Sedetevi ad ascoltare
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Il poeta Rainer Maria Rilke scriveva:
“Nel tempio della Fama alcuni nomi sono incisi nella pietra altri nel ghiaccio”
Per indicare forse l’incostanza della celebrità. Infatti, molti artisti che furono famosi in vita, non hanno retto il confronto con l’oblio portato dai secoli.
Un caso emblematico è quello del pittore Antonio Solario, detto “lo zingaro”, che visse e operò nella Napoli di inizio Cinquecento.
Di questo artista sono incerte anche la data e il luogo di nascita. Secondo l’ipotesi dello storico Ravizza, nacque a Civita d’Antino, in provincia dell’Aquila,nel 1465,da una famiglia di artigiani. Dalle sue opere si evince che si formò artisticamente in Veneto presso la bottega di un’artista tardo-gotico. Soggiornò certamente in Inghilterra, secondo le testimonianze del poeta John Leland suoi contemporaneo. Al museo di Bristol è conservata una sua opera, la pala d’altare Withipol, datata e firmata nel 1514. Da altre sue tele conservate a Recanati e Fermo si evince che ebbe rapporti con i maestri della corrente artistica detta Umbro-Marchigiana,
forse il Perugino o Pinturicchio, apprendendo gli stilemi del gusto rinascimentale.
Sempre la sua arte lo portò a Napoli dove rimase fino alla morte, avvenuta intorno al 1530. Nel 1515 affrescò, con ” le storie della vita di San Benedetto” il chiostro della chiesa napoletana dei Santi Severino e Sossio, attuale sede dell’Archivio di Stato. Questo ciclo pittorico, recentemente restaurato con i fondi UNESCO, ci restituisce una istantanea della Napoli di allora. Il lavoro di restauro esalta la maestria artistica del Solario.
Le bellissime architetture tipicamente rinascimentali (simili alla facciata della chiesa di Santa Catarina a formiello a porta Capuana) la preziosa e ricercata cura nell’abbigliare i personaggi ritratti ( i cappelli a “mazzucco” prodotti nelle botteghe del “rione dei fiorentini” e le sete e i damaschi aragonesi, famosi per le fantasie e la fattura, tessuti in via arte della lana o in vico tessitori), la figura affacciata alla finestra così tipicamente partenopea.
L’opera era talmente famosa ancora nel Settecento che lo storico Bernardo de Dominicis, inserì Antonio Solario nella sua monumentale opera “vita dei pittori, scultori e architetti napoletani“. Visto però che le informazioni riguardanti la vita e l’attività artistica dello “zingaro” erano (e sono tutt’ora) scarse, inventò di sana pianta una storia che ne spiegasse i continui viaggi giovanili e i cambi di stile pittorico.
Vale la pena accennarla perché, più che a una biografia, somiglia a una delle favole di Gian Battista Basile. Lo storico fa nascere Solario nel 1432 e ci informa che il soprannome di “Zingaro” gli fu appioppato dai napoletani in quanto il suo primo mestiere fu quella di calderaio (attività tipica dei nomadi di allora). Racconta ancora che aveva tale maestria nel forgiare tegami che fu assunto alla corte di re Ladislao di Durazzo.
Perché era fine e gentile nei modi ma soprattutto perché era abile nel disegno, il re lo affidò al pittore di corte Colantonio per farlo diventare suo apprendista. De Dominicis prosegue narrando dell’amore che nacque tra il Solario e la giovane figlia del suo maestro e di come quest’ultimo lo scacciasse dalla bottega saputo della tresca.
Il giovane Solario tornò, triste e sconsolato, a corte. La sorella di re Ladislao, Giovanna d’Angiò-Durazzo, vedendo il ragazzo così amareggiato e conosciuto il motivo della sua mestizia, gli promise d’intercede presso il padre della sua amata. Colantonio interpellato dalla principessa, acconsentì all’unione ponendo però una condizione: lo “zingaro” sarebbe dovuto divenire, nei prossimi dieci anni, un valente pittore altrimenti non avrebbe potuto impalmare la sua amata.
Il furbo genitore prendeva così tempo sperando che l’infatuazione della figlia passasse. Il Solario non si perse d’animo e partì subito per apprendere i segreti dell’arte e divenire famoso. Studio prima a Firenze (patria del Rinascimento), poi partì per l’Umbria dove divenne allievo del Perugino. Dopo poco tempo approdò a Venezia con la fama di essere già un valente pittore. Ebbe prestigiose commissioni dalla nobiltà lagunare e lavorò per diverse chiese della Repubblica. La sua bravura divenne tale che fu chiamato a Roma dove lavorò per il papa ricavandone ricchezze e fortuna.
Pieno di benemerenze e ricco di certificazioni di stima decise che era il momento di ritornare a casa. Dopo dieci anni molte cose erano cambiate, adesso sedeva sul trono di Napoli la “terribile” regina Giovanna II. Il Solario, per rientrare a corte, s’ingraziò l’amante della regina, il potente siniscalco Sergianni Caracciolo, dipingendone il ritratto (forse De Dominici si riferisce alla tela ora al MANN, intitola “Madonna con bambino e donatore”).

Il Siniscalco del regno ne fu talmente entusiasta che voleva ricoprire il pittore d’oro. Egli rifiutò il compenso e chiese che, la valenza artistica della sua opera, fosse giudicata dall’anziano pittore di corte, alla presenza della regina. Sergianni accettò invitandolo a presenziare. Colantonio, interpellato per dare un giudizio dell’opera, rimase estasiato ad ammirare la bellezza della tela e lodò il maestro che l’aveva eseguita definendolo grande. Solo allora Solario rivelò a tutti i presenti la sua identità e ricordo al vecchio la promessa fatta anni prima.
Colantonio lo abbracciò e gli concesse di sposare sua figlia. Da quel giorno “lo zingaro smise di girovagare e rimase per sempre a Napoli“.
Manca nel testo originale “e vissero felici e contenti” ma lo aggiungiamo noi con la speranza che sia andata veramente così.



