In memoria di Domenico Beneventano

Medico, consigliere comunale del PC e poeta, Domenico Beneventano sfidò il potere della camorra a Ottaviano. La sua storia resta segnata da verità accertate e interrogativi irrisolti.

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Mimmo Beneventano disegno di Antonio Nacarlo
omaggio a Mimmo Beneventano disegno di Antonio Nacarlo

Il medico che la camorra decise di uccidere

«Dottore!»

Domenico Beneventano si gira.

Sono le 6.45 del mattino del 7 novembre 1980. Ha appena lasciato la sua abitazione di via Cavour, a Ottaviano. In mano ha la borsa da medico. Ha salutato la madre affacciata alla finestra e sta per salire sulla sua Simca verde.

Dietro di lui è ferma una Fiat 128.

Dal finestrino sporge una pistola.

I colpi vengono esplosi a distanza ravvicinata. Lo raggiungono alla testa e alla gola. Beneventano cade davanti alla sua automobile. I killer ripartono immediatamente. La Fiat 128 sarà ritrovata qualche ora più tardi nei pressi del cimitero di Ottaviano. È stata incendiata. L’auto era stata rubata circa due settimane prima ad Angri, in provincia di Salerno.

La madre assiste all’agguato dalla finestra. Le sue urla richiamano i vicini. Una vicina prova a soccorrere il medico, gli slaccia la cravatta nel tentativo di agevolarne la respirazione. Beneventano arriva ancora vivo in ospedale, dove muore poco dopo.

Aveva trentadue anni.

La dinamica lascia pochi dubbi. L’auto rubata, l’agguato organizzato all’alba, la fuga e la distruzione del veicolo raccontano un omicidio preparato da professionisti. La domanda, nelle ore successive, è una sola: chi aveva interesse a eliminare un giovane medico di provincia?

Per trovare una risposta bisogna conoscere la vittima.

Domenico Beneventano, per tutti Mimmo, era nato il 13 luglio 1948 a Sasso di Castalda, in provincia di Potenza. Da ragazzo si era trasferito con la famiglia a Ottaviano. Dopo la laurea in Medicina aveva scelto di esercitare la professione nel territorio vesuviano. Era conosciuto per la disponibilità verso i pazienti più poveri, per le visite gratuite e per l’impegno nei confronti dei giovani coinvolti nella diffusione dell’eroina, fenomeno che alla fine degli anni Settanta aveva assunto proporzioni sempre più gravi.

La medicina occupava gran parte delle sue giornate. Il resto del tempo era dedicato alla politica, alla lettura e alla poesia. Scriveva versi, partecipava al dibattito culturale e considerava l’impegno pubblico una naturale prosecuzione del proprio lavoro di medico.

Nel 1975 venne eletto consigliere comunale nelle liste del Partito Comunista Italiano.

In consiglio comunale si fece conoscere rapidamente. Studiava gli atti amministrativi, interveniva durante le sedute, contestava delibere urbanistiche, chiedeva chiarimenti sugli appalti e criticava apertamente il sistema di potere che governava Ottaviano. Le cronache dell’epoca descrivono sedute spesso caratterizzate da tensioni, insulti e intimidazioni. Un resoconto pubblicato nel novembre 1975 dal periodico L’Altra Voce racconta di sostenitori della maggioranza presenti in aula con il compito di impedire il confronto politico e intimidire gli esponenti dell’opposizione.

Il clima nel paese stava cambiando rapidamente.

Negli stessi anni Ottaviano era diventata il centro del potere di Raffaele Cutolo. La Nuova Camorra Organizzata stava consolidando la propria presenza attraverso una rete di affiliati, imprenditori compiacenti e rapporti con settori della politica. Il controllo del territorio passava dagli appalti, dall’edilizia, dall’estorsione e dalla capacità di eliminare chi rappresentava un ostacolo.

Beneventano aveva compreso che il problema non riguardava soltanto la criminalità comune. Nei suoi interventi denunciava il rapporto tra interessi economici, amministrazione pubblica e organizzazioni criminali. Tra le battaglie più note vi fu l’opposizione ad alcuni progetti di trasformazione del Monte Somma e del territorio circostante, interventi che giudicava speculativi e privi di reale interesse pubblico. Aveva annunciato l’intenzione di denunciare quelle vicende anche attraverso la stampa.

La sua attività politica gli procurò numerose minacce.

Dopo l’assassinio dell’avvocato socialista Pasquale Cappuccio, ucciso il 15 settembre 1978 dopo avere denunciato le collusioni tra politica e camorra, Beneventano comprese che il rischio era concreto. Chiese il porto d’armi e acquistò una pistola. Alcuni amici riferirono che parlava apertamente delle intimidazioni ricevute e della preoccupazione per la sicurezza della propria famiglia.

Poco tempo prima dell’omicidio aveva raccontato anche un altro episodio. Durante il servizio al pronto soccorso dell’ospedale di Castellammare di Stabia alcuni familiari di un pregiudicato gli avrebbero chiesto di certificare falsamente un ricovero per costruire un alibi. Beneventano rifiutò. Seguì una minaccia. Cambiò ospedale, ma non modificò il proprio comportamento.

Il 7 novembre 1980 qualcuno decise di eliminarlo.

Le prime indagini seguirono direzioni diverse.

Gli investigatori presero in considerazione l’attività professionale del medico. Si ipotizzò un collegamento con il traffico di droga, legato al suo impegno nel recupero dei tossicodipendenti. Venne presa in esame anche la vita privata della vittima, facendo riferimento a una presunta vicenda sentimentale. Nessuna di queste piste trovò conferme processuali.

L’ipotesi del movente politico e camorristico, indicata fin dalle prime ore da molti cittadini e dai compagni di partito di Beneventano, rimase a lungo sullo sfondo.

Gli anni trascorsero senza risultati definitivi.

La svolta arrivò grazie alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia e all’approfondimento delle attività della Nuova Camorra Organizzata. Il procedimento giudiziario ricostruì il contesto nel quale maturò il delitto. Le sentenze individuarono nei vertici della NCO i mandanti dell’omicidio, riconducendo l’assassinio alla volontà di eliminare un amministratore locale impegnato nella denuncia delle infiltrazioni camorristiche.

Quella rappresenta la verità processuale.

Non coincide, però, con una verità completa.

Restano senza una risposta definitiva diversi interrogativi sull’organizzazione materiale dell’agguato, sull’identità degli esecutori e sulle eventuali complicità che resero possibile il delitto. Alcune ricostruzioni giornalistiche e testimonianze di collaboratori di giustizia riferiscono che nel carcere di Poggioreale, alla notizia dell’omicidio, Cutolo e i suoi sodali brindarono con champagne. Lo stesso Cutolo però, ha sempre negato qualsiasi responsabilità sul delitto, definendo Mimmo Beneventano un “signor nessuno”.

Per Rosalba Beneventano questa storia non si è mai conclusa.

Da allora la sorella di Mimmo chiede che venga ricostruita tutta la verità sull’omicidio. Le sentenze hanno individuato i mandanti, ma non hanno chiarito ogni responsabilità né dissipato tutte le zone d’ombra. Ogni commemorazione diventa l’occasione per ricordare che suo fratello non fu soltanto una vittima della camorra. Fu un amministratore pubblico ucciso mentre cercava di denunciare un sistema di potere che stava cambiando il volto di Ottaviano.

Il suo nome oggi è legato a scuole, associazioni e iniziative dedicate alla legalità. Per chi continua a ricordarlo è diventato il simbolo di un uomo che scelse di restare fedele alle proprie idee, anche quando farlo significava sfidare uno dei poteri criminali più violenti che la Campania abbia conosciuto.

IO URLO

Rabbia e destino, 1987

Io lotto e mi ribello.
Mi sono votato ad un suicidio sociale.
Non nella droga, come molti,
troverò il rimedio per un
mondo più giusto. Non parlo
per me, son così poca cosa.
Grido per coloro che non
han più voce perché l’han
persa urlando e piangendo
o per quelli che han dimenticato di averla.
Urlo e mi strazio perché
nemmeno l’eco io sento.
Chiedo forse l’impossibile e
la grandezza di questo ideale
spegne a poco a poco
tutto il mio vigore.
Nessuno lasci il suo posto
per ascoltare il mio canto del cigno:
a nessuno voglio sottrarre tempo.
Fate solo un cenno con gli occhi:
mi sentirò piu’ forte
e non soltanto illuso.

Poesia di Domenico Beneventano

Immagine tratta dal sito della Fondazione Mimmo Beneventano

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