Napoli, estasi e scandalo nel Seicento
Sesso, potere e santità nella Napoli vicereale. La storia vera di una donna che sfidò la Chiesa e fu cancellata dalla memoria.
Uno scandalo nella città delle 504 chiese
Napoli, primi decenni del Seicento. Religiosissima, bigotta, affollata di chiese e monasteri. Nessuno avrebbe immaginato che una terziaria francescana di umili origini potesse attirare l’attenzione dell’Inquisizione e travolgere la corte del viceré e la curia papale.
Dalla povertà all’estasi
Giulia De Marco nasce a Sepino, in Molise, nel 1574. Dopo la morte del padre, si trasferisce a Campobasso e poi a Napoli. Una maternità fuori dal matrimonio la porta ad abbandonare il figlio all’orfanotrofio della Santissima Annunziata. Questo trauma la avvicina alla religione. Non potendo entrare in convento, veste l’abito del Terzo Ordine di San Francesco.
Inizia a manifestare visioni celesti, doni di preveggenza e poteri taumaturgici. La fama di santità si diffonde tra il popolo e l’aristocrazia. Il viceré, conte di Lemos, la introduce a corte. Per tutti, ormai, è “la madre”.
La congregazione della carità carnale
Con l’aiuto del suo padre spirituale, don Aniello Arciero, e dell’avvocato Giuseppe DeVicaris, Suor Giulia fonda una confraternita: la “congregazione della carità carnale”. Vi aderiscono nobili, prelati e famiglie influenti. Gli incontri si tengono nella casa del conte Suarez.
Secondo le teorie di Arciero, influenzate dal Socinianesimo, gli atti sessuali non sono peccaminosi, ma opere meritorie. Ogni religioso ha il “dovere morale” di donare il proprio corpo per la redenzione dei peccatori. Suor Giulia, in quanto depositaria di doni mistici, diventa il tramite per la salvezza. Gli adepti devono rendere omaggio al suo sesso. Le preghiere si dividono in due percorsi: “contemplativo” e “pratico”.
Lo scandalo e il processo
Nel 1615, una denuncia firmata da Suor Orsola Benincasa (poi canonizzata) arriva al Santo Uffizio. Papa Paolo V invia inquisitori a Napoli. Le indagini scoperchiano il vaso di Pandora. Il processo, per motivi di sicurezza, si celebra a Roma. Suor Giulia viene condannata al carcere a vita, Arciero spretato ed esiliato. Scamparono al rogo solo grazie all’intervento del viceré.
È l’unica volta nella storia del regno di Napoli in cui l’Inquisizione esercita giurisdizione diretta.
Rilettura contemporanea
Le fonti storiche non negano le pratiche sessuali, ma rivalutano la figura di Suor Giulia. Forse divenne troppo ingombrante. Forse fu vittima di uno scontro tra Francescani (filo-spagnoli) e Teatini (filo-papali). La sua immagine fu cancellata dalla memoria collettiva.
Due artisti potrebbero averla ritratta: Caravaggio, nella donna che allatta un vecchio ne Le sette opere di misericordia, e Bernini, nella sensualità estatica della Santa Teresa.
Napoli come paradigma
Sebastiano Vassalli le ha dedicato il romanzo Io, Partenope, dove Suor Giulia diventa simbolo di una Napoli ambigua e profonda: madre, santa e puttana. La sua storia è una crepa nel dogma, una voce che disturbava, un corpo che parlava.




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