Partenope o Lilith?
Un viaggio tra mito, storia e simbolo nel cuore di Napoli.
Introduzione e descrizione
Tra i palazzi “Eclettici” di Corso Umberto I, veri paraventi urbani evocati da Matilde Serao, sopravvivono meraviglie inattese. In Via Guacci Nobile, addossata a una fabbrica post-barocca, emerge la Fontana della Spinacorona. L’opera mostra una sirena (avis mulier) che placa gli ardori del Vesuvio con l’acqua che sgorga dai seni.
Completano la scena una vasca “a festoni” e due fregi con gli stemmi di Carlo V. Una lapide latina, di scuola pontaniana, recitava: “Dum Vesevi Syrena Incendia Mulcet” (“La sirena placa il fuoco del Vesuvio”). All’inizio del Novecento qualcuno la trafugò.
Il nome “Spinacorona” richiama la chiesa trecentesca di Santa Caterina “in spina Crucis”, voluta dagli Angioini. Lì si custodiva una reliquia della Passione. La fontana correva lungo le mura perimetrali del complesso. Il popolo, di fronte agli zampilli modellati dallo scultore, la chiamò “fontana delle Zizze”.
Cronologia e restauri
Le fonti non indicano con certezza l’epoca della costruzione. La Platea delle acque del 1498, però, testimonia la presenza della fontana già “in situ”. Nella prima metà del Cinquecento il viceré don Pedro Álvarez de Toledo ne promosse il restauro su disegno di Giovanni da Nola. Lo conferma anche lo stemma di Carlo V.
Nel 1920 la statua della sirena lasciò il posto a una copia di Tito Angelini. L’originale, oggi musealizzato, si trova alla Certosa di San Martino. Un restauro recente, sostenuto da fondi UNESCO, ha eliminato incrostazioni secolari e ha rivelato differenze di stile e di datazione tra le parti.
Vasca e fregi rientrano nello stile tardo rinascimentale di Giovanni Merliano da Nola. Il Vesuvio e la statuetta della sirena mostrano invece una mano diversa. Anche i marmi non coincidono: tre tonalità raccontano fasi esecutive distinte.
La Giudecca e l’acqua viva
Propongo ora una lettura deduttiva, senza pretese filologiche. Partiamo dal luogo. Dal IX secolo d.C. l’area tra le rampe di San Marcellino e Portanova ospitò la comunità ebraica: la “Giudecca di San Marcellino”. Il sito Jewishitaly.it ricorda l’attività dei tessitori e attesta una sinagoga già nel 989.
Nel 1290 quella sinagoga divenne la chiesa di Santa Caterina “in spina Crucis”. Sul lato dell’edificio sorge la “fontana delle Zizze”. Le fonti ebraiche prescrivevano una vasca per le purificazioni rituali (Mikveh) accanto a ogni luogo di culto. La vasca risultava valida solo con “acqua viva”, cioè di fonte.
La Platea delle acque specifica che la Spinacorona riceveva l’acqua dal fiume Sebeto attraverso il “pozzo di San Marcellino”. Il dato rende plausibile un uso rituale primitivo, poi riletto nel tempo.
Partenope o Lilith?
A Napoli, città nata sul mito di Partenope, la sirena sembra una scelta scontata. L’arte pre-romanza (VIII–IX secolo), però, adottò la sirena donna-pesce come simbolo della lussuria. La tradizione greca, più antica, rappresentò invece la creatura come donna-uccello. Su Partenope trovi una panoramica qui: la Sirena Partenope: mito, storia e luoghi.
La letteratura rabbinica tramanda un’altra figura: Lilith. Nella tradizione, fu la prima moglie di Adamo, creata dalla stessa polvere. Rivendicò pari dignità, rifiutò l’obbedienza e lasciò l’Eden. La leggenda la trasformò in creatura notturna, metà donna e metà uccello, con funzione apotropaica.
Il confronto con il Rilievo Burney del British Museum rafforza l’ipotesi. La sirena della Spinacorona condivide tratti con l’immaginario di Lilith più che con la Partenope classica. L’idea non sostituisce la tradizione locale, ma la arricchisce di senso.
Espulsioni, riletture, ritorni
Nel 1510, con l’ingresso degli spagnoli, gli ebrei dovettero pagare 300 ducati per evitare l’espulsione. Nel 1535 l’onere aumentò. Molti partirono. Entro il 1541 l’espulsione risultò compiuta. Proprio in quegli anni la fontana conobbe rifacimenti e nuove letture simboliche. Il dialogo fra memoria ebraica, devozione civica e gusto “neo-pagano” entrò nella pietra.
Dopo secoli di oblio, i locali che ospitarono la sinagoga e poi la chiesa della Spinacorona si avviano a tornare alla comunità ebraica, secondo le intenzioni dell’ex arcivescovo di Napoli, cardinale Crescenzio Sepe. La città riprende un filo antico.
Epilogo
Che si tratti di Partenope o di Lilith, la Spinacorona racconta una verità semplice: Napoli non smette di specchiarsi nell’antico. Curzio Malaparte lo disse con parole celebri: Napoli è una Pompei mai sepolta, l’unico mondo precristiano ancora in superficie. In questa fontana convivono acqua e fuoco, sirena e demone, fede e difesa: un’unica storia che scorre.
Fonte storica
Gennaro Aspreno Galante, Guida Sacra della città di Napoli, Napoli.Stamperia del Fibreno, 1872.
Un testo fondamentale per la conoscenza topografica e devozionale di Napoli ottocentesca. Galante, erudito e canonico, documentò con rigore chiese, conventi, opere d’arte e monumenti religiosi, offrendo una testimonianza insostituibile della città prima delle grandi trasformazioni del Risanamento.




[…] caso significativo è la fontana della Spinacorona, dove la figura femminile con seno da cui sgorga acqua viene tradizionalmente identificata con […]
[…] della comunità ebraica in città, sede della prima sinagoga, nei pressi dell’attuale Fontana Spinacorona, detta anche delle Zizze. Nel 1541 Pedro de Toledo aveva firmato il decreto di espulsione definitiva […]