Ylenia Musella

Il fallimento della scuola

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femminicidio Ylenia Musella
le colpe educative- disegno di Antonio Nacarlo

 

 

L’omicidio di Ylenia Musella, ventidue anni, uccisa a coltellate a Napoli, non è soltanto una tragedia individuale. È un fatto che parla di noi, di come cresciamo, di ciò che abbiamo smesso di insegnare e di ciò che fingiamo di non vedere fino a quando diventa irreparabile.

Ylenia muore dentro un contesto familiare e sociale ordinario, riconoscibile, privo di quell’alone di eccezionalità che spesso usiamo per difenderci dalla realtà. Non c’è lo sconosciuto, non c’è l’imprevisto assoluto. C’è un conflitto maturato nel tempo, in un ambiente dove la parola non ha avuto spazio sufficiente per fermare il gesto.

Questo è il punto che più disturba: la violenza non arriva come deviazione, ma come esito.

In molte periferie urbane, ma sarebbe ipocrita limitarle a una geografia, la famiglia è rimasta l’unica struttura solida, caricata di un ruolo che non può sostenere da sola. In assenza di presìdi educativi forti, di servizi continui, di una scuola realmente centrale nella vita dei ragazzi, la famiglia si chiude, si irrigidisce, diventa controllo prima ancora che cura. Il legame di sangue si trasforma facilmente in diritto implicito, l’intimità in territorio di giudizio.

È in questo spazio che l’idea del possesso continua a riprodursi.

Il fenomeno non nasce da una “cattiveria” individuale, ma da un analfabetismo emotivo collettivo. Abbiamo cresciuto generazioni senza strumenti per gestire la frustrazione, la perdita, il confine. Il conflitto non viene affrontato, viene rimosso. E quando riemerge, lo fa nella forma più primitiva: la violenza. Non perché inevitabile, ma perché unica grammatica riconosciuta.

Una premessa necessaria

Dentro questo quadro va affrontato, senza ipocrisie e senza fraintendimenti, anche un altro elemento che spesso viene taciuto per paura di essere strumentalizzati: il modo in cui molte ragazze oggi costruiscono la propria presenza pubblica. Qualsiasi riferimento all’immagine o all’apparire non ha alcun nesso con la responsabilità della violenza subita. Il corpo, l’esposizione, il mostrarsi non spiegano un omicidio e non lo giustificano. Qui il piano non è morale, ma culturale.

Viviamo in un ecosistema che ha trasformato l’apparire in condizione dell’esistere. In un mondo dove il riconoscimento passa quasi esclusivamente dallo sguardo, l’esposizione del corpo diventa linguaggio, non provocazione; strategia identitaria, non colpa. La seduzione, che è relazione, misura, reciprocità, viene sostituita da una messa in scena permanente, spesso precoce, spesso fragile. Non è una scelta pienamente libera: è un adattamento a un sistema che premia la visibilità e punisce l’invisibilità.

Questo processo, da solo, non genera violenza.

Ma convive pericolosamente con una cultura maschile che non è stata educata al limite. A distinguere tra vedere e possedere. Tra desiderare e avere diritto. Il corto circuito nasce qui: quando l’apparizione viene scambiata per disponibilità e il desiderio frustrato per un torto subito. Non è un problema di corpi mostrati, ma di sguardi non educati. Confondere questa analisi con una colpa delle vittime significa non aver capito nulla, o non voler capire.

Educazione al rispetto

Arriviamo così al nodo decisivo: il rispetto non si insegna per osmosi. Se fosse vero, non continueremmo a contare donne uccise da chi diceva di amarle o di proteggerle. Quando la famiglia non riesce, non sa o non può educare, perché impoverita, isolata, essa stessa priva di strumenti, qualcuno deve sopperire. E quel qualcuno non può che essere la Scuola.

Non la scuola delle giornate simboliche, dei proclami da appuntarsi sul petto, delle campagne utili ai partiti o delle fiction consolatorie da mandare in televisione. Ma una scuola che si assuma fino in fondo il ruolo di maestra di vita. Che inserisca nei programmi, in modo strutturale e continuo, l’educazione alla relazione, al conflitto, al limite. Non come materia accessoria, ma come fondamento trasversale. Dare parole alle emozioni prima che diventino gesti violenti. Insegnare che l’altro non è una proprietà. Che l’amore autorizza solo ad amare. Che perdere controllo non significa perdere identità.

Ylenia Musella non è morta perché mancavano leggi o slogan. È morta perché abbiamo lasciato crescere, indisturbata, un’idea sbagliata di legame, di possesso e di riconoscimento. Continuare a raccontare questi omicidi senza affrontare questa responsabilità educativa è il modo più sicuro per prepararne altri. E questa, più di ogni altra, è una colpa che non possiamo più permetterci.

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