L’ultimo sogno del Sud
Storia, riforme e mito del re che sognava un’Italia unita
Il 13 ottobre 1815, alle ventuno, la luna piena d’autunno rendeva d’oro le mura di tufo del castello aragonese di Pizzo, nelle Calabrie. Il plotone d’esecuzione era schierato nella minuta piazza d’armi. Grande uniforme e colpo in canna in attesa dell’illustre condannato. Il re, catturato pochi giorni prima, si presenta con incedere marziale, sdegnosamente rifiuta la benda chiedendo di comandare egli stesso il plotone. Alto, imponente, col piglio fiero della sua Occitania, proclama le ultime parole: “Non sparate alla faccia, mirate al cuore… Fuoco!”.
Così finiva la vita e il regno del nemmeno cinquantenne Gioacchino Murat, il figlio di un locandiere che seppe farsi re grazie alla sua intelligenza versatile e al valore sui campi di battaglia. “L’amore e le donne” era il motto inciso sulla sua sciabola. Guerriero nato, fu al fianco di Napoleone Bonaparte in tutte le campagne militari. Forse fu la sua lealtà che portò l’Imperatore a sceglierlo come reggente del Regno di Napoli nel 1808; o forse il celebre “nepotismo napoleonico”, dato che Murat aveva sposato Carolina Bonaparte.
Una passione condivisa
Arrivato in groppa a un magnifico corsiero arabo trovò una città in festa. Salve di cannone, drappi, un Te Deum composto in suo onore. Il nuovo re si insediò a Palazzo Reale: amava Napoli e progettava di restarvi a lungo. Ma con la flotta inglese a Capri e la Sicilia in mano ai Borbone protetti da Londra, la situazione non era semplice. Così Murat varò la riforma del servizio militare: coscrizione obbligatoria di sedicimila regnicoli per creare un esercito tutto italiano. Misura impopolare all’inizio, ma presto vista come occasione di riscatto per i più poveri.
“Intellettuali che avevano ricevuto la loro educazione giuridica ed economica alla scuola dei mirabili pensatori che nel Settecento avevano fatto di Napoli il maggior centro dell’Illuminismo italiano.” — Angela Valente
La sua politica riformista fu vastissima: abolizione dei privilegi feudali, tassazione per censo, soppressione di molti ordini religiosi e incameramento dei beni. Fu istituito un parlamento con nobili, clero, commercianti e dotti. Il Codice Civile Napoleonico introdusse divorzio, unioni civili, adozioni. Le scuole comunali divennero obbligatorie e gratuite per bambine e bambini.
L’università si ampliò con nuove facoltà: Ponti e Strade, Agraria, Antichità. L’Accademia delle Belle Arti, quella delle Scienze e quella di Storia furono poste sotto egida reale. Murat finanziò, col suo patrimonio personale, la costruzione della Specola di Capodimonte e del Real Orto Botanico.
Parallelamente avviò un grande risanamento economico: creazione del Catasto, abolizione delle gabelle, nuovi dazi, unificazione dei Banchi Pubblici nel Banco delle Due Sicilie. Persino l’embargo britannico non riuscì a frenare la crescita del Regno, che ridusse il debito di oltre due terzi.
Amato dal popolo e osteggiato da nobili e clero, Murat lasciò a Napoli due opere urbanistiche memorabili: via Santa Teresa degli Scalzi e via Posillipo, entrambe costruite senza spesa pubblica, ma con fondi sottratti ai conventi soppressi o di tasca propria.
La sua ultima, grandiosa utopia fu l’unificazione dell’Italia, partendo da Napoli, capitale del Sud modernizzata e resa virtuosa. Un sogno che si infranse sulle coste di Pizzo e contro una Storia ancora impreparata a un mondo di liberi, uguali e fratelli.
Antonio Nacarlo
Link interno: Storia correlata
Per approfondire: “Marat re di Napoli” sulla Treccani



