Il fantasma di Giuditta

il racconto gotico ispirato alla vera storia della assassina Giuditta Guastamacchia. La passionaria smembratrice il cui fantasma terrorizzava gli avvocati di Castel Capuano

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il fantasma di giuditta

Nell’agosto del 1854 il professor Biagio Gioacchino Miraglia teneva tra le mani un cranio femminile, seduto nella penombra dell’aula di Anatomia. La luce di una lampada a olio disegnava ombre profonde nelle orbite vuote. Sul frontale, con inchiostro ormai sbiadito, si leggevano ancora le sue stesse annotazioni, tracciate anni prima secondo i dettami della dottrina di Gall. Aveva misurato quella calotta decine di volte. Ogni volta credeva di trovarvi qualcosa di nuovo, un rilievo, una depressione, un segno che potesse spiegare l’orrore compiuto da quella donna mezzo secolo prima.

Il cranio apparteneva a Giuditta Guastamacchia, giustiziata nell’aprile del 1800 per l’omicidio del marito. Miraglia lo aveva ricevuto insieme ad altri tre, quelli del padre di lei Nicola, del chirurgo Pietro de Sandoli e del sicario Michele Sorbo, tutti condannati nello stesso processo. Li chiamava, tra sé, i crani della Vicaria. Li teneva separati dagli altri reperti del museo, avvolti in panni di lino, come se meritassero un rispetto diverso, un timore diverso.

cranio Ciuditta Guastamacchia – Museo di Anatomia-Universita Vanvitelli

Aveva fondato quattro anni prima il primo periodico psichiatrico italiano. Nel suo trattato di frenologia, pubblicato in due volumi, sosteneva che la follia e il delitto avessero radice organica, misurabile, localizzabile in precise regioni della scatola cranica. Era convinto che la scienza potesse infine sostituire la superstizione nella comprensione del male. Eppure, davanti a quel cranio, la convinzione vacillava ogni volta in un modo che non sapeva confessare nemmeno a sé stesso.

Prese il compasso e cominciò a misurare di nuovo la fronte, bassa e verticale, lo spazio interorbitale, ampio oltre la norma. Annotò la sutura metopica ancora visibile, la spina occipitale accentuata, quasi ad uncino. Scrisse che il cranio ricordava per forma quello sferoidale descritto dal Sergi. Ogni misura era precisa, ogni cifra corretta. Ma nessuna cifra gli restituiva il volto di una donna di trentadue anni, né la ragione per cui avesse fatto tagliare a pezzi il corpo di un ragazzo di sedici.


Giuditta era arrivata a Napoli dalla Puglia in anni difficili, quando la città usciva ancora stordita dalla repressione della Repubblica Partenopea. Era bella, si diceva, di una bellezza scura e inquieta, capace di attirare sguardi di nobili e plebei. Il suo amante era un prete, don Stefano d’Aniello, che per nascondere la relazione si faceva passare per suo zio. La finzione non resse a lungo. A Napoli le voci corrono più veloci dell’acqua nelle fontanelle, e presto ogni del quartiere sapeva quello che avrebbe dovuto restare segreto.

Don Stefano trovò allora un rimedio che gli parve astuto. Fece sposare Giuditta con un nipote suo, un giovane campagnolo di Terlizzi arrivato in città da poco, appena sedicenne. Il matrimonio sarebbe servito da copertura. Il prete avrebbe continuato a frequentare la donna senza destare sospetti, protetto dal ruolo di parente acquisito. Per qualche tempo il piano funzionò. Il marito, ignaro o forse solo paziente, viveva accanto a una moglie che non gli apparteneva davvero.

Poi la pazienza finì. Il giovane sposo scoprì la relazione, o forse la conosceva da tempo e trovò infine il coraggio di ribellarsi. Decise di denunciare tutto alle autorità. Giuditta lo seppe prima che potesse muoversi. Con la complicità del padre Nicola, del chirurgo de Sandoli e del barbiere Michele Sorbo, organizzò lo strangolamento del marito nella propria casa. Il corpo fu poi tagliato in più parti, destinate a essere disperse tra il mare e i boschi della periferia, nella certezza che nessuno le avrebbe mai ritrovate.

Il piano si incrinò per un dettaglio da poco. Sorbo, mentre trasportava in un sacco una mano del ragazzo, fu fermato da una guardia reale lungo la strada. L’uomo resistette all’interrogatorio quanto poté, ma alla fine confessò ogni cosa. Giuditta, il padre e il prete, non vedendolo tornare, capirono che qualcosa era andato storto e tentarono la fuga verso Capodichino. Le guardie li raggiunsero prima che potessero lasciare la città.

Il processo fu rapido. Giuditta, il padre e Sorbo furono condannati all’impiccagione nel largo delle Pigne, l’attuale piazza Cavour. Don Stefano, in virtù del suo stato ecclesiastico, ottenne l’esilio a vita nelle fosse di Favignana. Dopo l’esecuzione i corpi furono esposti secondo l’uso del tempo alla Gran Corte della Vicaria, monito pubblico contro chi avesse pensato di ripetere un simile delitto.


Castel Capuano nel XVII secolo

Cinquant’anni dopo, nelle stanze di Castel Capuano dove un tempo sedevano i giudici della Vicaria, si raccontava ancora di un vento gelido che precedeva certe apparizioni. Gli avvocati che lavoravano fino a tardi parlavano sottovoce di una donna vista attraversare i corridoi, il passo lento, gli occhi rivolti a qualcosa che nessun altro riusciva a vedere. La chiamavano la dannata della Vicaria. Diceva chi l’aveva incontrata che sembrava chiedersi ancora, dopo tutto quel tempo, come fosse stato possibile che l’avessero condannata. Voleva le carte processuali.

Miraglia credeva ai millimetri, agli angoli facciali, alle proporzioni tra le diverse regioni del cranio. Quella notte restò da solo nel museo oltre l’ora consueta, con i quattro teschi allineati sul tavolo davanti a sé, deciso a completare la tavola delle misurazioni prima dell’alba. Il freddo saliva dal pavimento di pietra e la lampada a olio mandava una luce stanca, tremolante ai bordi.

Fu un rumore di stoffa a farlo alzare gli occhi dal compasso. Sulla soglia della sala era comparsa una donna. Aveva la pelle scura di sole, i fianchi pieni sotto una veste che sembrava di un’epoca già passata, la bocca piena e curva in un sorriso che non arrivava agli occhi. Il collo oblungo storpiato dalla corda del boia. Camminava scalza sul pavimento gelido, e ogni passo pareva costarle una fatica antica, come se portasse addosso il peso di un corpo tagliato in tanti pezzi e mai davvero ricomposto. Si fermò a un braccio di distanza dal tavolo e guardò i crani uno per uno, poi guardò lui.

Miraglia provò a parlare e non gli riuscì. Le mani, strette ai braccioli della sedia, non gli obbedivano più. La donna si chinò su di lui con quella grazia maliziosa che doveva averle aperto tante porte in vita, e disperazione insieme, come chi torna a chiedere una cosa già negata cento volte. Gli portò la bocca vicino all’orecchio e gli disse una frase sola, in un dialetto pugliese che lui non conosceva ma che capì lo stesso, per intero, fin nelle ossa. Poi la lampada si spense da sola.

Gli inservienti lo trovarono la mattina dopo, ancora seduto alla stessa sedia, il compasso caduto a terra, gli occhi sgranati e fissi sulla soglia vuota. Del cranio di Giuditta, sul tavolo, non c’era più traccia.

La storia dietro la leggenda

Dietro il fantasma che ancora oggi la tradizione lega a Castel Capuano c’è una vicenda giudiziaria realmente accaduta. Nell’aprile del 1800 Giuditta Guastamacchia fu condannata a morte a Napoli per l’uccisione del giovane marito. Con lei furono giustiziati il padre Nicola, il chirurgo Pietro de Sandoli e Michele Sorbo, coinvolti nell’omicidio. Le teste dei condannati vennero esposte sulle mura della Vicaria come monito pubblico.

Oltre mezzo secolo dopo quei resti entrarono nella storia della medicina attraverso Biagio Gioacchino Miraglia, medico e alienista napoletano d’adozione, nato a Cosenza nel 1814. Miraglia si dedicò allo studio delle malattie mentali e aderì alla frenologia, la teoria ottocentesca secondo cui le facoltà psichiche e le inclinazioni individuali potevano essere individuate attraverso la conformazione del cervello e del cranio.

Fu una figura importante nella nascente psichiatria italiana. Nel 1843, al Real Morotrofio di Aversa, fece nascere e diresse il Giornale medico-storico-statistico del reale morotrofio del Regno delle Due Sicilie, che Treccani considera il primo periodico psichiatrico apparso nell’area italiana. Più tardi avrebbe fondato anche gli Annali frenopatici italiani.

Miraglia studiò i crani dei quattro condannati del 1800 e nel 1876 pubblicò il suo Parere frenologico sul cranio della celebre Giuditta Guastamacchia, di suo padre e di altri complici. Il cranio di Giuditta è tuttora conservato nelle collezioni del Museo Anatomico dell’Università Vanvitelli: la scheda museale riporta ancora le caratteristiche anatomiche osservate da Miraglia, comprese la fronte bassa e verticale, l’ampio spazio interorbitale e la marcata spina occipitale.

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