Una storia di luoghi, regole e memoria
Origini sacre e mondo antico
Dai riti alla mercificazione del corpo
In principio la sessualità aveva un valore profondamente intrecciato al sacro: nei culti di Demetra e di Afrodite, le sacerdotesse officiavano pratiche che oggi potremmo definire rituali di fecondità, non commercio. Queste forme arcaiche mostrano un rapporto con il corpo molto diverso da quello mercificato delle epoche successive, e fanno da premessa a come la città avrebbe in seguito composto norme e tolleranze.
L’epoca romana segnò un mutamento radicale: la dimensione rituale si trasformò in mestiere regolamentato. I lupanari di Pompei, con le loro pitture esplicite e le iscrizioni che indicavano servizi e tariffe, testimoniano una pratica ordinata e fiscalizzata, dove il corpo era lavoro e il lavoro era tassato. Persino i soldati disponevano di rudimentali preservativi, ricavati da intestini essiccati di pecora, per prevenire malattie veneree che avrebbero potuto decimare interi eserciti.
Dal rito alla regolazione: il passaggio dal sacro all’amministrato segna il primo grande spartiacque della storia del meretricio.
Medioevo: tolleranza, condanna e conversione
Convenienze civili e risposte religiose
Passando al Medioevo, la contraddizione diventa evidente: il cristianesimo condanna la pratica, ma la convivenza con le esigenze urbane impone soluzioni pragmatiche. Le meretrici continuarono a vivere accanto ai mercati, tollerate e allo stesso tempo controllate dalle istituzioni religiose e civili.
In questo contesto si afferma l’etimologia della parola “bordello”, derivata dal francese au bord de l’eau. Nel XIII secolo Filippo il Bello impose che le prostitute esercitassero su barconi lungo fiumi o laghi, nella convinzione che l’acqua avrebbe favorito l’igiene e limitato la diffusione delle infezioni.
A Napoli, nel XIV secolo, Sancia d’Aragona, moglie di re Roberto d’Angiò, si impegnò nella conversione delle prostitute, fondando istituti dedicati a Santa Maria Maddalena e a Santa Maria Egiziaca. Questi ritiri, sottoposti alla regola agostiniana e affidati ai frati minori, rappresentano uno dei primi tentativi di affrontare il fenomeno in chiave morale e religiosa.
Moralità pubblica e soluzioni pratiche si intrecciano: la storia medievale mostra quanto fossero labili i confini tra controllo sociale e necessità economiche.
Età moderna: città, quartieri e regolamenti
Politiche urbane e spazi del meretricio
Con il Rinascimento e l’età moderna la prostituzione si insinua nella fisionomia stessa della città: non più soltanto una questione privata, ma un elemento ordinario del tessuto urbano. I Quartieri Spagnoli, nati come insediamento militare, si trasformarono in un centro nevralgico del meretricio.
Una prova di quanto fosse difficile reprimere il fenomeno si ebbe quando, nel 1616, il duca di Ossuna tentò di chiudere le case delle cortigiane e si trovò costretto a rinunciare: chiudere quelle case avrebbe significato chiudere metà della città. Più tardi, nel Settecento, Carlo di Borbone cercò di circoscrivere l’attività relegandola in aree specifiche: Porta Medina, l’Olivella dietro Montesanto, Porta Nolana, le Fontanelle e soprattutto il Borgo Sant’Antonio Abate.
Nel 1781 un editto riconobbe l’ Imbrecciata , nei pressi di Porta Capuana, come unico quartiere autorizzato. Tuttavia, nonostante gli sforzi, la prostituzione rimase diffusa e incontrollabile, coinvolgendo anche dame aristocratiche e proliferando nei vicoli e nelle strade della capitale.
Le politiche urbane cercano di incanalare un fenomeno radicato, ma la storia dimostra che le regole spesso rincorrono la realtà senza sovrapporsi perfettamente ad essa.
Ottocento e primi Novecento: marchetterie, case chiuse e libretti sanitari
Registri, marchi e controlli sanitari
Nell’Ottocento la regolamentazione si fece più stringente: le prostitute dovevano iscriversi nei ruoli, ricevere una libretta sanitaria e spostarsi di continuo tra postriboli, cambiando luogo ogni sette o quindici giorni. La prestazione era regolata dalla “marchetta”, un gettone forato consegnato dalla maitresse prima del rapporto.
Balcone ‘nchiuso
Il segno delle persiane
Il ministro dell’interno del Regno d’Italia Giovanni Nicotera, nel 1891, vietò alle prostitute di mostrarsi alle finestre, e le persiane serrate divennero il segno distintivo delle case chiuse. Accanto ai bordelli popolari dei Quartieri Spagnoli, sorsero case di tolleranza eleganti e celebri, come quelle di via dei Mille, di Santa Lucia e del Chiatamone, arredate con velluti e sete, frequentate da aristocratici e borghesi, e descritte con entusiasmo dai viaggiatori del Grand Tour.
Dall’Unità d’Italia alla legge Merlin
Fiscalità, proibizionismo e nuova clandestinità
Con l’Unità d’Italia lo Stato sabaudo ereditò la tradizione borbonica trasformando la prostituzione in fonte di entrate: il corpo finì per essere catalogato e tassato. Solo nel 1958 la legge Merlin chiuse i bordelli ufficiali, ma la normativa non bastò a eliminare il fenomeno dalle strade.
Nei decenni successivi la prostituzione continuò nei vicoli, negli appartamenti e negli alberghi, mentre la camorra si impose come intermediaria e organizzatrice in molti luoghi di transito: la ferrovia, i moli della Marina e le stazioni periferiche. Dagli anni Settanta emersero nuove forme di prostituzione, maschile e transessuale, che occuparono piazze e strade come pratiche di sopravvivenza e identità. Con l’avvento del web, il corpo ha trovato nuove vetrine digitali, tra annunci e chat, perpetuando un fenomeno che, tra moralismo e ipocrisia, continua a intrecciare sopravvivenza, piacere, violenza e memoria.
Per approfondire il tema generale della prostituzione, vedi anche la voce dedicata: Prostituzione – Wikipedia.
Bibliografia
1. Abele De Blasio, I segreti dell’Imbrecciata, Stamperia del Valentino, 2013.
2. Abele De Blasio, Nel paese della camorra: l’Imbrecciata, Edizioni del Delfino, 1901.
3. Abele De Blasio, La malavita a Napoli, Stamperia del Valentino, ristampa 2007.
4. Salvatore Di Giacomo, La prostituzione a Napoli nei secoli XV, XVI e XVII, Edizioni del Delfino, 1968.



