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“L’eroe del Risorgimento”
Quando si pronuncia il nome di Enrico Cialdini, pochi italiani sanno di chi si stia parlando. Eppure, nel Pantheon del Risorgimento, il generale modenese occupa un posto di primo piano. Per la storiografia ufficiale è l’uomo che contribuì in maniera decisiva alla nascita dello Stato unitario. Le sue statue furono innalzate nelle piazze, le sue imprese celebrate nei libri di scuola, il suo nome assegnato a strade e caserme.
Esiste però un’altra memoria, rimasta a lungo confinata nel Mezzogiorno, che racconta una storia profondamente diversa. È la memoria dei paesi incendiati, delle fucilazioni sommarie, delle famiglie costrette ad assistere alla distruzione delle proprie case. In quella memoria Cialdini non è un liberatore, ma il comandante della repressione. Non un generale dell’Unità, ma il simbolo della guerra che seguì l’unificazione.
Nato a Castelvetro di Modena l’8 agosto 1811, Enrico Cialdini sembrava destinato a una vita lontana dagli eserciti. Iscrittosi alla facoltà di Medicina di Parma, abbandonò presto gli studi per prendere parte ai moti del 1831. La sconfitta dei rivoluzionari lo costrinse all’esilio. Riparò prima in Francia e poi in Spagna, dove trovò nelle guerre carliste la sua vera scuola militare.
Per oltre quindici anni combatté in un esercito straniero, imparando una concezione della guerra fatta di disciplina assoluta, rapidità decisionale e repressione senza esitazioni delle rivolte. Quando nel 1848 tornò in Italia era già un ufficiale esperto, temprato da una delle guerre civili più sanguinose dell’Europa dell’Ottocento.
Messo al servizio del Regno di Sardegna, la sua carriera fu rapida. Combatté nella Prima guerra d’indipendenza, partecipò alla campagna del 1859 contro l’Austria e raggiunse la consacrazione il 18 settembre 1860 a Castelfidardo, dove l’esercito pontificio venne sconfitto aprendo ai piemontesi la strada verso il Mezzogiorno.
Per Vittorio Emanuele II era il generale ideale: obbediente, risoluto, privo di esitazioni politiche. Proprio per questo, nell’autunno del 1860, gli venne affidata la missione più delicata dell’intero processo unitario: conquistare l’ultima roccaforte del Regno delle Due Sicilie.
Fu a Gaeta che il nome di Enrico Cialdini entrò definitivamente nella storia d’Italia. Ed è proprio a Gaeta che, secondo molti storici, si manifestò per la prima volta quel metodo di guerra che avrebbe poi applicato al Mezzogiorno interno.

Gaeta: il laboratorio della repressione
Quando Cialdini assunse il comando dell’assedio di Gaeta, la fortezza resisteva ormai da settimane. Francesco II di Borbone, con ciò che restava del suo esercito, aveva scelto di continuare la guerra nonostante la caduta di Napoli. Era l’ultimo baluardo del Regno delle Due Sicilie.
Il Regno di Sardegna aveva avviato la campagna militare senza una preventiva dichiarazione di guerra al Regno borbonico. La spedizione dei Mille e il successivo intervento diretto dell’esercito sabaudo travolsero rapidamente il Regno delle Due Sicilie, uno Stato sovrano riconosciuto dalle principali potenze europee. Gaeta rappresentava l’ultimo ostacolo alla proclamazione del nuovo Regno d’Italia.
Cialdini sostituì il generale Alfonso La Marmora con un obiettivo preciso: chiudere rapidamente l’assedio.
Per raggiungerlo fece ricorso a un impiego massiccio dell’artiglieria moderna. L’artiglieria piemontese lanciò migliaia di granate contro la città. Le batterie piemontesi non colpirono soltanto le opere difensive, ma anche quartieri abitati, edifici civili e ospedali militari. La popolazione visse per settimane nei sotterranei, tra epidemie, fame e bombardamenti continui.
La corrispondenza diplomatica dell’epoca testimonia il crescente disagio delle potenze europee, in particolare della Francia di Napoleone III, che seguiva con attenzione le operazioni militari. La violenza dell’assedio alimentò critiche anche nella stampa estera, dove cominciò a emergere il dubbio che la conquista del Mezzogiorno stesse assumendo caratteristiche ben diverse da quelle della guerra di liberazione celebrata dalla propaganda risorgimentale.
La caduta di Gaeta, il 13 febbraio 1861, consegnò ai Savoia la vittoria definitiva sul Regno delle Due Sicilie. Vittorio Emanuele II premiò Cialdini con il titolo di duca di Gaeta. La sua reputazione raggiunse l’apice.
Ma quella vittoria lasciò anche un’eredità meno evidente. L’assedio dimostrò quale fosse la concezione militare del generale: la rapidità dell’operazione aveva un valore superiore a qualsiasi considerazione umanitaria. La popolazione civile diventava un elemento inevitabilmente coinvolto nelle operazioni belliche.
Pochi mesi dopo quella stessa logica sarebbe stata trasferita all’interno delle province meridionali. Non più contro un esercito regolare, ma contro migliaia di ex soldati borbonici che rifiutavano di riconoscere il nuovo Regno d’Italia, affiancati da contadini, legittimisti e bande armate. Il governo li avrebbe definiti semplicemente briganti. Cialdini avrebbe ricevuto il compito di eliminarli.
L’invasione e la nascita della resistenza
Il 17 marzo 1861 il Parlamento di Torino proclamò la nascita del Regno d’Italia. Per milioni di italiani fu il compimento di un sogno politico coltivato per decenni. Per una parte consistente della popolazione del Mezzogiorno, invece, quel giorno segnò l’inizio di una guerra che sarebbe durata anni.
La caduta del Regno delle Due Sicilie non pose infatti fine ai combattimenti. Francesco II non firmò mai un trattato di pace né un atto di resa che chiudesse formalmente il conflitto con il Regno di Sardegna. Dopo la capitolazione di Gaeta, numerosi ufficiali e migliaia di soldati borbonici rifiutarono di prestare giuramento al nuovo sovrano. Alcuni finirono nei campi di prigionia del Nord, altri riuscirono a sottrarsi alla cattura e raggiunsero le montagne dell’Appennino meridionale, dove continuarono a combattere in nome del re deposto.
Accanto a loro si unirono contadini impoveriti, ex gendarmi, volontari legittimisti giunti anche dallo Stato Pontificio e bande criminali che approfittarono del caos seguito alla caduta del Regno. Ridurre quel fenomeno alla sola criminalità significa ignorarne la complessità. Descriverlo esclusivamente come una guerra di liberazione sarebbe altrettanto riduttivo. Fu una miscela esplosiva di guerra civile, insurrezione politica, conflitto sociale e banditismo.
Il nuovo governo italiano scelse però una definizione precisa: brigantaggio. La parola non era neutrale. Trasformava un conflitto politico e militare in un problema di ordine pubblico, sottraendolo alla dimensione di una guerra e affidandone la soluzione quasi esclusivamente all’esercito.
In molte province del Mezzogiorno lo Stato unitario trovò una popolazione diffidente, spesso ostile. La leva obbligatoria, sconosciuta ai più, l’aumento della pressione fiscale, la soppressione di numerosi enti religiosi, la crisi economica provocata dalla rapida integrazione nel nuovo sistema amministrativo e la delusione di chi aveva sperato in una riforma agraria contribuirono ad alimentare la ribellione.
La risposta di Torino fu militare. Quello che inizialmente sembrava un fenomeno destinato a esaurirsi in pochi mesi si trasformò ben presto in un conflitto esteso a gran parte delle province meridionali.
Fu allora che il governo affidò a Enrico Cialdini il compito di ristabilire l’ordine.
Centoventimila soldati contro il Mezzogiorno
Quando Cialdini assunse la luogotenenza del re a Napoli, tra la fine del 1861 e l’inizio del 1862, il Mezzogiorno era ormai attraversato da una guerra che coinvolgeva decine di migliaia di uomini.
Nelle sue mani si concentravano poteri eccezionali. Era comandante del 6° Corpo d’Armata e rappresentante diretto della Corona nelle province meridionali. In pratica dirigeva contemporaneamente le operazioni militari e una parte rilevante dell’amministrazione civile. La distinzione tra governo e comando dell’esercito divenne sempre più labile.
Per soffocare l’insurrezione il Regno d’Italia mobilitò una forza enorme: circa 120.000 soldati, quasi la metà dell’intero esercito nazionale. Mai, dopo l’unificazione, una tale concentrazione di uomini sarebbe stata impiegata all’interno dei confini dello Stato contro una parte della propria popolazione.
Le colonne mobili attraversavano incessantemente Abruzzo, Molise, Terra di Lavoro, Basilicata, Capitanata, Irpinia, Sannio e Calabria. I paesi sospettati di sostenere gli insorti venivano circondati, perquisiti casa per casa e sottoposti a pesanti rappresaglie. La semplice accusa di aver fornito viveri, un rifugio o informazioni ai ribelli poteva comportare l’arresto, la fucilazione o l’incendio dell’abitazione.
In questo clima maturarono anche le prime misure eccezionali. Prima ancora dell’approvazione della legge 15 agosto 1863, n. 1409 (“Procedura per la repressione del brigantaggio e dei camorristi nelle Provincie infette“), molte province vissero di fatto in regime di guerra, con ampie limitazioni delle garanzie ordinarie e il ricorso sistematico ai tribunali militari. La legge avrebbe poi dato veste giuridica a strumenti già largamente sperimentati sul campo: arresti preventivi, domicilio coatto, processi militari e poteri straordinari concessi all’esercito.
Le testimonianze dell’epoca raccontano una repressione durissima. Fucilazioni sommarie, incendi di masserie e abitazioni, sequestri di bestiame, deportazioni e distruzione dei raccolti avevano un obiettivo preciso: isolare gli insorti privandoli del sostegno delle popolazioni locali. La guerra non si combatteva più soltanto contro uomini armati, ma contro l’intero tessuto sociale che avrebbe potuto alimentarli.
È in questo contesto che si colloca anche il giudizio sprezzante attribuito a Cialdini sul Mezzogiorno: «Questa è Africa! Altro che Italia!». Al di là del dibattito sull’esatta formulazione della frase, essa è diventata il simbolo di una mentalità diffusa in una parte della classe dirigente dell’epoca, convinta che le province meridionali dovessero essere prima disciplinate e solo successivamente integrate nel nuovo Stato.
La repressione raggiunse il suo punto più drammatico nell’agosto del 1861, quando gli avvenimenti di Pontelandolfo e Casalduni trasformarono una rappresaglia militare in uno degli episodi più controversi dell’intero processo di unificazione italiana.
«Essi bruciano ancora»
All’alba del 14 agosto 1861, due colonne dell’esercito italiano entrarono a Pontelandolfo e Casalduni. Poche ore prima il generale Enrico Cialdini aveva disposto una rappresaglia esemplare per vendicare l’uccisione di quarantuno militari italiani caduti nell’insurrezione dei giorni precedenti.
L’operazione fu affidata al colonnello Pier Eleonoro Negri e al maggiore Melegari, comandanti di due reparti della divisione del generale Maurizio Gerbaix de Sonnaz.
Secondo una tradizione documentaria ormai consolidata, l’ordine attribuito a Cialdini era inequivocabile:
«Di Pontelandolfo e Casalduni non rimanga pietra su pietra.»
Casalduni fu trovata quasi deserta. Gran parte della popolazione era riuscita a fuggire dopo aver appreso dell’arrivo delle truppe.
Pontelandolfo, invece, dormiva ancora.
I bersaglieri entrarono nel paese alle prime luci del giorno. Cominciò una rappresaglia destinata a segnare per sempre la memoria del Mezzogiorno.
Case incendiate dopo essere state saccheggiate. Civili fucilati. Chiese violate. Raccolti distrutti. Donne sottoposte a violenze. Intere famiglie travolte dalle fiamme.
Una delle testimonianze più impressionanti proviene da Carlo Margolfo, soldato del Regio Esercito presente all’azione.
«Entrammo nel paese: subito abbiamo incominciato a fucilare i preti ed uomini, quanti capitava; indi il soldato saccheggiava, ed infine ne abbiamo dato l’incendio…»
Non è il racconto di un sopravvissuto, né quello di un polemista borbonico. È il ricordo di uno dei militari che partecipò alla spedizione.
Pochi mesi dopo il deputato Giuseppe Ferrari visitò personalmente Pontelandolfo e denunciò alla Camera episodi destinati a diventare simbolici: i fratelli Rinaldi, entrambi favorevoli ai piemontesi, uccisi nonostante la loro fedeltà al nuovo Regno; la giovane Concetta Biondi, ricordata dalla tradizione locale come vittima del tentativo di violenza dei soldati.
Al termine dell’operazione il colonnello Negri inviò un telegramma al generale Cialdini.
«Ieri mattina all’alba giustizia fu fatta contro Pontelandolfo e Casalduni. Essi bruciano ancora.»
È difficile trovare una sintesi più efficace della logica che guidò quella spedizione.
A centosessant’anni di distanza, il giornalista Gian Antonio Stella ha definito Pontelandolfo «il più spaventoso massacro del Risorgimento», ricordando come quella pagina obblighi ancora oggi l’Italia a confrontarsi con il lato più oscuro della propria unificazione.
Nessuna punizione per il macellaio dell’unità d’Italia
Pontelandolfo e Casalduni non furono un episodio isolato. Furono il simbolo della strategia con cui il nuovo Stato affrontò l’insurrezione meridionale: colpire duramente perché l’esempio scoraggiasse ogni altra resistenza.
Enrico Cialdini non fu mai chiamato a rispondere di quella scelta. Continuò la sua carriera, divenne ambasciatore del Regno d’Italia e morì nel 1892 circondato dagli onori.
Più di centocinquant’anni dopo, il suo nome continua a dividere. Nel 2016 il Consiglio comunale di Napoli approvò all’unanimità un ordine del giorno che chiedeva la rimozione del suo busto dalla Camera di Commercio e, l’anno seguente, revocò la cittadinanza onoraria concessagli nel 1861.
La storia ha consacrato Enrico Cialdini come uno dei protagonisti dell’Unità d’Italia. La memoria di una parte del Mezzogiorno lo ricorda invece con un altro nome.
Il macellaio dell’Unità d’Italia.
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