Memoria, cultura popolare e musica nei mercati napoletani, dove la voce del venditore accompagnava la merce, animava la strada e costruiva relazioni che oggi rischiano di scomparire insieme a un patrimonio di tradizioni orali.

Le voci della mia città
Sono cresciuto tra il Vasto, il Borgo Sant’Antonio Abate, la Maddalena e il mercato di Porta Nolana, che nel linguaggio popolare chiamavamo anche n’gopp’ ’e mura. Le strade erano animate dalle chiamate dei venditori, voci riconoscibili che si armonizzavano tra le bancarelle e arrivavano fin dentro le case.
Oggi, in molti di quei luoghi, i richiami che ricordo sono quasi scomparsi. I mercati continuano a esistere, ma sono cambiati il commercio e le relazioni che lo animavano. Alla Maddalena, come altrove, il tessuto commerciale si è trasformato anche con l’arrivo di nuove comunità asiatiche. Una parte delle consuetudini locali si è così interrotta, senza che le pratiche precedenti fossero raccolte e tramandate.
Mio padre mi chiedeva di imitare le voci dei venditori, e io cercavo di riprodurne gli accenti, le intonazioni e le cadenze. Ancora oggi mando ai miei fratelli messaggi vocali in cui ne ripropongo alcune: ridiamo e, per qualche istante, torniamo alle strade della nostra infanzia.
Tra quelle che ricordo c’era la voce di Belluccio, un pescivendolo dalla chiamata musicale e talvolta quasi incomprensibile. Non occorreva capire ogni parola per rimanere ad ascoltarlo, come accade con una canzone cantata in una lingua sconosciuta: il ritmo e l’intonazione arrivavano prima del significato.
L’arte del richiamo
In una strada lunga cento metri potevano esserci cinque pescivendoli, altrettanti macellai e numerosi venditori di frutta e verdura. Spesso proponevano prodotti simili, talvolta provenienti dagli stessi mercati all’ingrosso. A distinguere un banco dall’altro contribuivano la reputazione, la competenza, la simpatia e la capacità di attirare la clientela.
La voce aveva un valore professionale. Un venditore capace di richiamare la gente poteva radunare davanti al banco un piccolo pubblico, intrattenendolo con battute, variazioni d’intonazione e formule riconoscibili. Nei periodi di maggiore attività, soprattutto durante le festività, alcuni pescivendoli e verdummare si facevano aiutare da persone particolarmente abili nel richiamo, anche se meno esperte nella vendita vera e propria. La loro bravura attirava clienti e poteva essere remunerata.
I pescivendoli di Pozzuoli, con il loro dialetto marcato e una cadenza inconfondibile, valorizzavano anche la propria provenienza, evocando l’esperienza del mare e l’identità del luogo. La voce contribuiva a costruire l’immagine del venditore e a conquistare la fiducia di chi comprava, anche quando la merce arrivava dagli stessi circuiti commerciali utilizzati da altri.
Il repertorio comprendeva formule ripetute e richiami personali, brevi annunci e sequenze più elaborate, ricche di allusioni e doppi sensi. In alcuni casi la chiamata assumeva una musicalità tale da attirare persone che si fermavano soprattutto per ascoltare.
In questo universo sonoro si colloca ’a fronna ’e limone, forma della tradizione vocale napoletana studiata da Roberto De Simone, caratterizzata da una particolare modalità d’intonazione, con andamento bitonale e senza accompagnamento strumentale. Non ogni richiamo cantilenato apparteneva a questa forma, ma le chiamate dei venditori condividevano con il canto popolare l’uso espressivo della voce.
Un’espressione ricordata nei mercati diceva: «si ’iss vendenno cu ’sta voce te puzzass’e famm!». La battuta, rivolta a chi non sapeva richiamare efficacemente la clientela, chiarisce quanto quella capacità potesse incidere sul lavoro. Non bastava avere una buona merce: bisognava anche saperla presentare.
Il racconto e la canzone
Le voci dei venditori entrarono nella musica e nel teatro napoletani perché offrivano personaggi, ritmi e situazioni già radicati nella vita cittadina.
In ’E cerase, canzone di Salvatore Di Giacomo musicata da Vincenzo Valente nel 1888, il venditore di ciliegie mescola la chiamata all’acquisto con una storia amorosa. Il verso «io do ’a voce e vuje facit’a spesa» riassume lo scambio. Il venditore offre il racconto e la propria capacità di intrattenere, chiedendo in cambio che le donne comprino la merce. La storia alimenta la curiosità di chi ascolta e accompagna la vendita.
’O rammariello di Luigi Cioffi, legato a una vicenda amorosa tragica, conserva un rapporto analogo fra commercio e racconto. «Vengo cupert’e raso po’ lietto ’e sposa, ve dong’a tanto ’o mese, facile spese» è una delle formule che accompagnano questo repertorio, nel quale l’offerta commerciale impreziosiva con immagini narrative e allusioni.
Nella versione della Nuova Compagnia di Canto Popolare, Ué femmene femmene riprende il gioco fra chiamata e racconto amoroso attraverso voci che si alternano e si rispondono. La parola del venditore assume toni ironici e seduttivi, mentre il richiamo diventa parte di un dialogo con il pubblico.
Raffaele Viviani portò sulla scena questa vivacità popolare. Nel secondo atto de L’ultimo scugnizzo, la rumba degli scugnizzi ripropone le chiamate del mercato e gli scambi fra venditori, restituendo un ambiente nel quale il commercio era anche relazione e spettacolo. Acquerello napoletano, di Bionagura e Benedetto, appartiene a sua volta al repertorio musicale legato alle immagini e ai richiami della vita popolare.
Queste opere non sono necessariamente trascrizioni fedeli di ciò che accadeva nelle strade. Musica e teatro selezionano e trasformano il materiale popolare secondo le proprie esigenze artistiche. La loro presenza dimostra, tuttavia, quanto le voci dei venditori fossero riconoscibili e quanto avessero contribuito all’immaginario culturale della città.

Le parole dei mercati
Il repertorio dei venditori era ricco di ironia, doppi sensi e immagini che trasformavano l’esperienza del quotidiano in un piccolo racconto.
«Faje primme e sicondo, purpetielli» richiamava la possibilità di utilizzare i polipetti per condire la pasta e servirli poi come secondo piatto, secondo una preparazione legata alla tradizione alla luciana. La formula poteva contenere anche un’allusione maliziosa, rivolta alle donne fedigrafe che dovevano sbrigarsi a preparare il pranzo prima del ritorno del marito.
Il mazzone, piccolo pesce azzurro, «faceva ‘o guappo a mare». Il venditore gli attribuiva il comportamento di un guappo che spadroneggiava nel mare prima di finire sul banco. Al capitone, protagonista della tavola natalizia, era rivolto invece il complimento ironico «Comm’ si’ bello, capitò!», che giocava sul contrasto fra l’entusiasmo della chiamata e l’aspetto poco gradevole dell’animale.
«Capito’, diman muor» presagiva l’imminente morte dell’anguilla dei sargassi, destinato alla tavola delle vigilie. La formula è rimasta anche nella memoria di espressioni usate in senso figurato, per indicare la fine imminente di una situazione o di un divertimento.
Altri richiami erano legati alle stagioni e alle abitudini del quartiere. Ricordo una vecchia venditrice che arrivava da Capodimonte per proporre violette vicino alle scuole nel periodo pasquale. «Viuletta, viuletta ’e Pasqua» annunciava i mazzetti che i bambini compravano per regalarli alle maestre, in segno di rispetto e riconoscenza, talvolta anche nella speranza di rendere più benevola un’interrogazione.
Le pollanche, pannocchie di mais bollite, erano un alimento economico e saziante. «’O limone, ’o limone magnate» richiamava invece la vendita di granite, particolarmente gradite nei mesi caldi. Prodotti e chiamate seguivano il calendario delle stagioni e delle consuetudini alimentari.
Alcune espressioni sono più difficili da comprendere fuori dal contesto nel quale circolavano. «Sbarcano tutte a Napule, ’e che belli pullasti», era riferita a clienti petulanti provenienti dalla provincia. «’A ricotta mia e nu burro» non era solo la voce data dal casanduoglio, si riferiva invece al ricottaro, figura di chi vive senza lavorare davvero o cerca di trarre vantaggio dagli altri.
Queste formule passavano dal mercato alle case, venivano ripetute per scherzo e potevano diventare modi di dire. Il glossario finale ne conserva alcune, lasciando aperte le interpretazioni che richiedono ulteriori precisazioni.

Migliaro e la città perduta
La memoria dei mercati napoletani è conservata anche nella pittura di Vincenzo Migliaro. I suoi dipinti restituiscono scorci, figure e scene della vita popolare legati a una città che, tra la fine dell’Ottocento e gli anni successivi, sarebbe stata profondamente trasformata dagli interventi di risanamento.
Quelle immagini documentano ambienti destinati in parte a scomparire, con le persone impegnate nelle attività quotidiane e lo spazio urbano ancora strettamente legato al commercio di strada.
Davanti a un dipinto di Migliaro, chi ha conosciuto i mercati popolari può immaginare anche ciò che la tela non mostra. Il rumore delle bancarelle, le voci che si sovrappongono, le chiamate dei venditori e le risposte dei clienti. È un’associazione personale, nata dal ricordo di luoghi nei quali il paesaggio era anche sonoro.
Quando il commercio perde la sua voce
Nel mercato tradizionale il venditore era spesso direttamente responsabile della merce acquistata e doveva riuscire a venderla prima che si deteriorasse. Per il pescivendolo, come per altri commercianti di prodotti deperibili, l’invenduto rappresentava una perdita concreta. La chiamata serviva a richiamare i clienti, accelerare le vendite e difendere il proprio guadagno.
Nel commercio contemporaneo, produzione, conservazione, distribuzione e vendita sono spesso affidate a soggetti diversi. Il rapporto diretto fra chi possiede la merce e chi la vende si è modificato, come sono cambiati i tempi e le modalità della spesa. Non si tratta di attribuire ogni spreco alla grande distribuzione, ma di riconoscere che il legame personale fra commerciante e prodotto ha assunto forme differenti.
È cambiato anche il rapporto con il cliente. Da anni faccio la spesa nello stesso supermercato senza conoscere il nome del panettiere o della persona alla cassa. Ricordo invece i nomi di tutti i commercianti dei quartieri nei quali sono cresciuto. La ripetizione degli incontri costruiva una familiarità che andava oltre l’acquisto.
Il mercato era un luogo di lavoro e di comunicazione. La voce poteva fermare un passante, far ridere chi ascoltava, richiamare un cliente abituale o avviare uno scambio di battute. La vendita si svolgeva davanti a una piccola comunità, composta anche da persone che si fermavano senza avere necessariamente intenzione di comprare.
Questa dimensione sociale si è ridotta in molti contesti commerciali, dove la spesa viene organizzata soprattutto come un’attività da sbrigare. Il cibo resta essenziale, ma il tempo dedicato alla relazione con chi lo vende tende a diminuire.
Mi viene in mente, per analogia, l’immagine evangelica del buon pastore, che si prende cura del gregge, contrapposta a quella del mercenario che può allontanarsi quando arriva il pericolo. È un’immagine che richiama la differenza fra chi sente direttamente la responsabilità di ciò che possiede e chi svolge una funzione all’interno di un sistema più ampio, nel quale il rapporto con il risultato finale può essere meno immediato.
La trasformazione dei mercati riguarda anche i quartieri e le comunità che li abitano. Le nuove presenze portano altre lingue e altre abitudini, partecipando alla storia attuale di Napoli. Il problema è la perdita di continuità con le pratiche precedenti, che possono scomparire senza essere documentate mentre la città continua a proporre all’esterno un’immagine della propria tradizione popolare.
Il folklore napoletano è diventato anche una risorsa turistica: musiche, immagini e simboli vengono riproposti a chi visita la città, ma le condizioni sociali e lavorative dalle quali quelle espressioni sono nate ricevono spesso meno attenzione. Le voci dei venditori rischiano così di essere ricordate come colore locale, separate dalle persone che le inventavano e dal lavoro che ne determinava il ritmo.
Oggi alcune sopravvivono nelle canzoni, nel teatro e nei ricordi familiari. Quando imito quelle voci per i miei fratelli, ne restituisco soltanto frammenti: una cadenza, un modo di pronunciare le parole, il ricordo di un venditore che forse nessun altro saprebbe riconoscere. Eppure basta quel frammento perché riaffiori un mondo condiviso.
Le voci dei mercati raccontavano il lavoro, la concorrenza, la creatività. Facevano parte della cultura napoletana senza essere considerate un patrimonio da conservare: vivevano nella strada e nelle abitudini di chi le ascoltava.
Quando una tradizione è così vicina alla vita quotidiana, la sua scomparsa può passare inosservata. Ci si abitua al silenzio senza rendersi conto di ciò che manca.
Svanisce un patrimonio. E spesso ce ne accorgiamo soltanto quando non rimane più nessuno in grado di restituirci quelle voci.

Link delle canzoni citate
Le chiamate dei venditori hanno lasciato una traccia nella musica e nel teatro napoletani. Questi brani permettono di ritrovare, attraverso interpretazioni e forme artistiche diverse, una parte di quel mondo sonoro.
- ’E cerase Salvatore Di Giacomo e Vincenzo Valente
- ’O rammariello di Cioffi e Cioffi, del 1956
- Rumba degli scugnizzi Da L’ultimo scugnizzo di Raffaele Viviani
- Acquerello napoletano Buonagura e Benedetto



