Cumpà, quann’ vaie a Napule, me puort ‘na chitarra?

Un antico modo di dire napoletano, la cui origine viene tramandata attraverso la storia di un ragazzino, di una promessa e di un sacchetto di monete.

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«Cumpà, quann’ vaie a Napule, me puort ’na chitarra?»

Cumpà, quann’ vaie a Napule, me puort ‘na chitarra?

«Compare, quando vai a Napoli, mi porti una chitarra?» Un modo di dire napoletano nato per far sorridere e riflettere. Dietro quella chitarra richiesta tante volte, però, c’è una lezione sulle promesse che non costano niente a chi le fa.

La storia comincia nella campagna che un tempo circondava Napoli, quando tra città e paese c’erano pochi chilometri di strada, ma due mondi diversi di pensare. Viveva lì una famiglia di contadini. Una casa piena di ragazzi, lavoro e poco denaro. Ognuno aveva il suo compito.

Uno di quei ragazzi aveva la musica dentro, una bella voce, e una passione che gli faceva dimenticare la stanchezza. Sognava una chitarra. Nel suo paese, tra contadini, botteghe povere e attrezzi da lavoro, non se ne trovava l’ombra.

C’era però un compare di suo padre, un parente acquisito grazie al battesimo, che andava a Napoli ogni settimana per il mercato. Il ragazzo aspettò la sua visita e gli chiese:

«Cumpà, quann’ vaie a Napule, me puort ‘na chitarra?»

Il compare lo guardò con sorpresa, poi rise e gli diede una pacca e promise:

«Sì, guagliò, appena vado te la porto.»

Il ragazzo aspettò tutta la settimana impaziente. Quando il compare tornò, gli corse incontro cercando con gli occhi un involto, una custodia. Aveva in mano solo un pollastro morto e un fiasco di vino. Niente chitarra. Se n’era dimenticato. L’uomo si scusò adducendo mille scuse. Il viaggio era stato complicato. Al mercato aveva avuto mille cose da fare.

Il ragazzo ci rimase male ma poi tornò a chiedere:

«Cumpà, quann’ vaie a Napule, me puort ‘na chitarra?»

«Sì, sì. La prossima settimana. La prossima volta, sicuramente gliela avrebbe portata.»

Passò la seconda settimana. Poi la terza. Cambiarono le stagioni. Il ragazzo continuava a chiedere, il compare a promettere. La chitarra non arrivava mai. Un giorno il padre lo trovò nell’aia, gli occhi pieni di lacrime.

«Guagliò a papà, pecché chiagne?»

Il ragazzo gli raccontò tutto, per filo e per segno. Il padre ascoltò senza interromperlo, poi disse solo: «Aspetta.» Entrò in casa e ne uscì con un sacchetto di monete. Lo mise nelle mani del figlio. «Domani, quando viene il compare, gli chiedi di nuovo della chitarra. E insieme alla richiesta gli dai questo.»

Il ragazzo non capiva, il compare non aveva sempre promesso di portargliela? Ma il padre era un uomo di campagna, e la campagna insegna a riconoscere le parole dal loro peso.

Il giorno dopo il compare arrivò. Il ragazzo gli andò incontro:

«Cumpà, quann’ vaie a Napule, me puort ‘na chitarra?» E allungò il sacchettino.

Il vecchio lo prese tra le dita, lo soppesò, sentì il rumore delle monete. Sorrise, un sorriso sbilenco.

«Mo’ sì ca te porto ‘a chitarra.»

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Finché la richiesta resta nell’aria, si accoglie con cento promesse: domani, la prossima volta, statte senza pensiero. Ma quando arriva il denaro, le promesse acquistano peso. La scaltrezza, in questa storia, non è del compare: è del padre, che capisce ciò che il figlio piccolo ancora non può capire. Una frase si può regalare infinite volte. Una chitarra bisogna comprarla, nessuno te la regala.

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