La pugnetura: i tatuaggi segreti dei camorristi nell’Ottocento

La pugnetura: tatuaggi e simboli segreti dei camorristi nell’Ottocento
Pugnetura © – disegno di Antonio Nacarlo

Ombre di Napoli

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Storie di guappi, camorra e potere 

Nel corso delle ricerche storiche che accompagnano gli articoli pubblicati su Napoli Up Close, mi sono accorto che alcuni temi suscitano nei lettori una curiosità particolare. Tra questi vi è senza dubbio la storia dei guappi, dei quartieri popolari e delle prime organizzazioni camorristiche che tra Ottocento e primo Novecento hanno segnato profondamente la vita sociale della città.

Raccontare queste vicende non significa indulgere nel folklore o mitizzare la violenza. Al contrario, significa guardare con lucidità a una delle ombre più persistenti della storia napoletana. La camorra non è stata soltanto cronaca nera: è stata anche un fenomeno sociale, capace di infiltrarsi nella vita quotidiana, nei mercati, nei porti e perfino nella politica cittadina.

Nasce da questa consapevolezza la rubrica “Ombre di Napoli”: un percorso tra documenti, cronache giudiziarie e memorie urbane che prova a ricostruire personaggi, episodi e trasformazioni di una piaga che, per troppo tempo, ha afflitto la nostra amata terra.

Perché conoscere la storia delle ombre, talvolta, è il primo passo per comprendere davvero la città.

origine della camorra, camorristi, disegno di Antonio Nacarlo da un originale di Allers
Camorristi, disegno di Antonio Nacarlo da un originale di Allers

La pugnetura

Nella Napoli dell’Ottocento il corpo di un camorrista poteva diventare una vera pagina di racconto. Nelle carceri, nei bagni penali ma anche nei quartieri, molti affiliati portavano sulla pelle segni incisi con strumenti rudimentali: tatuaggi che parlavano di amore, vendetta, fede e destino. Non erano semplici decorazioni. In quel mondo rappresentavano un linguaggio riconoscibile, una forma di identità che raccontava a colpo d’occhio la storia di un uomo.

Il tatuaggio tra i camorristi veniva chiamato “pugnetura” perché la tecnica con cui veniva realizzato. Il termine deriva infatti dal verbo napoletano “pugnere”, cioè pungere. Non si trattava di un tatuaggio come lo intendiamo oggi, eseguito con macchine elettriche, ma di una pratica rudimentale.

La tecnica e l’esecuzione

La pugnetura veniva fatta con strumenti di fortuna e coloranti casalinghi. Secondo l’antropologo  Abele De Blasio e fonti coeve la tecnica era barbara.  Si usavano stili e punte per bucare ripetutamente la pelle e depositare l’inchiostro. Nello specifico, si tendeva la pelle con la mano sinistra (indice e pollice) o, nel caso di braccia/gambe, tirando dal basso o di lato. Alcuni tracciavano prima il disegno con una matita sulla cute, quindi conficcavano l’ago ripetutamente lungo il contorno e strofinavano sulla ferita la sostanza colorante. Altri applicavano subito un sottile strato di pigmento sul disegno e poi perforavano con l’ago sulla superficie già imbevuta di colore. Altri ancora immergevano l’ago nella sostanza colorante prima di tatuare, oppure preparavano uno stencil traforato sul quale passare il colore e trasferire il disegno sulla pelle, analogamente a come fanno i ricamatori.

Gli strumenti erano elementi di fortuna: comuni aghi da cucito, qualche volta spilli (ma questi ultimi erano spesso evitati perché considerati “velenosi”), oppure piccoli stiletto o lamette smussate. Come pigmenti si utilizzavano carbone fuligginoso, polvere da sparo, pece, cenere, cinabro, indaco e altri materiali reperibili in natura.

La pratica era particolarmente diffusa in carcere, dove molti detenuti si tatuavano a vicenda. Marc Monnier osserva che l’“auto-tatuaggio”  era di solito realizzato sul lato sinistro del corpo, mentre i delinquenti meno esperti si affidavano ai compagni più abili nell’“arte del pungere”. In generale il tatuaggio dei malavitosi era considerato “primitivo” e riservato ai “senza Dio”, vista la condanna che la Chiesa ne faceva.

 

I simboli

Un vero linguaggio simbolico inciso sulla pelle capace di raccontare fede, vendetta, identità e appartenenza alla gerarchia nella Onorata società.  Tra i più diffusi vi erano i tatuaggi religiosi che riproducevano simboli sacri come croci, Madonne, santi, rosari o cuori infuocati coronati di spine e che avevano la funzione di invocare protezione divina prima di compiere azioni criminali, spesso accompagnati dalle iniziali del tatuato o addirittura da quelle del tatuatore, quasi a suggellare l’atto come una firma.

Accanto a questi esistevano i tatuaggi di vendetta che esplicitavano minacce e spirito aggressivo attraverso immagini di teschi, tombe, pugnali, pistole e altre armi accompagnate talvolta da frasi minacciose in dialetto come “PURE TE STUTO”, cioè ti ammazzo, oppure “NON M’ACCUIETO SI NON TE FACCIO A FESTA”, espressione che promette di non trovare pace finché la vendetta non sarà compiuta, e in alcuni disegni compariva persino la scritta “con questa pistola sparo all’ambulanza” (alla polizia).  Segni che simboleggiavano la volontà di vendicarsi e che talvolta indicavano il passaggio di grado all’interno del clan poiché l’esecuzione di una vendetta poteva determinare un avanzamento nella gerarchia.

Esistevano poi tatuaggi di professione che raffiguravano gli strumenti del mestiere svolto prima di entrare nella malavita. Una barca per un marinaio, un’ancora per un mozzo o uno scalpello per un muratore e che pur essendo simbolicamente innocui servivano a definire l’identità sociale dell’individuo.

I tatuaggi di graduazione consistevano in semplici segni grafici come linee e puntini che indicavano il rango nel sistema camorristico. Ad esempio una linea con tre puntini significava camorrista, due puntini picciotto di sgarro e un puntino picciotto onorato, creando una sorta di codice gerarchico leggibile solo da chi conosceva l’organizzazione.

Accanto a queste categorie esistevano tatuaggi simbolici e misti che comprendevano motivi cifrati, date memorabili o disegni osceni utilizzati come segni di sfregio, talvolta accompagnati da lettere o simboli che funzionavano come veri geroglifici interni al clan, dove ogni segno possedeva un significato preciso. La parola d’ordine del governo borbonico, un amuleto contro la jettatura, una cometa portafortuna, una chiave simbolo di segreto o un topo simbolo di gioia.

Mentre non mancavano esempi di tatuaggi volutamente provocatori come quello descritto da Abel De Blasio di un certo Camillo che portava inciso sopra l’ombelico un fallo accompagnato dalla scritta dialettale “AFFERRATE CHISTO”.

La pugnetura: tatuaggi, parole e simboli sulla pelle dei guappi
tatuaggi di camorrista – dal libro Usi e costumi dei Camorristi di Abele De Blasio –

Le scritte

Le iscrizioni testuali avevano a loro volta un ruolo importante e potevano contenere dediche amorose, motti di clan o espressioni di fedeltà.  Come dimostra un disegno del 1905 che raffigura un camorrista coperto di cuori trafitti e con la frase “NANNINA ’A CAPARELLA E A PASSIONE MIA”. In epoche più recenti si sono diffusi tatuaggi con messaggi di protezione familiare o di appartenenza come “Non toccare la mia famiglia”.  Oppure il nome del boss tatuato sul corpo o formule in inglese come “Respect, loyalty, honour”. Fino al diffuso acronimo “M.V.M.” che significa “Mamma Vita Mia”, dove la “mamma” rappresenta la translitterazione dell’organizzazione criminale. Ciò dimostra come il tatuaggio, nella cultura criminale, continui a funzionare come dichiarazione pubblica di appartenenza, fedeltà e memoria personale.

Il linguaggio esoterico

Nelle carceri , dove la onorata società esercitava un potere organizzato, questi segni assumevano anche una funzione di riconoscimento. Chi apparteneva alla società poteva leggere quei simboli e comprenderne il significato. Il tatuaggio diventava quindi parte di un linguaggio condiviso, comprensibile solo a chi conosceva quel mondo.

Le fonti dell’epoca raccontano che molti detenuti uscivano dal carcere con nuovi tatuaggi, segni acquisiti durante la detenzione e legati alle esperienze vissute dietro le sbarre. Il carcere diventava così un luogo di trasmissione culturale della malavita, dove simboli, rituali e codici venivano appresi e tramandati.

Questo uso del tatuaggio contribuiva anche a costruire l’immagine pubblica del camorrista. I guappi curavano molto il proprio aspetto: vestivano con eleganza, ostentavano sicurezza nei gesti e si muovevano nei quartieri con un atteggiamento teatrale. I tatuaggi visibili sulle mani o sugli avambracci completavano questa figura, rendendo immediatamente riconoscibile chi apparteneva a quel mondo.

Guardando oggi quelle descrizioni emerge un aspetto poco conosciuto della Napoli ottocentesca. La camorra non era soltanto una struttura criminale ma anche una cultura fatta di simboli, rituali e segni. I tatuaggi rappresentavano una delle manifestazioni più visibili di questo universo.

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Fonti e riferimenti storici

La ricostruzione della pugnetura e del linguaggio simbolico dei tatuaggi camorristici deriva da fonti storiche. Testi fondamentali che documentano la vita della malavita napoletana tra Ottocento e primo Novecento.

Tra queste spiccano gli studi di Abel De Blasio.  Nei volumi Usi e costumi dei camorristi e La malavita a Napoli descrive con grande precisione i rituali, i segni di riconoscimento e la cultura materiale dei delinquenti dell’epoca, inclusa la pratica del tatuaggio carcerario.

Un contributo fondamentale proviene anche da Marc Monnier, autore di La camorra. Notizie storiche e documentate, opera pubblicata nel XIX secolo che rappresenta una delle prime analisi sistematiche del fenomeno camorristico e delle sue strutture sociali.

A questi testi si affiancano gli studi storici contemporanei che hanno ricostruito l’evoluzione della camorra e il contesto urbano in cui essa si sviluppò. Francesco Barbagallo, Storia della camorra.  Vittorio Paliotto, Storia della camorra. Isaia Sales, Storia delle camorre; e Gigi Di Fiore, La camorra e le sue storie.

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