In che misura siamo davvero liberi di parlare, oggi, in Italia?
Contesto e amplificazione pubblica
Nel 2025, in Italia, la libertà di parola è diventata un bene fragile. La Costituzione la garantisce, ma la realtà quotidiana racconta altro. Una battuta detta in un bar, un post di un professore con duecento contatti, un video di un presidente di Regione o persino le chat interne di un partito: tutto viene estratto dal suo contesto, amplificato e trasformato in terreno di scontro. Il dibattito pubblico sembra vivere in uno stato di allerta permanente, come se ogni parola potesse essere usata contro qualcuno.
Episodi e segnali politici
Il caso Garofani, nato da chiacchiere private in un ristorante, ha assunto i contorni di un segnale d’allarme. Le battute di Vincenzo De Luca – infelici, incaute, tutt’altro che opportune – sono state trattate come atti di indirizzo politico. Ancor più rivelatore è il caso del professore torinese, autore di parole esecrabili e moralmente indifendibili. Un post marginale, destinato a poche decine di persone, è diventato caso nazionale.
Un altro campanello è arrivato con le chat interne di Fratelli d’Italia, che hanno spinto la premier a evocare l’ipotesi di dimissioni. Ogni fuga di notizie, ormai, si trasforma in un referendum sulla legittimità del potere. Poi è arrivato il caso Paragon, lo spyware israeliano utilizzato contro giornalisti e attivisti. Ha riaperto un tema ancora più inquietante: la possibilità che esista una “Ceka” moderna, invisibile e silenziosa. Non significa cedere al complottismo, ma riconoscere che alcuni strumenti di controllo esistono davvero e si insinuano dove prima non avremmo immaginato.
Libertà di stampa e pluralismo
L’Italia è scesa al quarantanovesimo posto nella classifica mondiale della libertà di stampa, ultima tra i Paesi occidentali. Non è un numero: è un segnale. Il report di Reporters Sans Frontières descrive un clima di lavoro sempre più difficile per i giornalisti. Le pressioni aumentano e la linea tra critica e pericolo si assottiglia giorno dopo giorno.
Molti episodi, presi singolarmente, potrebbero sembrare incidenti. Insieme però formano un disegno. La premier cita pubblicamente giornalisti e intellettuali. Antonio Scurati non può leggere il suo discorso sulla televione pubblica il 25 Aprile.Gli inviti a comparire notificati in modo anomalo a figure come Roberto Saviano, nel pieno di uno scontro politico–culturale, hanno accentuato la percezione di una pressione crescente sui dissidenti. 21 novembre 2025 – Carmen Consoli, con una battuta sull’aspetto fisico di Giorgia Meloni, si è ritrovata al centro di un attacco sproporzionato. Un commento isolato è stato trasformato in un caso nazionale, segno di un clima dove la polemica travolge la libertà di pensiero e soffoca il confronto vero. Sempre il question time diventa un appuntamento saltato. Le conferenze stampa diminuiscono. Le interviste vengono filtrate. Persino il conflitto con Lilli Gruber diventa simbolo di una comunicazione che sceglie cosa mostrare e cosa evitare.
Pressioni, minacce e querele
La tensione ha trovato il suo punto più alto nell’ordigno collocato sotto l’auto di Sigfrido Ranucci. La violenza non è solo quella fisica. Lo sono anche le querele temerarie e le richieste di risarcimento usate come strumenti di intimidazione. La giustizia diventa così un bavaglio legale. Non servono manganelli quando bastano le citazioni in giudizio.
Nel frattempo la televisione pubblica smette di ospitare dissenso e satira. Diventa più rassicurante e prevedibile. Il pluralismo si assottiglia e le scelte editoriali sembrano seguire una linea più accomodante. Sullo sfondo emerge la vicinanza con leader come Viktor Orbán, promotore di una democrazia illiberale dove stampa e opposizione sono controllate con metodi legali ma costanti.
La nuova destra globale
Non è un fenomeno solo italiano. Negli Stati Uniti, Donald Trump minaccia i cittadini che votano un sindaco di fede islamica. Il linguaggio politico assume toni che assomigliano più a un regime che a una democrazia. La nuova destra globale non usa più l’orbace o le adunate. Usa algoritmi, campagne coordinate e sistemi di sorveglianza. Cambiano i mezzi, non l’essenza.
L’ombra dell’Urfascismo
Qui torna attuale Umberto Eco. Il suo saggio sull’Urfascismo descrive un fenomeno che cambia forma ma non sostanza. La paura diventa strumento politico. La semplificazione del discorso sostituisce l’analisi. Il nemico interno prende il posto del confronto. Non servono più camicie nere. Basta un clima in cui le persone imparano a tacere da sole. La censura più efficace è quella che interiorizziamo senza accorgercene.
La libertà non scompare in un giorno. Scompare quando ci convincono che è prudente non usarla.
Il silenzio che cresce
La libertà scompare quando smettiamo di far domande. Scompare quando accettiamo che certe cose sia meglio non dirle. Scompare mentre viviamo nella falsa certezza che nulla stia cambiando davvero. Il potere non deve più mostrare i muscoli. Gli basta osservare il silenzio che cresce.
Ed è allora, quando finalmente ce ne accorgiamo, che la libertà è già passata di mano. La vera domanda non è se esista un grande complotto, ma se siamo disposti a difendere il diritto di parola degli altri anche quando non siamo d’accordo con loro. È lì che si misura la salute di una democrazia.



