sua condizione naturale. È forse questo il destino di ogni argot quando perde il proprio ambiente.

Prima serve a vivere. Poi serve a ricordare come si viveva.

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Piccolo vocabolario della parlèsia

La parlèsia non dispone di un vocabolario infinito. Il suo lessico è relativamente ristretto e fortemente legato alla vita dei posteggiatori: la musica, il denaro, le persone, il lavoro, il sesso, il bere, il mangiare, gli imprevisti della strada. Proprio questa economia lessicale rende particolarmente importanti alcune parole, capaci di assumere significati diversi secondo il contesto.

A – L
Jammë — uomo, tizio

È una delle parole fondamentali dell’argot. Il femminile è jamma, mentre da jammë derivano numerose specificazioni: jammëtella, ragazza; jammëtiellë, ragazzino o persona poco importante; jammone, uomo importante; jammona, donna importante.

Jamma — donna

Il corrispondente femminile di jammë. Anche questa parola genera numerose espressioni e specificazioni.

Jamma base — fidanzata

Una delle espressioni più caratteristiche del lessico sentimentale della parlèsia. Base identifica la donna con cui il musicista ha una relazione stabile.

Jammone — uomo importante, persona di riguardo

La parola è entrata anche nella cultura musicale contemporanea. Greco la documenta esplicitamente come “uomo importante” e registra il suo impiego da parte di Pino Daniele in Marumbà.

Appunì / appunisce — fare, riuscire, capire, prendere, ottenere

È uno dei verbi fondamentali della parlèsia e forse quello che più di ogni altro mostra la natura elastica dell’argot. Non ha un significato unico: il senso viene determinato dalla frase. Può significare parlare o comprendere la parlèsia, riuscire in qualcosa, prendere qualcosa, ottenere un risultato. La sua caratteristica generale è una connotazione positiva.

Spunì / spunisce — fare uscire, perdere, pagare, non riuscire

È il verbo che si contrappone ad appunì. Anche qui il significato dipende dal contesto, con una tendenza generale verso un’accezione negativa. Spunì ‘e bbane, per esempio, significa pagare, far uscire i soldi.

Bbanè / ‘e bbane — soldi, denaro

È uno dei vocaboli più importanti dell’argot. ‘E bbanè significa i soldi, il denaro, mentre bano indica un soldo.

Santosa — serenata

La parola è legata al santo, cioè all’onomastico. La serenata veniva portata alla persona proprio in occasione del suo santo. La forma richiama direttamente questa pratica sociale.

Pusteggia / posteggia — l’arte del posteggiatore; il complesso musicale; l’esecuzione musicale

È il mondo professionale nel quale la parlèsia trova la sua origine storica. La parola indica tanto l’attività quanto il gruppo di musicisti che la esercita.

Tòche — bravo, capace, in gamba

Un giudizio positivo sulle capacità di una persona, in particolare di un musicista. O jammë è tòche: è uno che vale.

Loffio / loffia — scarso, mediocre, di cattiva qualità

Può riferirsi anche a un’esecuzione musicale. Una pusteggia loffia è una posteggia mal riuscita.

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M – V
Addò va / addovà — balzano, strano, inaffidabile

O jammë è addò va: il tizio è strano, imprevedibile, non ci si può fidare. La locuzione richiama l’idea di chi va dove gli capita, agendo senza una direzione precisa.

Fa’ addò va — stai zitto, fai attenzione, lascia perdere

È una locuzione diversa da addò va con valore aggettivale. Nel repertorio compare come invito al silenzio o alla prudenza.

Ntartì / ndartita — defecare / escremento

‘A ndartita indica la defecazione. È una voce legata alla concretezza della vita quotidiana dei posteggiatori.

Lanzì — urinare

Verbo relativo ai bisogni fisiologici, particolarmente presente nel lessico gergale proprio per la necessità di poterli nominare senza essere immediatamente compresi dagli estranei.

‘O Prosë — il sedere

È anche alla base dell’espressione appunimmë ‘o prosë, “sediamoci”.

Scartiloffio — il “pacco”, il furto con destrezza

È una voce condivisa con altri gerghi napoletani e non esclusivamente musicale. Mostra la continua osmosi fra gli argot della strada.

Scartiloffista — chi pratica lo scartiloffio

Lo specialista del “pacco”. Anche questo termine appartiene a un’area gergale più ampia della sola parlèsia.

Bacone / bbacone — sciocco, incapace, persona che non vale

Greco registra bbacone con il significato di “sciocco” e lo documenta, insieme a jammone, nella canzone Marumbà di Pino Daniele.

Fangóse — scarpe

Deriva da fango attraverso il suffisso gergale -òse. È una voce diffusa anche nel patrimonio di altri gerghi italiani.

Allagrosa — chitarra

Una delle numerose denominazioni gergali dello strumento più importante della posteggia.

Sciusciosa — fisarmonica

Il termine richiama il mantice dello strumento e il suo “soffiare”. È costruito sul napoletano sciuscià.

Lasagne — portafogli

Una metafora concreta: il portafogli viene associato alla forma piatta e larga della lasagna.

Valzer — andarsene

Dal movimento vorticoso della danza nasce il significato di “andarsene”. Appunimmë ‘o valzer: andiamocene.

Valzer in do minore — lasciare una donna dopo una relazione

La metafora del valzer viene ulteriormente specializzata: l’espressione indica l’abbandono della propria compagna.

Scoglio — naso

Il naso diventa uno “scoglio” perché sporge dal volto come uno scoglio emerge dal mare.

Èvèra — baffi

Dal napoletano èvèra, “erba”. L’immagine è quella della vegetazione che cresce sul volto. Èvèra a ‘o scoglio: i baffi sotto il naso.

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