tre modi di essere guappo
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Nell’immaginario popolare, il guappo è una figura monolitica: il camorrista col coltello alla cintola e la coppola storta. Ma la realtà della malavita napoletana storica era assai più sfumata, articolata in figure distinte per origine, ruolo e grado di appartenenza all’onorata soggietà. Tre di queste figure meritano di essere distinte con precisione: il mammasantissima, il guappo di sciammeria e lo sgarrista. Tre modi di essere guappo, o di essere riconosciuto tale, profondamente diversi tra loro.
Il Mammasantissima: il giudice supremo dell’onorata società
Il mammasantissima è forse la figura più fraintesa dell’intero universo camorristico. Il nome evoca la sacralità della madre, matrice profonda dell’antropologia napoletana, e non è casuale: si trattava, nella struttura originaria della Bella Società Riformata, del capo della Gran Mamma, il tribunale supremo dell’organizzazione. Era dunque un affiliato a pieno titolo, anziano, di rango elevatissimo e autorità indiscussa, un uomo che aveva percorso tutti i gradini della gerarchia camorristica prima di assurgere a quella funzione giudicante.
La Mamma era il tribunale di quartiere; la Gran Mamma era l’organo giudicante supremo dell’intera struttura cittadina, davanti al quale venivano portate le questioni più gravi: condanne a morte, controversie tra fazioni, violazioni del codice d’onore. Il mammasantissima presiedeva questo consesso non come boss operativo ma come arbitro supremo e custode della legalità interna dell’organizzazione, la sua parola valeva come sentenza definitiva e inappellabile. Questa figura nella sua forma originaria cessò di esistere con la dissoluzione della vecchia Bella Società Riformata, sancita definitivamente dal processo Cuocolo del 1911-12, il grande dibattimento di Viterbo che smantellò la camorra storica nelle sue strutture formali. Dopo quella cesura, il titolo sopravvisse nella memoria e nel lessico popolare, ma applicato in modo diverso: veniva attribuito a uomini di grande autorevolezza territoriale che non appartenevano ad alcuna organizzazione, perché l’organizzazione, de facto, non esisteva più nella sua forma originaria.
L’esempio più celebre di questa versione postuma del mammasantissima è Giuseppe “Peppe” Navarra, detto ‘o rre ‘e Puceriale, il re di Poggioreale. Navarra non aveva un curriculum di affiliazione formale, ma nessuno nel suo quartiere gli disobbediva. La sua autorità era fatta di rispetto guadagnato sul campo, di una mediazione che sapeva quando farsi perentoria, e di una generosità quasi feudale verso i più deboli del rione.
La sua impresa più nota avvenne nel 1947. Il tesoro di San Gennaro, custodito durante il conflitto prima a Montecassino, poi nella Biblioteca Apostolica Vaticana, non veniva restituito alla città. Le strade tra Napoli e Roma erano ancora percorse da bande pericolose, la polizia aveva altro da fare. Il principe Stefano Colonna di Paliano, vicepresidente della Deputazione del Tesoro, si rivolse allora a Navarra. Questi ottenne le autorizzazioni scritte dall’arcivescovo Ascalesi, partì per Roma e caricò pezzo per pezzo il patrimonio su un anonimo autocarro. Scomparve per quasi dieci mesi, percorrendo strade di campagna per evitare i briganti. Il 6 gennaio 1947 rientrò a Napoli col tesoro integro.
Rifiutò ogni compenso. Chiese solo di poter baciare l’anello del santo e che il denaro venisse distribuito ai poveri.
Il Guappo di sciammeria: il nobile dell’onore
La sciammeria era la lunga giacca dei notabili, dei signori, degli uomini nati bene. Non l’indossavano i guappi dei vicoli, quelli portavano la gamura, il giacchetto corto entrato nell’uso ai tempi del viceregno spagnolo. La sciammeria era un marcatore di classe netto e riconoscibile. Come cantava nel 1920 la canzone Core Signore di Nicola Valente e Salvatore Baratta. Un uomo di rango si rivolge a una donna del popolo con quella distanza impietosa che la nascita aveva messo tra loro:
“‘O saccio, vuie site nato cu ‘a sciammeria, cu ‘a scarpa ‘e croma lucida, cu ‘a penna e o ben parlà”
Nato con la sciammeria, con la scarpa lucida di cromo, con la parola forbita: cose che non si acquisiscono, si ereditano. Ed è proprio in questo solco che si colloca il guappo di sciammeria, una figura che non veniva dai bassi fondi ma dalla borghesia e dall’alta società napoletana, uomini che sceglievano di vivere secondo il codice d’onore camorristico pur non appartenendo all’organizzazione.
Non erano affiliati, non partecipavano alla divisione del barattolo, non rispondevano ad alcun capintrito. Eppure erano rispettati da tutti, dagli affiliati come dalla gente comune, perché incarnavano l’omertà, la parola data, la capacità di risolvere le controversie senza ricorrere alla giustizia dello Stato. Il titolo era quasi un ossimoro evocativo. Metteva insieme il mondo di sopra la sciammeria, il decoro borghese) e il codice di sotto, quello dei vicoli e delle paranze. Un uomo che avrebbe potuto vivere tranquillamente nella sua posizione sociale e invece sceglieva, per carattere o per vocazione, di muoversi in quella zona d’ombra in cui l’onore valeva più della legge.
La figura esemplare è Ferdinando Russo (Napoli, 1866–1927), il più grande cantore della malavita napoletana. Giornalista e letterato, primo capocronista del Mattino, autore di versi in dialetto che immortalarono i vicoli, le donne, i disperati e i guappi di Napoli, Russo non era un criminale ma frequentava il mondo camorristico con assiduità e rispetto autentico. Conosceva personalmente il capintesta Ciccio Cappuccio e il guappo Teofilo Sperino, dai quali era rispettato con il soprannome di ‘O sturente o ‘O miliunario. Secondo alcune testimonianze fu addirittura “consacrato” guappetiello dai camorristi più temibili del tempo. Quando Cappuccio morì di crepacuore nel dicembre del 1892, Russo gli dedicò sul giornale la Canzone ‘e Ciccio Cappuccio. Un epicedio dialettale che scandalizzò la redazione e affascinò Napoli intera. Era, appunto, un guappo di sciammeria: nato in alto, onorato da tutti, affiliato a nessuno.

Lo Sgarrista: il braccio del tribunale
Se il mammasantissima rappresenta la saggezza giudicante e il guappo di sciammeria l’onore per vocazione, lo sgarrista incarna la funzione esecutiva dell’organizzazione. Affiliato a pieno titolo, inserito nella gerarchia della Bella Società Riformata, il suo ruolo era preciso: era il deputato all’esecuzione delle sentenze pronunciate dalla Mamma e dalla Gran Mamma. Nella struttura storica della camorra napoletana, la piramide dei gradi prevedeva alla base i giovinotti e i tammurri, gli aspiranti senza titolo, poi i picciotti d’onore, i picciotti di sgarro e infine i camorristi veri e propri. Al vertice di ogni quartiere stava il capintrito o caposocietà, eletto dai propri sottoposti; al vertice di tutta la città il capintesta, la cui carica a lungo fu appannaggio della famiglia Cappuccio della Vicaria.
Lo sgarrista si collocava in questo schema come figura operativa di medio-alto grado: due gradini sotto il capintesta, uno sotto al guappo capintrito. Non decideva le sentenze, ma le eseguiva, con la competenza tecnica e il coraggio fisico che la funzione richiedeva. Il suo strumento era la zumpata, il duello rituale napoletano con la sfarziglia, uno spadino a serramanico lungo tra i trenta e i cinquanta centimetri. Arma d’artigianato raffinato, ideale per essere nascosta e rapida nell’uso. Lo sfidante iniziava provocando l’avversario con l’appìcceco, il litigio formale, spesso innescato da pretesti apparentemente futili, l’importanza di un santo rispetto a un altro, il valore di un vestito.
Da lì si passava al raggiunamento, alla quistione, e infine alla zumpata vera e propria: un combattimento che era insieme balletto e giudizio di Dio, in cui i contendenti saltavano e ondeggiavano brandendo la sfarziglia con un braccio mentre l’altro, avvolto nella giacca, fungeva da scudo. Chi vinceva aveva ragione; chi perdeva poteva salvarsi con umili scuse o morire con onore.
Uno sgarrista di leggenda fu Salvatore Ausiello, detto il virtuoso della zumpata, un titolo che racconta tutto da solo. La sua arte nel duello con la sfarziglia era talmente raffinata da essere diventata mestiere e reputazione. Quando la Gran Mamma pronunciava una sentenza e il suo nome veniva fatto, la questione era chiusa.

Tre figure, un solo codice
Mammasantissima, guappo di sciammeria, sgarrista. Tre facce della stessa medaglia, quella medaglia che Napoli coniò nei secoli bui come risposta all’abbandono dello Stato, e che ancora oggi, nelle sue versioni degenerate, pesa sul petto della città come un ferro antico e mai del tutto spento.
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