Carte di tressette

Dopo la caduta della camorra ottocentesca, guappi e “carte di tressette” dominarono il mercato nero e gli affari del dopoguerra, anticipando nuovi equilibri criminali.

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disegno su fondo avorio a china, personaggi vari degli anni 50 a napoli, gangster
disegno di Antonio Nacarlo

La transizione camorrista

La stagione della camorra ottocentesca si era sostanzialmente conclusa prima dell’avvento del fascismo. L’inchiesta Fabbroni e il processo Cuocolo avevano inferto un colpo decisivo alla Bella Società Riformata. Ricorrendo a strumenti investigativi e giudiziari che avrebbero suscitato, nel tempo, non poche riserve sul piano delle garanzie processuali. Quando Mussolini consolidò il proprio potere, non trovò più l’antica organizzazione urbana, ma una criminalità diffusa che aveva conservato le sue propaggini soprattutto nella vasta provincia di Terra di Lavoro. Qui il regime decise di assestare quello che riteneva il colpo definitivo. Mentre Cesare Mori conduceva in Sicilia la campagna contro la mafia, in Campania fu inviato il maggiore dei carabinieri Vincenzo Anceschi. Egli, profondo conoscitore del territorio, con un mandato che lo stesso Mussolini sintetizzò in poche parole.

«Liberatemi di questa delinquenza col ferro e col fuoco.»

Nel 1927 il regime abolì la storica provincia di Terra di Lavoro, spartendone il territorio tra Campania e Lazio. La riorganizzazione amministrativa rispondeva a molteplici esigenze dello Stato fascista. Inoltre rientrava anche nella strategia di disarticolare quei contesti territoriali nei quali la delinquenza rurale aveva costruito, nel corso di decenni, solide reti di protezione e di influenza.

L’offensiva del regime non determinò la scomparsa della criminalità organizzata nelle campagne. Le reti di mediazione illegale sopravvissero adattandosi al nuovo contesto. Esse, rinunciarono alle forme esteriori della vecchia camorra e privilegiarono strutture meno visibili. Più prudenti e maggiormente integrate nel tessuto economico locale. Fu proprio questa capacità di adattamento a consentire, negli anni successivi, la sopravvivenza della criminalità rurale, destinata a riemergere con forza nel secondo dopoguerra.

Il “maledetto dopoguerra

Nel dopoguerra Napoli si trovò a vivere una delle stagioni più difficili della sua storia. I bombardamenti avevano devastato il porto e gli impianti industriali. La popolazione era stremata dalla fame e il mercato nero rappresentava, per migliaia di persone, l’unica possibilità di sostentamento. Il contrabbando di sigarette, la borsa nera dei generi alimentari, le merci sottratte ai depositi alleati e la vendita di prodotti contraffatti alimentarono un’economia parallela nella quale emersero nuovi protagonisti della criminalità cittadina.

Fu in quegli anni che tornarono a diffondersi definizioni come guappi e carte di tressette. Il termine non indicava un’organizzazione, né un’associazione strutturata sul modello della vecchia camorra, ma identificava quei personaggi che, grazie al prestigio personale, alla capacità di intimidazione e al controllo di specifici traffici, esercitavano un’autorità riconosciuta nei quartieri popolari e nei mercati cittadini. Erano figure autonome, spesso legate da rapporti di interesse piuttosto che da vincoli associativi, capaci di imporsi come arbitri degli affari e delle controversie.

Tra i nomi più noti della Napoli del dopoguerra figuravano tre gruppi familiari destinati a lasciare un segno nella cronaca criminale: gli Spavone, i Mormone e i Giuliano. Nel 1945 Carmine Spavone, detto ‘o Malommo, venne ucciso da Giovanni Mormone, conosciuto come ‘o Mpicciuso, il litigioso. Pochi mesi dopo Antonio Spavone vendicò il fratello, uccidendo a sua volta Mormone ed ereditandone anche il soprannome di ‘o Malommo, destinato a diventare uno dei più noti contrabbandieri napoletani degli anni successivi. La sua vicenda personale conobbe un inatteso epilogo nel 1966. Quando, detenuto nel carcere delle Murate di Firenze, durante la disastrosa alluvione salvò diverse persone, tra cui due agenti di custodia e la figlia del direttore dell’istituto, ottenendo successivamente la grazia sulla pena residua.


Nello stesso periodo Forcella rappresentava uno dei principali centri dell’economia clandestina napoletana. Il quartiere concentrava il contrabbando delle sigarette americane, la borsa nera, le contraffazioni, i falsi e gli scartiloffi, truffe nelle quali merci apparentemente preziose venivano sostituite con mattoni, segatura o carta pressata. Su questo complesso sistema di traffici esercitavano una crescente influenza i fratelli Pio Vittorio, Guglielmo e Salvatore Giuliano, destinati negli anni successivi a consolidare il proprio peso nella criminalità cittadina.

Il mercato ortofrutticolo

Il settore economicamente più rilevante rimaneva tuttavia quello ortofrutticolo. A corso Novara, nei pressi della Stazione Centrale, convergevano ogni giorno produttori, grossisti e commercianti provenienti dall’intera Campania. In quel mercato operavano figure che non si limitavano all’intermediazione commerciale. Erano i cosiddetti presidenti dei prezzi, uomini capaci di determinare il valore delle merci e, di conseguenza, i margini di guadagno dell’intera filiera, dal contadino al dettagliante. Il loro potere derivava proprio dalla posizione occupata all’interno del sistema distributivo: nessuna partita di frutta o di ortaggi poteva raggiungere il mercato senza transitare attraverso la loro mediazione.

Nei primi anni Cinquanta questo ruolo fu conteso da tre personaggi: Alfredo Maisto di Giugliano, Pasquale Simonetti, noto come Pascalone ‘e Nola, e Antonio Esposito, ricordato come Totonno ‘e Pomigliano. La loro convivenza fu tutt’altro che pacifica. Le rivalità per il controllo delle aree di competenza provocarono continui conflitti fino a quando Simonetti riuscì ad affermarsi come presidente unico dei prezzi. Il mercato che controllava aveva un’importanza nazionale: la Campania esportava circa il trenta per cento dell’intera produzione ortofrutticola italiana e, secondo le ricostruzioni dell’epoca, il solo commercio delle patate poteva garantire al presidente dei prezzi guadagni giornalieri di alcuni milioni di lire.

Una vita da film

Il predominio di Pascalone durò poco. Nell’agosto del 1955 venne assassinato a corso Novara da un sicario riconducibile ad Antonio Esposito. La risposta arrivò poche settimane dopo e trasformò una vicenda criminale in un caso nazionale. A uccidere Totonno ‘e Pomigliano fu Assunta Maresca, la diciottenne Pupetta Maresca, moglie di Simonetti e appartenente alla famiglia dei Lampetielli di Castellammare di Stabia. Incinta al momento dell’omicidio, scelse di vendicare personalmente il marito, affrontando consapevolmente il carcere. Il duplice delitto suscitò un’enorme attenzione nell’opinione pubblica e ispirò nel 1958 il film La sfida di Francesco Rosi, una delle più efficaci rappresentazioni cinematografiche della criminalità napoletana del dopoguerra.

In quegli stessi anni Napoli era diventata anche uno dei punti di riferimento del contrabbando internazionale. Dopo il rientro in Italia, Lucky Luciano, al secolo Salvatore Lucania, stabilì nel capoluogo campano la propria base operativa, svolgendo un ruolo di mediazione nei traffici illeciti che interessavano il Mediterraneo. Al suo nome è legato un episodio rimasto privo di riscontri definitivi. Secondo alcune testimonianze sarebbe stato schiaffeggiato all’ippodromo di Agnano da Vittorio Nappi, detto ‘o Studente o ‘o Signurino.

‘O Studente

Vittorio Nappi, occupa una posizione particolare nella storia della criminalità campana del dopoguerra. A differenza di molti altri guappi proveniva da una famiglia agiata di Scafati: il padre era ufficiale del Regio Esercito, i fratelli appartenevano alla borghesia professionale e lui stesso aveva frequentato il liceo classico, iscrivendosi successivamente alla facoltà di Giurisprudenza, studi che interruppe dopo essere rimasto coinvolto in un delitto maturato nell’ambito di una faida familiare. Da quell’episodio nacque la sua fama criminale, ma non venne mai meno quell’immagine di uomo colto ed elegante che gli valse il soprannome di ‘o Studente, mentre l’ambiente cittadino lo ricordava anche come ‘o Signurino.

Il 28 settembre 1943 il suo nome entrò anche nella storia della Resistenza. Alla guida di un gruppo armato di cittadini affrontò le truppe tedesche in ritirata a Scafati, impedendo, insieme al fratello Ubaldo, la distruzione del ponte sul fiume Sarno, che i reparti tedeschi avevano minato prima di ritirarsi. L’azione, compiuta prima dell’arrivo degli Alleati, gli valse il riconoscimento di capo del gruppo partigiano denominato “28 Settembre” e, dopo la sua morte, il Comune di Scafati sostenne le spese del funerale proprio in memoria del contributo offerto alla liberazione della città.

Nel dopoguerra Nappi tornò a essere uno dei principali guappi dell’agro nocerino-sarnese. Controllava attività di contrabbando, esercitava estorsioni ai danni di commercianti e industriali e svolgeva quella funzione di mediazione tipica dei guappi dell’epoca, intervenendo nelle controversie locali e offrendo protezione a pagamento. Raffaele Cutolo lo avrebbe ricordato molti anni dopo come il proprio «maestro», riconoscendogli un ruolo decisivo nella formazione della sua concezione del potere criminale.

Assurde speranze

Negli anni Cinquanta non mancavano osservatori convinti che quel mondo fosse destinato a scomparire. Lo storico Eric Hobsbawm e il giornalista Hans Magnus Enzensberger interpretarono l’espansione industriale e la modernizzazione dell’economia meridionale come fattori capaci di dissolvere definitivamente la criminalità organizzata tradizionale. In effetti era ormai tramontata la camorra ottocentesca, marginale e subalterna rispetto ai grandi centri del potere. Ciò che non era ancora possibile prevedere era che, proprio mentre quella forma di delinquenza sembrava avviarsi verso il declino. Stavano maturando le condizioni economiche e sociali che avrebbero favorito la nascita di una criminalità organizzata completamente diversa. Più strutturata, più ricca e molto più pericolosa di quella che l’aveva preceduta.

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Fonti e riferimenti storici

Decine di testi documentano la vita della malavita napoletana tra Ottocento e Novecento.

Tra queste spiccano gli studi di Abel De Blasio.  Nei volumi Usi e costumi dei camorristi e La malavita a Napoli descrive con grande precisione i rituali, i segni di riconoscimento e la cultura materiale dei delinquenti dell’epoca. Inclusa la pratica del tatuaggio carcerario.

Un contributo fondamentale proviene anche da Marc Monnier, autore di La camorra. Notizie storiche e documentate, opera pubblicata nel XIX secolo che rappresenta una delle prime analisi sistematiche del fenomeno camorristico e delle sue strutture sociali.

A questi testi si affiancano gli studi storici contemporanei che hanno ricostruito l’evoluzione della camorra e il contesto urbano in cui essa si sviluppò. Francesco Barbagallo, Storia della camorra.  Vittorio Paliotto, Storia della camorra. Isaia Sales, Storia delle camorre; e Gigi Di Fiore, La camorra e le sue storie.

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