Note sul lessico del comando

Il potere quando smette di argomentare

Note sul linguaggio del comando
Note sul linguaggio del comando- illustrazione di Antonio Nacarlo

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C’è un momento preciso in cui il potere smette di convincere e comincia a disporre. Non accade con un colpo di Stato, né con una dichiarazione solenne. Accade prima, molto prima: nel linguaggio.
Quando le parole non servono più a spiegare il mondo ma a prepararlo, siamo già oltre la politica come confronto. Siamo dentro una pedagogia dell’obbedienza.

Umberto Eco lo aveva capito con lucidità chirurgica: l’Ur-fascismo non è un evento storico chiuso, ma una costellazione di atteggiamenti, una grammatica pronta a riattivarsi ogni volta che la complessità viene percepita come una minaccia. Il suo segnale più affidabile non è la violenza, ma la semplificazione morale: noi e loro, forte e debole, normale e deviato.

Oggi questa grammatica ritorna non nelle uniformi, ma nelle posture.

Il linguaggio politico contemporaneo ha progressivamente adottato tecniche che la neurolinguistica conosce bene: ancoraggi emotivi, cornici semantiche rigide, ripetizione ossessiva di immagini-chiave. Non importa che una frase sia vera; importa che funzioni. Che produca adesione, timore, assuefazione.
La nuova parola non informa: orienta.

È in questo contesto che frasi apparentemente grottesche di Trump sulla Groenlandia,  “la voglio”, “me la vendano”, “ce ne ricorderemo”,  smettono di essere boutade e diventano atti linguistici. Non descrivono un’intenzione: la installano. Parlare di territori come se fossero oggetti negoziabili non è solo brutalità verbale; è un modo per abituare l’orecchio all’idea che la sovranità sia una concessione, non un diritto.

Ricorsi storici

Il parallelo storico più istruttivo non è mai quello urlato, ma quello strutturale. I Sudeti nel 1938 non furono annessi con il silenzio, ma con le parole giuste: protezione, riunificazione, necessità. La minaccia non era l’invasione immediata, ma la promessa di conseguenze future. Prima si accettò il lessico, poi il fatto.
Come ci ha insegnato Vico: “La storia non si ripete, ma insegna per analogie.”

Oggi la Groenlandia funziona allo stesso modo simbolico: lontana, spopolata, apparentemente astratta. Ideale per testare un linguaggio proprietario senza pagare subito il prezzo morale. È la geografia trasformata in metafora: ciò che è distante può essere nominato come disponibile.

Dentro questo scenario, anche l’Europa oscilla. Le leadership europee hanno imparato a comunicare per immagini più che per argomentazioni. L’episodio degli occhiali a specchio del premier francese, citazione involontaria di un immaginario cinematografico che va da Conrad a Apocalypse Now , è rivelatore: l’autorità non guarda, riflette. Non dialoga: si mette in posa.

La politica diventa iconografia del comando.

Il contrasto emerge quando la realtà non è simbolica ma tragicamente concreta. Un presidente in guerra che indossa una divisa e viene rimproverato per l’assenza di abiti “adeguati” mostra con chiarezza lo scarto: chi vive l’emergenza parla il linguaggio della necessità. Chi esercita potere da lontano parla quello della forma. L’umiliazione passa attraverso l’etichetta, non attraverso l’argomento. È un meccanismo antico: spostare il discorso dal reale al rituale per svuotarlo di senso.

Sul fondo, più inquietante di tutto, si afferma una convinzione non detta ma praticata: che i popoli non siano capaci di autodeterminarsi. Il caso venezuelano, al di là dei giudizi su Nicolás Maduro, viene trattato come un problema da risolvere dall’esterno, un’anomalia da correggere. È l’idea paternalistica che la sovranità sia valida solo quando produce esiti accettabili per qualcun altro.

Un’idea che la storia europea conosce fin troppo bene.

In Italia il meccanismo assume una forma apparentemente minore, ma non meno rivelatrice. Cambiano i bersagli, non la grammatica. Ieri erano i rave party, oggi i maranza: bersagli elastici, sociologicamente fragili, ma retoricamente perfetti. Non problemi da comprendere, bensì soggetti simbolici su cui esercitare una pedagogia dell’ordine.

Il punto non è la legittimità dell’intervento pubblico, che in una democrazia è necessaria, ma il modo in cui il conflitto viene narrato. Si seleziona un fenomeno, lo si isola dal contesto, lo si carica di un valore morale negativo e lo si ripropone come emergenza. Il linguaggio non spiega: indica. Non analizza: segnala il nemico.
È una dinamica ben nota alla semiotica del potere: il capro espiatorio serve a rassicurare, non a risolvere.

Ciò che colpisce, però, è ciò che non viene detto. Mentre l’attenzione mediatica e politica si concentra su categorie sociali facilmente demonizzabili, si consuma un processo molto più delicato: la progressiva delegittimazione dell’unico contrappeso istituzionale reale, la Magistratura italiana.

Qui il linguaggio si fa più sottile, ma non meno incisivo. Non si attacca frontalmente l’istituzione; la si logora per accumulo. Si parla di “toghe politicizzate”, di “giustizia a orologeria”, di “inermi riforme necessarie”, creando nell’opinione pubblica una sfiducia di fondo che non distingue più tra errore umano e funzione costituzionale.
È una tecnica classica: non si abolisce il controllo, lo si rende sospetto.

In questo modo, l’idea stessa di equilibrio dei poteri viene percepita come un intralcio, non come una garanzia. Il cittadino, bombardato da un racconto emergenziale permanente, finisce per accettare che l’efficienza valga più della separazione, che la velocità sia preferibile alla complessità, che il conflitto istituzionale sia un fastidio e non il cuore della democrazia.

Il risultato è un cortocircuito

Mentre si invoca ordine contro figure marginali, si indebolisce il solo luogo deputato a limitare l’arbitrio. Non per atto, ma per linguaggio. Ancora una volta, prima delle riforme arrivano le parole.

E mentre il lessico del potere si fa sempre più performativo e intimidatorio, la Cultura sembra aver scelto il silenzio. Un Aventino non eroico, ma confortevole. Gli intellettuali parlano tra loro, le arti si rifugiano nell’allusione sterile, il pensiero rinuncia a sporcarsi con il presente. Così facendo, lasciano campo libero a chi riduce il mondo a slogan.

Quando la Cultura smette di denunciare, il potere smette di giustificarsi per i suoi eccessi.

Un breve articolo serve a questo: non a indicare colpevoli, ma a riconoscere i segnali. Le parole precedono sempre i fatti. Chi controlla il lessico, prepara il terreno allo scontro.
E la vera responsabilità, oggi, non è scegliere da che parte stare, ma aborrire le affermazioni che rendono pensabile l’inaccettabile.

il nuovo lessico del potere

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