Il fantasma di donna Maria

La leggenda del fantasma di Maria D’Avalos, il delitto di Palazzo de Sangro. Una notte di sangue, gelosia e orrore che la città non ha mai dimenticato ❦ ❦ ❦ Era una di quelle notti di agosto in cui la città non si rassegna a farle diventare notte fino in fondo, e il calore del […]

La leggenda del fantasma di Maria D’Avalos, il delitto di Palazzo de Sangro. Una notte di sangue, gelosia e orrore che la città non ha mai dimenticato

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il fantasma di donna Maria

Era una di quelle notti di agosto in cui la città non si rassegna a farle diventare notte fino in fondo, e il calore del giorno resta imprigionato nei muri come un rancore che non trova il modo di sfogarsi. Le pietre del cortile, che per tutto il pomeriggio avevano bevuto il sole fino a scottare al tatto, cominciavano soltanto ora, lentamente, a restituire quel poco di frescura che i marmi consentono a chi ha pazienza. Dalla vecchia carbonaia, in fondo, sotto l’arco che un tempo doveva reggere il peso delle carrozze, saliva un fiato umido. Un respiro di sottosuolo che sapeva di tufo, di calce vecchia, di legno e di cantine dimenticate dove nessuno scende più se non per necessità o per errore.

Il grande lume di ferro battuto, al centro della crociera, versava sui basoli un cerchio di luce giallastra. Un occhio fisso che pareva vegliare più che illuminare, e tutto intorno, ai margini di quel chiarore, il buio si addensava contro gli archi, sulle scale, dietro le colonne, negli angoli dove la pietra sembrava aver conservato qualcosa della tantissime notti precedenti. I basoli portavano ancora, per chi avesse avuto voglia di leggerli, i segni di secoli di ruote, zoccoli ferrati, passi di uomini venuti da lontano e uomini nati lì. Servi, soldati, sacerdoti, nobili, donne con le gonne raccolte per non sporcarle, bambini che correvano dietro alle carrozze e vecchi che avevano visto cambiare i padroni delle case senza che le case cambiassero davvero.

Dal buio, da quella parte del cortile dove il lume non arrivava e la luce moriva contro il muro di piperno, comparve una vecchia.

Trascinava una sedia impagliata. Il rumore delle gambe di legno sulla pietra precedeva il suo arrivo. Raschiavano i basoli con un suono secco e regolare, che rimbalzava sotto gli archi e tornava indietro più debole.

La vecchia raggiunse il cono di luce, sistemò la sedia, si sedette con lentezza e appoggiò le mani sul bastone. Rimase ferma, per qualche tempo non disse nulla. Il cortile, invece, continuò a vivere.

Da qualche parte arrivò il rumore pesante di passi. Due, forse tre. Poi più nulla. Un uscio si richiuse ai piani superiori, il colpo fu secco, improvviso. La vecchia non sollevò neppure la testa. Dopo qualche secondo, dal fondo del cortile, arrivò un urlo. Lungo, disperato.

Straziante.

La vecchia aspettò che si spegnesse contro le pietre. Poi guardò verso il buio.

«Le avete sentite pure voi?»

La sua voce era bassa, consumata dagli anni.

«Le urla, dico.»

Si sistemò meglio sulla sedia d’un tratto traballante.

«Non vi mettete paura. Qui succede da tanto tempo.»

Fece una pausa.

«È la buonanima di donna Maria.»

l’enorme lume oscillò appena.

«Ogni tanto torna.»

La vecchia guardò davanti a sé, verso il grande portale.

«Io sono qui da una vita. Queste cose le ho sentite raccontare da mia madre, e mia madre le aveva sentite raccontare da sua madre. Certe storie cambiano passando da una bocca all’altra. Qualcuno aggiunge, qualcuno toglie, qualcuno si ricorda una cosa e ne dimentica un’altra. Questa, invece, è rimasta quasi tutta intera.»

Prese fiato.

«Forse perché è difficile dimenticare una storia come questa.»

Tacque.

Il vento entrò dal portone e attraversò il cortile. Era un vento fresco, quasi gelido, che per qualche secondo fece dimenticare il caldo di agosto.

La vecchia strinse il bastone.

«E pensare che qui dentro, prima di quella notte, c’erano state feste.»

Indicò con il mento gli archi.

«Carrozze, cavalli, servitori che correvano, lumi accesi, gente vestita bene. La casa era piena. Si sposò qui una donna che veniva da una delle famiglie più importanti del regno di Napoli. E quando arrivò, dicevano che era talmente bella che gli uomini smettevano di parlare per guardarla.»

La vecchia sorrise appena.

«Il marito, all’inizio, non sembrava nemmeno contento di quel matrimonio. Era un uomo strano. Aveva la testa nella musica, nei libri, nelle cose che gli altri uomini della sua condizione lasciavano agli studiosi e ai preti. Poi la incontro da vicino per la prima volta.»

Si fermò, un sorrisetto malizioso.

«E cambiò.»

Una porta, lontano, cigolò lentamente.

«Donna Maria era già stata sposata. Il principe Gesualdo la prese in moglie perché serviva un erede, perché così si facevano allora i matrimoni tra famiglie di quel rango. Poi venne l’amore, almeno così si racconta. E venne un bambino.»

La vecchia abbassò gli occhi sulle proprie mani.

«Per un poco andò tutto bene. Il bambino crebbe. Il principe scriveva musica. Donna Maria viveva la sua vita. La casa aveva le sue giornate, le sue notti, i suoi servi, le sue visite. Le cose che succedono in una famiglia quando nessuno sospetta ancora che la felicità possa avere una scadenza.»

Si interruppe. Il vento passò di nuovo tra gli archi.

«Poi ci fu un battesimo. Fu lì che donna Maria incontrò l’altro.»

La vecchia non pronunciò il nome dell’uomo.

«Era un nobile anche lui. Bello, giovane, abituato a essere guardato dalle donne e rispettato dagli uomini. Si videro. Si piacquero. Da quel momento cominciarono a cercarsi. Prima furono sguardi. Poi incontri. Poi lettere, messaggi, servi che sapevano e facevano finta di non sapere. E alla fine trovarono il modo di vedersi dentro la casa del principe.»

Un passo risuonò al piano superiore. Questa volta sembrò più vicino. La vecchia aspettò guardandosi in torno.

«Il principe seppe.»

Lo disse piano.

«E qui comincia la parte che ancora oggi mi fa più paura.»

Guardò il lampione.

«Perché avrebbe potuto fare una scenata. Avrebbe potuto affrontare l’uomo, cacciare sua moglie dalla casa. Avrebbe potuto fare quello che fanno gli uomini quando vengono accecati dalla gelosia.»

Si fermò.

«Invece aspettò.»

Un’altra pausa.

«Aspettò parecchio. Un giorno fece sapere che sarebbe partito per la caccia. Lo disse ai servi, agli amici, alla gente della casa. Preparò i cavalli. Fece armare gli uomini. Lasciò che tutti lo vedessero partire. La notizia doveva arrivare dove doveva arrivare.»

Un lieve sorriso le passò sul volto.

«E arrivò.»

La vecchia si appoggiò allo schienale.

«Gli amanti pensarono che il principe fosse lontano. Avevano di nuovo il palazzo a disposizione. Quella notte si incontrarono nella camera di donna Maria. Lui, intanto, era già sulla strada del ritorno.»

La vecchia guardò verso le scale.

«Non venne solo. Portò con sé gli uomini che aveva scelto. Gente armata, gente che sapeva obbedire e soprattutto sapeva stare zitta. Arrivarono in piena notte.»

Un colpo di vento fece vibrare il lampione. La vecchia parlava lentamente.

«Salirono per quelle stesse scale là, le vedete? La porta della camera fu aperta con la forza. Dentro c’erano i due amanti. Nudi. Insieme credevano di essere al sicuro.»

Un breve silenzio.

«Il principe li vide.»

La sua voce si abbassò.

«E allora tutta quella pazienza finì.»

Lasciò passare alcuni secondi.

«Uccisero gli amanti.»

La vecchia guardò le proprie mani.

«Prima l’uomo. Poi donna Maria. E il principe continuò a colpire anche quando erano già morti. I corpi massacrati. Il sangue arrivò fino alle scale.»

La vecchia alzò gli occhi verso il piano superiore.

«Poi venne dato l’ordine di illuminare il palazzo.»

Una pausa.

«Come se ci fosse una festa.»

Il lampione oscillò.

«I due corpi furono portati sulle scale e lasciati lì, nudi, davanti alla casa. Gli uomini armati rimasero a sorvegliarli. Nessuno doveva avvicinarsi, nessuno doveva coprirli. Nessuno doveva mettere una mano sopra quei corpi per ricomporli o portarli via.»

La vecchia strinse il bastone.

«Capite?»

Guardò il buio.

«Erano morti e ancora non erano liberi di essere morti.»

Per qualche secondo si sentì soltanto il vento.

«La gente veniva a vedere.»

La vecchia scosse lentamente la testa.

«Venivano a guardare. Nobili, servi, curiosi, gente del vicolo. E quegli uomini stavano lì con le armi in mano perché nessuno facesse quello che si fa davanti a un morto: abbassare un lenzuolo, chiudere gli occhi, dire una preghiera.»

Un passo attraversò il corridoio superiore. La vecchia sollevò lo sguardo. Il passo si fermò.

«E poi c’era il bambino.»

Questa volta rimase in silenzio molto più a lungo.

«Quello è il particolare che più mi è rimasto addosso.»

Abbassò gli occhi.

«Il principe aveva avuto un figlio da donna Maria, cominciò a dubitare che fosse suo. Diceva di vedere nel volto del piccolo i lineamenti dell’altro uomo.»

La vecchia deglutì.

«La storia racconta che lo prese e lo uccise. Che lo sbatté con la testa contro la pietra della balaustra delle scale.»

Si fermò. Il vento, ora gelido attraversò il cortile.

«Un bambino.»

La vecchia rimase immobile.

«Eppure anche lui pagò.»

Un rumore lieve arrivò dalla carbonaia. Come qualcosa che si muovesse nel buio.

«Con i corpi sulle scale, la gente ormai allontanata, le fiaccole che si consumavano e gli uomini del principe ancora di guardia, sembrava davvero che quella notte avesse dato tutta la cattiveria che poteva dare.»

La vecchia abbassò la voce, la faccia rigata dalle lacrime. Il cortile intero adesso era gelido.

«Poi arrivò il sacrestano di San Domenico. Era deforme nel corpo. Un uomo della chiesa, uno che passava tra la sacrestia e il convento. Aspettò che la folla se ne andasse, che i curiosi tornassero a casa. Aspettò che anche gli uomini armati fossero stanchi. Poi si avvicinò al corpo di donna Maria.»

Silenzio.

«Era morta. E lui la violò.»

Nessuna parola seguì subito.

Il vento si era fermato, era tornato il calore.

«Per questo donna Maria torna.»

La vecchia sollevò lentamente gli occhi verso le finestre.

«Così raccontano.»

Da lontano arrivò un rumore.

Un passo.

«Io non so se i morti tornano.»

Si strinse lo scialle attorno alle spalle.

«So che certe cose restano. nelle pietre. Restano nella memoria di chi le racconta. E ogni tanto, quando arriva agosto e le case trattengono ancora il caldo del giorno, può capitare di sentire una donna urlare.»

La vecchia sorrise appena. Si alzò dalla sedia.

«Ascoltate.»

Rimase in piedi sotto il lampione. Aspettò. Il cortile era immobile.

Poi un urlo attraversò il buio.

Lungo. Straziante.

«È lei.»

Afferrò la sedia impagliata e cominciò a trascinarla verso il fondo del cortile.

Le gambe di legno tornarono a raschiare i basoli. Il rumore si allontanò lentamente. Il grande lume rimase acceso.

La vecchia scomparve nel buio.

La storia dietro la leggenda

La storia raccontata dalla vecchia nasce da una vicenda realmente accaduta a Napoli, nel misterioso palazzo di Sangro, nella notte tra il 16 e il 17 ottobre 1590, quando Carlo Gesualdo, principe di Venosa, uccise la moglie Maria d’Avalos e Fabrizio Carafa, duca d’Andria, dopo averli sorpresi insieme nella camera della principessa. Il processo conservato in copie successive è una delle fonti principali per la ricostruzione dell’episodio.

Carlo Gesualdo apparteneva a una delle più importanti famiglie aristocratiche del Mezzogiorno ed era destinato inizialmente alla carriera ecclesiastica. La morte prematura dei fratelli maggiori lo portò alla successione familiare. Nel 1586 sposò la cugina Maria d’Avalos, figlia di Carlo d’Avalos, marchese di Pescara. Maria era già vedova di due mariti e il matrimonio rispondeva anche alle esigenze dinastiche della famiglia.

La relazione tra Maria e Fabrizio Carafa durò a lungo. Le fonti ricordano che Gesualdo, venuto a conoscenza dell’adulterio, attese prima di agire e organizzò una vera e propria trappola. Fece credere di essere partito per una battuta di caccia e tornò invece a Napoli accompagnato da uomini armati, sorprendendo i due amanti nella notte del 16 ottobre.

Il delitto fu di una violenza eccezionale. Le testimonianze raccolte nell’inchiesta descrivono le ferite inflitte ai due amanti e l’esposizione pubblica dei corpi. Il contesto giuridico dell’epoca ebbe un peso decisivo nella vicenda: l’uccisione della moglie adultera e del suo amante venne considerata nell’ambito della difesa dell’onore familiare e Gesualdo non fu perseguito come sarebbe accaduto per un comune omicidio.

La storia del bambino appartiene invece alla tradizione leggendaria che nei secoli si è formata attorno alla figura di Gesualdo. Alcune versioni raccontano che il principe avesse sospettato che un figlio di Maria fosse nato dalla relazione con Carafa e che ne avesse provocato la morte. Le fonti moderne che riportano questo episodio lo presentano come leggenda, senza una certezza documentaria paragonabile a quella relativa al duplice omicidio.

Ancora più cupo è l’episodio della profanazione del cadavere di Maria. La tradizione riferisce che, dopo l’esposizione dei corpi, un uomo legato alla chiesa di San Domenico Maggiore, descritto come gobbo e identificato in alcune ricostruzioni con un sagrestano o monaco, avrebbe abusato del corpo senza vita della donna. L’episodio è entrato nella tradizione narrativa della vicenda e viene collegato alle testimonianze relative all’inchiesta successiva al delitto.

Dopo il delitto Gesualdo lasciò Napoli e si ritirò nei suoi possedimenti di Gesualdo, in Irpinia, anche per timore delle possibili ritorsioni delle famiglie D’Avalos e Carafa. La sua vita successiva fu segnata dalla musica, dalla religiosità e da una fama destinata a crescere insieme alla sua opera. Le sue composizioni sacre e madrigalistiche sono oggi considerate tra le espressioni più originali e radicali della musica del tardo Rinascimento.

Nei secoli la vicenda di Maria d’Avalos e Carlo Gesualdo è diventata una delle grandi storie nere della memoria napoletana. Attorno al luogo del delitto sono nate racconti di urla notturne, apparizioni e presenze femminili. La figura della donna che ritorna nel buio, ancora legata alla casa dove fu assassinata, appartiene alla leggenda.

La storia, invece, appartiene agli uomini.

E quella notte del 1590 è rimasta.

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