Quante volte avete usato questa espressione senza sapere da dove viene.
Sette soldi ‘a musurella e chill’amico sempre dorme
La si dice quando un piacere atteso non arriva, quando qualcuno non mantiene una promessa, quando il tempo passa e quella soddisfazione che aspettavi è ancora lì, ferma, immobile, come se dormisse. La si dice con leggerezza, quasi sorridendo, come si dicono le parole che si imparano da bambini senza che nessuno le spieghi davvero.
Ma questa espressione ha una storia precisa. Una tradizione orale molto antica che voglio condividere con chi leggerà questo racconto.
In estate nei Cristallini non entrava il vento.
Entrava tutto il resto, il fumo dei bassi, le voci delle donne ai ballatoi, l’odore del carbone bagnato quando scendeva la pioggia. Ma il vento no. I vicoli erano troppo stretti e troppo contorti, e l’aria ci ristagnava come acqua vecchia in una conca, pesante di anni e di cose non dette.
Era il 1863, e il nuovo regno d’Italia aveva cambiato i manifesti, le uniformi e il nome delle tasse. Il resto era rimasto uguale, uguale a vent’anni prima, uguale a cinquant’anni prima. Nei Cristallini, quella propaggine storta che scendeva dai Vergini verso l’imbocco della Sanità, il tempo aveva la sua misura propria, e non coincideva con quella dei Savoia.
Qui l’ordine pubblico aveva un altro nome.
L’Onorata Società aveva le sue regole, il suo codice, il suo ordine preciso e antico. Era un sistema parallelo, più capillare e più radicato di qualunque prefettura piemontese. Le guardie del nuovo regno lo sapevano. Lo sapevano così bene che il lunedì mattina passavano anch’esse a ritirare la loro parte, con la stessa puntualità dei riscossori della Camorra. Semplicemente, portavano una divisa diversa.
Raffaele vendeva carbone.
Lo vendeva dalla bottega al pianterreno di un palazzo che sembrava reggersi per abitudine, con le pareti annerite fino al soffitto e i sacchi impilati lungo le pareti come una piccola montagna nera e silenziosa. Era un uomo grande e taciturno, con le mani sempre scure nonostante il sapone e una dignità quieta che non aveva bisogno di alzare la voce.
Sua moglie si chiamava Carmela.
Carmela era bella. Capelli neri raccolti sulla nuca, occhi scuri e diritti, un modo di muoversi tra i sacchi e le pentole sul fuoco che aveva qualcosa di felino. Lavorava accanto al marito dalla mattina alla sera, pesava il carbone, teneva i conti su un quadernetto unto, contrattava coi clienti senza perdere mai la calma. Era una donna che sapeva stare al mondo.
Pagavano. Pagavano ogni mese, come tutti. La quota dell’Onorata Società era una tassa come le altre, più antica, più puntuale, inevitabile. Raffaele la metteva da parte durante il mese, la consegnava senza protestare, tornava ai suoi sacchi. Così aveva fatto suo padre, così facevano i vicini, così faceva chiunque avesse una bottega, un carretto, un mestiere in quei vicoli. Non era rassegnazione, era la camorra. Il mondo aveva quella forma lì, e arrabbiarsi con la forma del mondo è fatica sprecata.
Il guaio non venne dalla “tassa” ma da Tore naso ‘e cane.
Don Salvatore, come amava farsi chiamare, era i il riscossore, l’uomo che si presentava alla porta il primo del mese con il sorriso di chi sa già come andrà a finire. Portava sempre la giacca corta stirata e i pantaloni larghi, camminava occupando più spazio del necessario il passo di chi non ha mai dovuto spostarsi per far passare qualcun altro.
Si era invaghito di Carmela una mattina di marzo, mentre lei pesava il carbone per una vecchia del vicinato. Non era stata una cosa graduale. Era stato un colpo improvviso, e poi era divenuta fissazione.
Ma naso ‘e cane non era un uomo che si accontentava di guardare.
Nella sua testa prese forma un progetto preciso, e quel progetto non aveva niente di romantico. Era una questione di potere, di guapparia esibita. Qualche anno prima il capintesta Ciccio ‘o signurino aveva preso una donna di via Nardones e se l’era portata via dal marito, se l’era sposata davanti a tutti, e nessuno aveva detto una parola. Un atto simile era una firma scritta sui muri. Significava: io posso, nessuno osa opporsi. Significava che gli altri camorristi come lui lo avrebbero guardato con maggior rispetto, e i popolani con ancora più paura.
Prendersi Carmela diventò nella sua mento una prova da dare a se stesso e agli altri.
Cominciò a passare davanti alla bottega. Si fermava, scambiava quattro chiacchiere con Raffaele tenendo gli occhi su Carmela con quella sfrontatezza di chi non ha mai avuto bisogno di vergognarsi. Raffaele vedeva e capiva. Teneva le mani ferme sui sacchi e non diceva niente.
Cosa avrebbe potuto dire?
Le settimane passarono. Tore naso ‘e cane divenne più esplicito con la bella carbonaia. Un complimento mentre il marito era nel retro, uno sguardo che durava un secondo di troppo, un sorriso lascivo di compiacimento. La donna non diede adito a malitesi: abbassava gli occhi o arretrava di un passo.
Finché una sera il guappo la incappò sola.
— Donna Carmè, voi avete inteso il mio sentimento.
— So come vanno ciertj ‘ccose — disse lei.
— Allora avete compreso che mi sono esposto cu’ ll’ amici. Voi sarete ‘a femmena mia.
Lo disse piano, con la calma di chi annuncia qualcosa di già deciso.
— Rafele si starà… si deve stare. Troverà un’altra strada… o una coltellata nel petto.
Carmela lo guardò con quegli occhi scuri.
— Mio marito tornerà tra poco, il tempo si è guastato.
Don Salvatore sorrise.
— Lo so. Prendetevi qualche giorno per preparavi. Non c’è fretta. Ma la risposta io la conosco già.
Il guappo si alzò, sistemò la giacca. Uscì. I suoi passi sul selciato erano lenti e regolari sotto la pioggia che iniziava ad incalzare.
Succedeva così, due o tre volte l’anno, l’acqua piovana raccolta nelle cavità tufacee sopra la Sanità trovava uno sfogo improvviso e scendeva per i vicoli come un fiume nero di fango e di detriti, portando via tutto quello che trovava sulle strade. Ma ogni volta era una piccola catastrofe per la gente del quartiere che vedeva distrutto quel poco che possedeva.
Raffaele e Carmela lavorarono fino all’alba per salvare quello che potevano. Spostarono sacchi, trasportarono casse, usarono le mani nel fango. Quando l’acqua si ritirò, la bottega era salva nella sostanza ma devastata nell’aspetto.
Sedettero sul gradino all’alba, stanchi come non si può dire.
Fu allora che Carmela raccontò tutto a Raffaele.
Lo raccontò con la stessa calma con cui aveva fatto tutto il resto quella notte, senza drammi, senza lacrime, con la precisione di chi riferisce fatti. Raffaele ascoltò senza interrompere. Teneva le mani sulle ginocchia, grandi e scure di fango e di carbone, perfettamente ferme.
Quando lei finì, rimase in silenzio un momento lungo.
Guardò i sacchi salvati, il fango sul pavimento. Guardò sua moglie.
— Hai fatto bene a dirmelo.
— Cosa facciamo?
Lui non rispose subito. Guardò il vicolo devastato davanti alla bottega, già sveglio nonostante l’ora, già pieno di quel rumore di fondo che non smetteva mai.
— Aspettiamo. E intanto pensiamo.
Carmela annuì. Conosceva quell’uomo abbastanza da sapere che quella non era rassegnazione. Era qualcosa di diverso, qualcosa che aveva la pazienza del carbone. Silenzioso, compresso, capace di tenere il fuoco a lungo.
Tre giorni dopo, Carmela mandò un imbasciata a Don Salvatore: il marito sarebbe stato fuori per la sera, per consegnare un carico a Capodimonte. Che se voleva passare, la bottega era aperta.
Naso ‘e cane si presentò alle otto acchittato e profumato.
La bottega era nella penombra. Una sola candela sulla tavola. Carmela era in piedi vicino ai sacchi, bella e invitante come mai.
Il guappo entrò. Si guardò intorno poi disse:
— Rafele?
— Non c’è… Ve l’ho detto.
L’uomo sorrise compiaciuto, aveva vinto. Si avventò sulla donna eccitato.
Non vide Raffaele uscire dal retro, con la pala pesante stretta a due mani.
Il colpo fu uno solo.
Don Salvatore Naso ‘e cane cadde con un suono secco sulla montagnola di carboni.
Gli sposi lavorarono in silenzio tutta la notte. Con la stessa complicità silenziosa con cui avevano salvato il carbone dalla lava dei Vergini tre giorni prima, lui che spostava, lei che teneva il lume basso, nessuna parola che non fosse necessaria. Verso le tre avevano finito.
Il guappo fetente dormiva sotto il carbone.
Al caldo. Al buio. In un posto in cui nessuno avrebbe mai pensato di guardare.
Il mattino dopo la bottega aprì alle sei, come sempre. Carmela pesava il carbone, teneva i conti, contrattava coi clienti. Raffaele caricava i sacchi con quelle mani che non smettevano mai.
Qualcuno chiese di Don Salvatore, nei giorni seguenti. Se n’era andato, dissero alcuni. Si era fatto dei nemici sbagliati, dissero altri. Nessuno indagò troppo. Non conveniva fare domande sulle persone scomparse.
Ma tutti sapevano.
E il rione ne fu felice. Di quella felicità silenziosa e profonda che non si può festeggiare ma si sente nelle ossa.
Col tempo il nome Tore ‘Nas0 ‘e cane scomparve , come scompaiono le persone che nessuno piange davvero. Ma rimase il monito:
Sette soldi ‘a musurella e chill’amico sempre dorme.
Sette soldi costava una misura piccola di carbone per riscaldarsi o cucinare. Una cosa innocente, quasi banale, ma anche una metonimia.
I napoletani di allora sapevano che sette soldi messi in fila misuravano tredici centimetri. E tredici centimetri erano la misura del coltello dei camorristi, la misura con cui si risolvevano i conti in sospeso.
Due voci dentro quattro parole. Una per chi non sapeva, una per chi sapeva. Come hanno sempre funzionato le cose a Napoli. Una faccia alla luce, una nell’ombra, e la verità nascosta sotto il carbone .
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