La sirena di San Pietro ad aram

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Solo ora mi decido a parlare. I miei giorni stanno finendo e un segreto custodito per settant’anni pesa più della paura di non essere creduti. Per tutta la vita ho pensato che sarei morto senza raccontare ciò che vidi da bambino in una chiesa di Napoli. Adesso non ne vedo più il motivo.

Era una mattina calda di luglio. I miei genitori erano a Napoli per la prima e unica volta della loro vita. Mentre parlavano con un sacerdote davanti all’altare maggiore della antica basilica, mi lasciarono libero di girare tra le navate.

Avevo l’età in cui una chiesa è soltanto un luogo enorme, silenzioso e noioso, e fu proprio quella noia a portarmi davanti alla statua di San Michele Arcangelo.La osservai dal basso. Era imponente. L’arcangelo teneva la spada sulla spalla e schiacciava con il piede una figura che tutti avrebbero definito il demonio. Eppure qualcosa non mi convinceva. Il volto di San Michele non aveva la durezza di un guerriero. Aveva lineamenti dolci, quasi malinconici. Continuai a guardare quella figura ai suoi piedi. Anche il suo viso era quello di una donna. Non era un diavolaccio.

La curiosità ebbe il sopravvento. Girai intorno al piedistallo e mi infilai nello stretto spazio tra il marmo e il muro, un punto che nessuno aveva motivo di raggiungere. Fu allora che vidi la coda. Non era una coda di serpente. Non apparteneva a un demone. Era una coda di pesce, doppia, scolpita con una precisione incredibile. Ogni squama era incisa nel marmo e le due estremità si aprivano come quelle delle antiche sirene medievali.

In quello stesso istante sentii odore di mare. Non era possibile. Ero dentro una chiesa. Eppure l’aria cambiò. Mi sembrò di sentire la risacca e il rumore delle onde contro gli scogli. Quando mi voltai una donna era accanto a me dove, un attimo prima, quello spazio era vuoto.

Era bellissima. Ancora oggi, dopo tanti anni, non saprei descriverla senza impoverirne il ricordo. Aveva qualcosa di profondamente umano e qualcosa che umano non era. Un bambino riconosce certi pericoli prima ancora di saper dare loro un nome. Io capii subito che quella donna avrebbe potuto uccidermi e che aveva scelto di non farlo.

Mi sorrise.«Stai guardando nella direzione giusta» disse.

Indicò la figura sotto il piede dell’arcangelo.

«Quella sono io.»

Pensai che fosse pazza. Lei sembrò leggermi nel pensiero e mi chiese se avessi notato il volto e la coda. Annuii.

«Gli adulti non guardano mai davvero. Vedono quello che qualcuno ha già spiegato loro.»

Poi iniziò a raccontare. Molti secoli prima, disse, era arrivato a Napoli un giovane guerriero mandato dalla Chiesa. Aveva il compito di cancellare gli ultimi culti del mare, abbattere i santuari antichi e convincere il popolo ad abbandonare ogni devozione pagana.

Era un uomo colto, devoto e sincero. Credeva fino in fondo alla missione che gli era stata affidata.

Lei decise di avvicinarlo. Assunse l’aspetto di una ragazza e lo incontrò sulla spiaggia. Lui se ne innamorò perdutamente. Per quasi un anno vissero la passione come due comuni giovani. Camminavano sul litorale, parlavano fino al tramonto e lui non sospettò mai la sua vera natura.

Quando la scoprì, il suo mondo crollò. Non fu una decisione presa in un istante. Per settimane cercò una strada diversa. Continuava ad amarla e continuava a credere che la sua missione fosse giusta. Ogni certezza della sua vita dipendeva da quel compito. Se avesse rinunciato a distruggere ciò che rappresentava quella donna avrebbe rinnegato la propria fede, il proprio giuramento e l’uomo che aveva creduto di essere.

Alla fine scelse ciò che gli sembrava inevitabile. La colpì sulla riva del mare. Quando il sangue raggiunse le squame accadde qualcosa che nessuno dei due aveva previsto. Il tempo si fermò. I loro corpi si trasformarono in pietra nello stesso istante. Lui rimase in piedi con il gesto della condanna ancora impresso nel volto. Lei rimase ai suoi piedi. Era prigioniera della pietra, ma non era morta. La donna tacque per qualche secondo. Poi continuò.

Passarono i secoli. Uno scultore trovò quelle due figure pietrificate sulla costa. Capì immediatamente che non erano semplici rocce. Le liberò dalla pietra che ancora le imprigionava senza modificarne le forme. Conservò il volto della donna, lasciò intatta la coda di pesce e rispettò persino l’espressione dell’uomo. Quando consegnò l’opera alla Chiesa disse che rappresentava San Michele mentre sconfigge il demonio. Nessuno fece domande. Tutti videro quello che si aspettavano di vedere.La Chiesa acquistò la statua convinta di celebrare la vittoria sul paganesimo. Nessuno si accorse che il demonio aveva il volto di una donna e la coda di una sirena.

«È stato l’inganno più lungo della mia vita» disse. «Da allora milioni di persone hanno pregato davanti alla nostra storia senza riconoscerla.»

Non dimenticai una sola parola. Crescendo studiai la storia di Napoli, consultai archivi, libri e documenti. Tornai molte volte davanti a quella statua. Ogni volta osservavo gli stessi particolari. Il volto femminile della figura schiacciata. La coda bifida nascosta dietro il corpo. Nessuno sembrava farci caso. Compresi che quella leggenda raccontava qualcosa di più grande.

Napoli non ha mai rinunciato del tutto al proprio passato. La città ha accolto il cristianesimo senza dimenticare il mare che l’aveva generata. Ha continuato a vivere con due anime che convivono nello stesso luogo. La fede e il mito, i santi e Partenope, la devozione e la vita si sono intrecciati senza cancellarsi a vicenda. Prima di andare via, la donna mi guardò ancora una volta.

«Io non ho una tomba» disse. «Non sono mai morta. Finché il mare bagnerà questa città continuerò a esistere.»

In quel momento sentii mio padre chiamarmi. Uscii da quello spazio dietro il piedistallo e corsi verso i miei genitori. Non raccontai nulla. Pensai che nessuno mi avrebbe creduto. Quella sera passeggiavamo su via Caracciolo. Mi allontanai per pochi passi e guardai il mare. Pronunciai sottovoce il nome che la donna mi aveva affidato.

«Parthenope»

Le acque del golfo erano immobili. Poi vidi qualcosa muoversi sotto la superficie, un fugace saluto da una mano gentile.

Non l’ho mai raccontato a nessuno. Fino a oggi.

Nella realtà

La statua di San Michele Arcangelo con la sirena si trova nella prima cappella a sinistra della Basilica di San Pietro ad Aram, nel cuore del centro storico di Napoli. È un’opera in marmo realizzata nella prima metà del Cinquecento. La scheda del Catalogo Generale dei Beni Culturali la data tra il 1500 e il 1549 e la attribuisce a Giovanni Merliano da Nola. Per approfondire la storia della basilica e delle sue opere puoi leggere questo articolo

Nota dell’autore.

Nel racconto la figura ai piedi di San Michele viene interpretata come la sirena Partenope. Si tratta di una scelta narrativa ispirata ai particolari della scultura, in particolare al volto femminile e alla coda di pesce, mentre l’iconografia ufficiale identifica la figura con il demonio sconfitto. Il racconto è quindi una leggenda costruita a partire da un’opera realmente esistente.

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