Storia del Borgo Sant’Antonio Abate e del suo mercato popolare
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Dalle origini medievali al mercato che ancora oggi conserva l’anima più autentica della città.
Il perimetro urbano della città di Napoli rimase sostanzialmente immutato dalla sua fondazione fino agli inizi del XIII secolo. Per molti secoli la città rimase racchiusa entro le mura difensive di età greco-romana, mantenendo una struttura compatta che solo nel tardo Medioevo iniziò lentamente a espandersi.
Fu in età angioina che si cominciarono a costruire nuove abitazioni all’esterno delle mura. Nacquero così una serie di borghi che nel tempo si trasformarono in veri e propri quartieri cittadini. Alcuni svilupparono una vocazione commerciale, come il Borgo Orefici, Chiaia e Santa Lucia; altri mantennero invece una forte componente agricola, come il Borgo Loreto, il Borgo dei Vergini e il Borgo Sant’Antonio Abate.
Tra questi ultimi, il Borgo Sant’Antonio Abate occupa un posto particolare nella storia urbana di Napoli. Il quartiere si sviluppa lungo un rettilineo di circa ottocento metri compreso tra le attuali piazza San Francesco e piazza Carlo III. Questo lungo asse viario è conosciuto dai napoletani con il nome di “‘o Buvero ‘e Sant’Antuono”, uno dei mercati popolari più antichi e caratteristici della città.
Il nome del borgo deriva dall’abbazia dedicata a Sant’Antonio Abate, fondata nel 1363 per volontà della regina Giovanna I d’Angiò. La sovrana volle accogliere nella capitale del regno i monaci ospedalieri del Tau, provenienti dalle terre francesi dell’Isère e tradizionalmente legati alla casa d’Angiò.

La cura del “male del fuoco”
Grazie ai munifici donativi reali, i frati costruirono una chiesa e fondarono un hospitalem, una struttura assistenziale specializzata soprattutto nella cura dell’herpes zoster, comunemente noto come “fuoco di Sant’Antonio”, e dell’ergotismo, una malattia provocata dall’ingestione di cereali contaminati.
Nel laboratorio erboristico del convento si preparava un antico rimedio medicinale composto da grasso di maiale, salice e alloro. L’unguento veniva avvolto in un foglio su cui era raffigurata l’immagine del santo abate e veniva applicato sulle parti colpite per alleviare i dolori della malattia esantematica.
Sant’Antonio Abate
Il culto di Antonio, eremita egiziano e patriarca del monachesimo cristiano, si diffuse rapidamente tra la popolazione napoletana. Nel linguaggio popolare il santo veniva chiamato Sant’Antuono o ’Ntuono, per distinguerlo dall’altro santo omonimo, Sant’Antonio da Padova.
Protettore degli animali, degli allevatori e del focolare domestico, Sant’Antonio Abate fu accolto con particolare devozione dai contadini che abitavano il borgo. Il suo culto si sovrappose perfettamente a tradizioni molto più antiche, legate ai cicli agricoli e pastorali del mondo precristiano.
Fino a pochi anni fa non era difficile incontrare gruppi di ragazzini intenti a raccogliere legna di scarto per alimentare il grande falò acceso il 17 gennaio, giorno della festa del santo. La tradizione della “Lampa ’e Sant’Antuono” conserva infatti un evidente legame con rituali magico-propiziatori delle comunità agricole, che accendevano fuochi per mitigare i rigori dell’inverno e invocare il ritorno della fertilità della terra.
Attorno al falò si levava l’antica invocazione popolare:
“Sant’Antuono Sant’Antuono, pigliate ’o viecchio e datece ’o nuovo!”
Molti abitanti del quartiere bruciavano vecchie suppellettili e portavano nelle proprie case una brace del falò per accendere il focolare domestico, come simbolo di rinnovamento.
Anche alcuni simboli dei monaci ospedalieri del Tau conservavano richiami a tradizioni molto più antiche. Il loro saio bianco e l’allevamento dei suini, spesso donati dalla popolazione e cresciuti nei cortili del borgo, richiamano infatti riti della Francia celtica. I druidi del dio delle messi e del fuoco Lug indossavano vesti candide ed erano spesso accompagnati da maiali o cinghiali, animali consacrati alla divinità silvestre.
All’estremità opposta dell’abitato, verso Porta Capuana, venne edificata una cappella dedicata a San Sebastiano. Il santo martire era invocato come protettore contro le epidemie e la sua devozione nacque dopo la terribile peste del 1530, dalla quale gli abitanti del borgo, i cosiddetti “buvaresi”, credevano di essere stati miracolosamente salvati.
Nel 1594 re Ferrante d’Aragona, nel tentativo di contrastare l’influenza sul territorio esercitata dai monaci filo-francesi di Sant’Antonio, donò la cappella e i terreni circostanti ai frati di San Francesco di Paola. I religiosi trasformarono il complesso in un convento-fortezza e vi rimasero fino al 1792.
Con il decennio francese e la soppressione degli ordini religiosi, la possente struttura conventuale venne trasformata in carcere. Nacquero così le tristemente note Carceri di San Francesco alla Vicaria, che per oltre un secolo ospitarono detenuti di ogni genere, dai camorristi ai protagonisti del Risorgimento italiano.
L’edificio, che in seguito ospitò anche gli uffici della Pretura, versa oggi in stato di abbandono.
Nel corso dei secoli il rettilineo campestre del Borgo Sant’Antonio Abate si trasformò progressivamente in un vero e proprio corso cittadino. Durante il periodo vicereale i palazzi sostituirono le antiche masserie e i contadini, i parulani, furono spinti oltre la nuova cinta muraria per fare spazio alla borghesia urbana.
In cambio ottennero il permesso di occupare il viale centrale del borgo per creare un grande mercato.

Una storia di resilienza urbana
Ed è proprio il mercato a rappresentare ancora oggi l’anima più autentica del Buvero di Napoli. Da secoli, ogni giorno dell’anno, tra le bancarelle si vendono merci di ogni tipo: abiti, utensili domestici, alimenti e oggetti di ogni genere. Ma soprattutto si respira un’atmosfera fatta di voci, suoni e odori che sembrano appartenere a una Napoli lontana nel tempo.
Tra le grida dei venditori e il continuo via vai di persone, ‘o Buvero conserva qualcosa di simile a un bazar orientale nel cuore della città più occidentalizzata del Mediterraneo.
Forse proprio per questo è uno dei pochi quartieri del centro storico che non si è ancora completamente piegato alla trasformazione turistica degli ultimi anni.
Qui l’anima popolare e selvaggia della città resiste ancora.
Se temete il contatto gomito a gomito con la folla o preferite l’asettica comodità dei mercati digitali, probabilmente non è il posto giusto per voi.
Ma se volete incontrare una Napoli autentica, percorrete il rettilineo d0′ Buvero ‘e Sant’Antuono
Qui Napoli resiste ancora.
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Il Buvero corrisponde all’attuale via Sant’Antonio Abate, il lungo rettilineo che collega
piazza San Francesco a piazza Carlo III. Per orientarti meglio nella città puoi visualizzare la posizione del
Borgo Sant’Antonio Abate direttamente sulla mappa.



