L’Imbrecciata: il quartiere napoletano dei piaceri dal XV al XIX secolo

Nel 1775 il marchese Donatien Alphonse de Sade visitò l’Italia per sfuggire a una condanna a morte. Durante il suo viaggio a Napoli rimase scioccato dal numero di prostitute che si offrivano senza timore della legge. Stava parlando del quartiere dell’Imbrecciata di Napoli, noto come il “distretto degli amori facili”.

Origini del quartiere dell’Imbrecciata

Dal 1496 fino all’Unità d’Italia, un intero distretto oltre Porta Capuana fu dedicato a taverne, locande e case di piacere. Il re aragonese Ferrante I concesse i terreni alla famiglia Incarnati, favorendone lo sviluppo. Grazie all’esenzione fiscale sulla gabella del vino e alla posizione strategica lungo la strada delle Puglie, la zona conobbe una rapida espansione.

La zona visse un vero boom a causa dell’acquartieramento delle truppe spagnole in città e della grande “fama” che il quartiere riscuoteva presso i visitatori del regno che, nelle loro cronache di viaggio, raccontavano “la bellezza delle cortigiane e la bontà del vino”. I prostiboli, le taverne e le case da gioco si moltiplicarono all’Imbrecciata (molte appartenevano agli stessi rappresentanti della corte spagnola a Napoli, che esercitavano tramite prestanomi). Molte sono ricordate negli atti e nei ricordi dei viaggiatori: “l’acqua della bufala”, “la taverna degli zingari” e la celeberrima taverna del Crispano, dove si ballava la “‘ntrezzata”, la “ceccona” o lo “torniello”. Quella preferita dalla nobiltà e dagli intellettuali: Caravaggio la frequentò con i marchesi Colonna (suoi protettori), Gian Battista Basile, il letterato che scrisse “lo cunto de li cunti” si ispirò agli ambienti licenziosi per scrivere le sue novelle; lo stesso fece lo scrittore Giulio Cesare Cortese per scrivere la sua “Vajasseide”. Molti pittori importani nei due secoli a venire cercarono tra le meretrici modelle per le loro opere immortali (Mattia Preti, Gaspare Traversi, Antonio Mancini per citarne solo alcuni).

Non a caso Napoli detenne per secoli il triste primato di capitale europea della prostituzione.

Bernardina da Pisa, moglie di Masaniello – di Antonio Nacarlo
Bernardina da Pisa, moglie di Masaniello – di Antonio Nacarlo

Perché si chiamava Imbrecciata?

Il toponimo deriva dai “brecci”, le pietre fluviali raccolte nella zona per lastricare le stradine. Vicino scorreva un piccolo torrente, detto Arenaccia, poi tombato nel 1900.

Regole, camorra e declino del quartiere

Nel 1781 l’Imbrecciata fu riconosciuta come l’unico luogo dove il meretricio era legalmente ammesso. A metà Ottocento fu eretto un muro di cinta con un cancello sorvegliato.

Le prostitute erano vessate dai cosiddetti ricottari, ma presto la camorra, fiutato l’affare, prese il controllo della protezione. Figure come Ciccio Cappuccio, ricordato da Ferdinando Russo, divennero capi dell’“Onorata Società” proprio grazie al pizzo sulla prostituzione.

Scrittori come Flaubert e Dumas padre definirono il quartiere una “suburra napoletana”.

Con l’Unità d’Italia, per le povere donne costrette al meretricio, le cose non cambiarono. Il nuovo stato savoiardo infatti, sostituendosi a lenoni, maitresse e cammoristi, nazionalizzò le case di tolleranza e permise di aprirne nuove anche in altri posti della città (legge Cavour del 15\02\1860),

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“Purchè si tenesse un registro delle meretrici e si creasse una forza di polizia sanitaria”.

Il quartiere fu demolito durante il Risanamento urbano dopo il colera del 1884.

Ricordo e testimonianze

Dell’Imbrecciata restano solo i nomi delle strade: Vico dei Femminelli, Via degli Incarnati, Via degli Zingari.

Tra le tante storie tragiche spicca quella di Bernardina da Pisa, moglie di Masaniello, costretta a prostituirsi dopo la morte del marito. Umiliata e segnata dalla sifilide, morì a soli 31 anni nel 1656.


Una curiosità “spagnola”

Proprio la sifilide, una malattia sessualmente trasmissibile che segnò a lungo la vita sociale e medica del tempo. I francesi la chiamavano “male napoletano”, mentre in Italia si preferiva il termine “male gallico”, attribuendone l’origine ai soldati d’oltralpe.

Per timore del contagio, i militari che frequentavano il quartiere dell’Imbrecciata ricorsero a pratiche alternative di piacere. Nacque così la cosiddetta “spagnola”, un intrattenimento erotico che consisteva nell’ottenere piacere attraverso il contatto del membro con il seno delle prostitute, senza rapporti completi.

Questa usanza, che oggi può sembrare un dettaglio piccante, è in realtà una testimonianza significativa di come costume, malattia e sessualità si intrecciassero nella Napoli del Seicento, riflettendo la creatività e l’adattamento dei suoi protagonisti anche in ambiti più intimi.

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