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C’è un cancello chiuso a Barra che racconta più di mille parole. È quello del Parco di Villa Letizia: oltre 20.000 metri quadrati di verde recuperati con fondi pubblici, puliti, sistemati, pronti. E tuttavia inaccessibili. I residenti guardano dall’esterno ciò che dovrebbe essere loro. Non è una novità, in questo quartiere della periferia orientale di Napoli: è la norma.
Eppure Barra non è sempre stata così. Anzi, per secoli è stata tutt’altro.
Tresana, ovvero “tre volte sana”
Prima di chiamarsi Barra, questo lembo di terra alle spalle della costa si chiamava Tresana. Greci e romani la scelsero come luogo appartato e salubre, lontano dal caos della città. Non durò: l’area si impaludò rapidamente e bisognò aspettare Carlo I d’Angiò per la prima bonifica. Il re francese saldò un debito con la famiglia De Coctis donando loro questa terra strappata alle paludi, allora ridotta a un ammasso di sabbia e arbusti.
Nel periodo aragonese gli orti furono sistemati razionalmente, Ferrante volle un sistema di canalizzazione delle acque noto come “Fosso Reale” e si svilupparono le arti della lana e della seta, favorite da esenzioni fiscali. Nel 1490 i vari villaggi della zona si unificarono nel Casale di Barra di Serino.
Il Miglio d’oro e i nobili in villeggiatura
Nel Settecento lo splendore raggiunse il suo apice. Carlo III fece costruire la Reggia di Portici e l’antica Strada Regia delle Calabrie si trasformò nel Miglio d’oro: i nobili più importanti del regno vi edificarono ville sontuose per restare vicini alla corte. Da Barra a San Giovanni, da San Giorgio a Cremano fino a Portici ed Ercolano fu un proliferare di dimore d’élite, giardini rococò ed esedre neoclassiche progettate da Vanvitelli, Fuga, Vaccaro, Sanfelice, Gioffredo.
A Barra, considerata tra i luoghi più freschi e ambiti dell’area, sorsero ville una più bella dell’altra: Villa Solimena, dove morì nel 1747 il grande pittore Francesco; Villa Bisignano con gli affreschi di Aniello Falcone; Villa Pignatelli di Monteleone; Villa Finizio, dimora dell’archeologo Bernardo Quaranta. E poi Villa Amalia, Villa Giulia, Villa Diana, Villa Sant’Anna, Villa Letizia, quella col cancello chiuso.

I Gigli che danzano a settembre
Le radici di Barra non sono solo nelle pietre delle ville. Sono anche nelle feste, che resistono al degrado con una vitalità sorprendente.
Il 26 luglio, giorno di Sant’Anna, la statua della madre di Maria, opera di Giuseppe Picano, viene portata in processione quasi cullata per le strade del centro storico, tra canti e preghiere. Una devozione contadina antichissima: quella data corrisponde al tempo della semina.
Ancora più spettacolare è la festa dei Gigli, l’ultima domenica di settembre. Obelischi di legno e cartapesta che pesano oltre venticinque quintali vengono fatti danzare tra le vie a suon di musica. Le assi di legno con cui vengono sollevati si chiamano ‘e varre (le barre) e i portatori sono detti “cullatori”, centoventotto in tutto, divisi in paranze. La festa arrivò a Barra nel 1822, portata da facchini del porto che avevano conosciuto la celebrazione nolana. Ma le sue radici sono ben più antiche: alcuni studiosi le ricollegano alle antiche falloforie greche, processioni propiziatorie in onore di Dioniso celebrate proprio nel periodo della vendemmia.
La realtà di oggi: un quartiere lasciato a sé stesso
Tutto questo, la storia, le ville, le feste, convive con una realtà che è difficile ignorare.
Villa Letizia, residenza principesca del XVII secolo tutelata dalla legge sulle Ville Vesuviane, ha visto il suo parco occupato dopo il terremoto del 1980 dai cosiddetti “bipiani”. Solo nel 2022 sono partiti i lavori di riqualificazione, finanziati con 330.000 euro del Piano Strategico della Città Metropolitana. Nella primavera del 2024 il parco era finalmente pulito e le strutture rinnovate. I cancelli, però, sono rimasti chiusi, pare per mancanza di personale di custodia.
Nel 2019 fu approvato anche il progetto per una caserma dei Carabinieri all’interno della villa stessa. Nel 2022 furono stanziati 506.000 euro. La caserma non esiste ancora.
Il problema non è economico. Il Comune stanzia 80.000 euro all’anno per le aree verdi nelle municipalità, eppure nella VI, quella di Barra, Ponticelli, San Giovanni a Teduccio, sette parchi su dieci sono chiusi. I fondi ci sono. La questione è politica: nella stessa città convivono realtà con un accesso radicalmente diverso ai servizi essenziali. Tutti i cittadini contribuiscono allo stesso modo alle casse pubbliche, ma i benefici non tornano equamente a tutti. Mentre alcune zone della città vedevano arrivare investimenti del PNRR per riqualificazione urbana e valorizzazione culturale, la periferia orientale restava, ancora una volta, fuori dalla lista.
A Barra non c’è un bancomat. La biblioteca comunale è chiusa. I centri culturali sono deserti. A pochi passi da Villa Letizia, nell’area che ospitava un campo rom, sorge oggi una discarica abusiva di materiali tossici che periodicamente prendono fuoco, sprigionando fumi nocivi sulle case dei residenti, uno scenario che ricorda le zone più dimenticate della Terra dei Fuochi.
Nel cortile di una scuola elementare campeggia il tendone di Save the Children. Un’organizzazione internazionale che interviene nelle zone di guerra e di emergenza umanitaria. Qui è a Napoli, quartiere Barra, anno 2026. E Save the Children non è sola: nel quartiere operano 45 realtà del terzo settore, associazioni e organizzazioni che ogni giorno tappano i buchi lasciati aperti dalle istituzioni. È una ricchezza civile autentica, che però non dovrebbe essere necessaria in questa misura. Quando il volontariato diventa l’unica rete di sicurezza, significa che lo Stato si è già ritirato.
Non stupisce, in questo contesto, che alcuni giovani scivolino verso la violenza. Stupisce semmai che qualcuno si stupisca ancora.
Chi scrive abita a Barra. Non ne conosce ogni vicolo né ogni storia. Ma conosce la sensazione quotidiana di vivere in un luogo che la città ufficiale sembra non vedere.

Chi aprirà quel cancello?
Napoli si racconta al mondo come città turistica, capitale della cultura, patrimonio dell’umanità. È tutto vero. Ma è vero anche che dentro questa stessa città esistono geografie diverse, con diritti diversi. Alcuni siedono al tavolo e scelgono dal menù. Ad altri non è consentito nemmeno entrare.
Comune, Municipalità, Regione, Stato: la domanda è semplice. Chi si prende la responsabilità di aprire quel cancello? Chi dice, una volta per tutte, che anche Barra è Napoli?
La città della sirena, quella a due code che campeggia ancora sullo stemma del quartiere, aspetta una risposta.
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Curiosità
La sirena a due code: un simbolo universale
Sullo stemma di Barra campeggia Partenope nella sua forma più antica: una sirena con due code di pesce e la corona sul capo. Un’immagine che molti riconoscono senza saperlo è la stessa che appare, rielaborata, nel logo di Starbucks.
L’emblema nacque intorno al 1490 per celebrare l’unificazione del nucleo originario di Sirinum, il cui stemma aveva una sirena con una sola coda, con i villaggi di Casabalera e Tresano. Ancora oggi il cuore del quartiere si chiama Corso Sirena.
Le origini della sirena bicaudata risalgono al Medioevo, quando il passaggio dalla forma d’uccello a quella marina avvenne per ragioni teologiche: solo agli angeli era concesso avere le ali. Le sirene, relegate tra i demoni, trovarono però posto sui portali delle chiese romaniche di tutta Europa con funzione apotropaica, da Pavia a Bitonto, da Milano ad Acerenza.
In Irlanda esistono figure ancora più antiche: le Sheela na Gig, immortalate nell’atto di mostrare la vulva, con lo scopo di proteggere dal Male.
Ancor prima, nella cultura etrusca, a Sovana esiste la celebre Tomba della Sirena, scolpita nel tufo: qui l’essere mitico ha sia le ali che la doppia coda, sintesi perfetta di cielo e terra, vita e morte.
A Barra il legame con Partenope è però ancora più profondo. Il mito vuole che qui scorresse il Sebeto, il fiume a cui la sirena era legata. Dalla loro unione nacque Sebetide, ninfa che con Telone generò Ebalo, futuro re di Palepoli, citato nell’Eneide di Virgilio.
Quando Partenope morì, la sua tomba fu eretta sulla foce del fiume. E la città, da quel giorno, prese il suo nome.
antico stemma del Comune di Barra



