
La storia che l’Italia volle dimenticare
Quando il Regno delle Due Sicilie cadde sotto l’avanzata piemontese, la guerra non finì: ne iniziò una più feroce, più silenziosa, dimenticata. Contadini, ex soldati borbonici, garibaldini delusi, legittimisti e disperati si sollevarono contro il nuovo Stato italiano, che si presentava come liberatore ma agiva da occupante.
«Su sette milioni di abitanti non arrivavano a cento quanti credessero nell’unità» denunciava Carlo Farini. E Giacomo Filippo Lacaita avvertiva Cavour: «I fautori dell’annessione erano ormai una minoranza». Il Sud, tradito dalle promesse di libertà e giustizia, si ribellò.
Perché il Sud insorse
L’avversione dei meridionali verso il nuovo Stato italiano non fu un capriccio nostalgico, ma una reazione lucida e disperata a un tradimento politico. Dopo l’annessione forzata del Regno delle Due Sicilie, sancita da un plebiscito truccato in cui votarono le camicie rosse e non i soldati borbonici, il Sud fu trattato come terra conquistata. Le promesse di libertà, giustizia e redistribuzione dei feudi si dissolsero in una pioggia di leggi torinesi, tasse incomprensibili e requisizioni.
«Perché quella famiglia, rovinata negli affetti e depredata nel patrimonio, avrebbe dovuto essere grata al Savoia che aveva scacciato il Borbone?» si chiese il conte Alessandro Bianco di Saint-Jorioz nel 1876. La risposta era evidente: non doveva. Il nuovo governo introdusse l’imposta sulla successione, che colpiva anche le vedove e gli orfani, e si accanì sulle piccole proprietà. I burocrati piemontesi occuparono tutti i posti pubblici, spesso con incompetenza e arroganza. «Ai mercanti piemontesi si danno le forniture più lucrose… A fabbricare le ferrovie si mandano operai piemontesi… A nutrici si prendono donne piemontesi quasi che neppure il latte di questo popolo sia salutevole» denunciava il duca di Maddaloni.
Il Sud fu consegnato ai generali, che instaurarono lo stato d’assedio e governarono con il terrore. Il generale Enrico Della Rocca ammise: «Da Torino mi scrissero di moderare le esecuzioni… ma io rispondevo: fucilate!». Il colonnello Fumel si vantava di aver mandato al patibolo «almeno 300 persone fra briganti e non briganti». Il generale Paolo Solaroli definiva i meridionali «le più grandi canaglie dell’ultimo ceto».
La repressione: fucilazioni, torture, stermini
La risposta dello Stato fu brutale. La legge Pica del 1863 legalizzò la guerra interna: tribunali militari, fucilazioni sommarie, arresti indiscriminati. Il generale Pinelli estese la pena di morte a chiunque insultasse lo stemma dei Savoia o incitasse alla rivolta, anche solo con parole. Il comandante Galatei ordinava: «Chiunque darà ricetto a un brigante sarà fucilato senza distinguere sesso e condizione».
Angela Romano, 9 anni, fu fucilata a Castellammare del Golfo. Il medico militare Antonio Rastelli torturò un sordomuto con 154 bruciature. Il generale Quintini ordinò esecuzioni per capriccio.
La repressione non risparmiò nessuno. Madri, sorelle e mogli dei sospettati venivano arrestate e «su di esse si sfrenava la libidine». Interi paesi furono rasi al suolo, come Pontelandolfo e Casalduni, incendiati e saccheggiati dai bersaglieri. Il diario del soldato Carlo Margolfo racconta:
«Abbiamo dato l’incendio… Quale rumore facevano quei poveri diavoli che, per sorte, avevano da morire, abbrustoliti sotto le rovine delle loro case».
Il Sud non vide nell’unità una liberazione, ma una nuova forma di oppressione.
I numeri del massacro
Quella che si consumò nel Mezzogiorno dopo l’Unità d’Italia fu una vera e propria guerra civile, durata almeno un decennio, dal 1860 fino alla presa di Roma nel 1870. Non fu una semplice “repressione del brigantaggio”, come spesso viene liquidata nei manuali scolastici, ma un conflitto interno sanguinoso, sistematico, e politicamente motivato. Secondo Roberto Martucci, le vittime furono 180.000. Tarquinio Maiorino calcolò 80.702 combattenti e altrettanti nei servizi ausiliari. Michele Topa cita 8.968 fucilati in un solo anno, 10.604 feriti, 6.112 prigionieri, 64 sacerdoti uccisi, 60 bambini sotto i 12 anni, 50 donne, 918 case distrutte, 6 paesi cancellati.
La Patagonia come Cayenna
Nel 1868, il governo italiano propose di deportare i ribelli in Patagonia, «non per fondare una colonia», ma per sterminarli. Il progetto fallì solo per il rifiuto dell’Argentina. Il Sud America, senza saperlo, salvò l’Italia da una vergogna storica.
Briganti, nomi e volti
Carmine Crocco, Ninco Nanco, Giosafatte Talarico, Pietro Corea, Giona La Gala: nomi che la gente ricordava, spesso con affetto. Alcuni briganti erano idealisti, altri criminali. Domenico Tiburzi rispettava i nemici, Gaetano Mammone inventava torture. I cantastorie li cantarono come eroi, mentre lo Stato li impiccava e ne mostrava i cadaveri come trofei.
Una Spoon River del Sud
«C’è più verità nelle strofe dei cantastorie che in una quantità di capitoli di storia compiacente». Così si chiude il racconto. Antonio Gramsci lo disse senza mezzi termini: «Lo Stato italiano fu una feroce dittatura per l’Italia meridionale, crocifiggendo, squartando, seppellendo vivi i contadini poveri».
Questo è la storia che non si insegna. Questo è il Sud che resiste. E che ancora oggi si domanda: furono briganti o furono partigiani?




[…] affiancati da contadini, legittimisti e bande armate. Il governo li avrebbe definiti semplicemente briganti. Cialdini avrebbe ricevuto il compito di […]