L’anno che non voleva finire

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A Vico Lungo Gelso, dove le insegne dei negozi sembrano bandiere di un regno instabile e gli SH passano come comete rumorose, viveva un uomo che tutti chiamavano ‘o nonno. Non perché fosse lento, né perché fosse vecchio, anche se lo era, ma in quel modo tutto partenopeo in cui l’età non si misura in anni vissuti ma in guai passati. ‘O nonno aggiustava orologi. E, secondo alcuni, aggiustava anche le persone.
La sua bottega era minuscola, incastrata tra un basso e un negozio di detersivi. Dentro, centinaia di orologi: a pendolo, da tasca, da muro, da polso, da cucina. Tutti ticchettavano insieme, come un coro disordinato ma armonioso.
Era il 31 dicembre, e la città ribolliva come una marmitta di catrame lasciata troppo sul fuoco. La gente correva, urlava, rideva, comprava, litigava, brindava senza soluzione di continuità. Il cielo era di un grigio che prometteva neve ma che non manteneva.
Mancavano pochi minuti alla fine dell’anno, il quartiere si preparava al conto alla rovescia, ma accadde qualcosa che nessuno avrebbe mai potuto immaginare.
Gli orologi si fermarono. Tutti. Contemporaneamente, a pochi minuti dalla mezzanotte.
Il silenzio che seguì fu così improvviso che persino il mare sembrò trattenere il fiato.
«’Uh pataterno, ma che è succieso?!» Gridò Franchetella, affacciata al balcone con il grembiule ancora sporco di frittura.
«È mancata la corrente?» Chiese il vecchio del terzo piano, che non capiva nulla di elettricità ma amava fare domande.
«No, la corrente c’è» rispose il barista, accendendo e spegnendo l’insegna del proprio bar come se fosse un defibrillatore.
La gente guardava i propri telefoni, ma anche quelli erano fermi. Le sveglie digitali, i timer del forno, persino l’orologio della metro, fermo da tempo infinito, sembrava ancora più fermo.
Tutto bloccato alle 23:59.
«È un segno!» urlò una vecchia. «Un guasto!» ribatté un giovane. «È colpa dà Meloni!» aggiunse un altro, per principio.
Ma nessuno aveva una risposta.
Fu allora che qualcuno disse: «Chiammam’o nonno!»
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L’orologiaio arrivò lentamente, con il suo cappotto troppo grande e il cappello consumato. Aveva gli occhi chiari, di quel colore che hanno solo le persone che hanno visto più pareti di negozi che paesaggi.
Entrò nella stradina, guardò gli orologi fermi e disse:
«Eh… era prevedibile… Ve l’avevate aspettà!»
«Prevedibile?» urlò Franchetella. «Ma che state ammaccanno?»
Lui si tolse il cappello, si passò una mano tra i capelli bianchi e rispose:
«Signò qua c’è poco da ridere… L’anno non vuole finire.»
Un silenzio cadde come una coperta pesante.
«E perché?» Chiese un bambino, con la voce più sincera della piazza.
«Perché tutti voi non avete ancora deciso cosa volete portare nel prossimo anno…» Disse ’o nonno. «E che cosa ve vulite lascià appriesso.»
«E che significa?» chiese il barista.
L’orologiaio si avvicinò a lui, guardandolo negli occhi.
«Significa che ogni anno nuovo nasce da una scelta guagliò. E voi, quest’anno, non avete scelto ancora niente. State entrando nel futuro con le tasche piene di cose vecchie.»
La strada si trasformò in un confessionale laico, rumoroso, disordinato, ma sincero.
«Io voglio lascià ‘a Paura.» disse una ragazza. «E portare il coraggio di cambiare lavoro.»
«Io voglio lasciare la Gelosia» confessò un uomo. «E imparare ad avere fiducia.»
«Io lascio ‘o juoco» Disse un altro. «E così me ‘mparo a purtà a campata a casa.»
«Io voglio lascià a mio marito» urlò Franchetella. «Ma che stai dicendo?» protestò il marito dal balcone. «Zitto tu, pisciati sotto!» rispose lei.
La gente rideva, piangeva, si lasciava andare alle confessioni.
’ O nonno ascoltava tutto, annuendo come un maestro paziente.
Mancava solo una persona: Ciro, un ragazzino di tredici anni, occhi scuri e un cappellino del Napoli troppo grande.
«Guagliò, e tu?» chiese l’orologiaio. «Che vuoi lasciare nell’anno vecchio?»
Ciro guardò i basoli scuri come cioccolata. «Nun ‘o saccio….»
«E che ti he vuoi portare?»
«Non lo so.»
«Uh Madonna mia e pecché?»
«Perché non so chi voglio essere.»
La strada si zittì. Era la frase più vera della notte.
’ O nonno s’inginocchiò davanti a lui. Parve riflettere grattandosi i capelli bianchi quindi disse.
«Allora fa ‘na cosa bella… Lasciati dietro la paura di sbagliare» disse. «Portate cu te la Fantasia. Il resto lo scoprirai camminando.»
Ciro annuì. E in quel momento, come se la città avesse trattenuto il fiato per troppo tempo, gli orologi ripartirono.
Cinque, quattro, tre, due, uno…
Le lancette scattarono. I fuochi d’artificio esplosero. Il Vesuvio si illuminò come un gigante infastidito
La gente urlò, brindò, si baciò, si abbracciò.
Ciro guardò ’o nonno, ma l’orologiaio non c’era più.
Sul pavimento, però, c’era un piccolo orologio da tasca. Fermo. Senza lancette.
Sul retro, una scritta incisa:
“mparammece a campà c’ ‘a fantasia”
Ciro lo raccolse. E comprese.
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Fantasia
Pigliammoce sta vita cumme vene,
llassammo for’ ‘a porta ‘a pucundria,
mparammece a campà c’ ‘a fantasia:
nce sta cosa cchiù bella pè campà?‘A fantasia se sceta ogne matina
comme si fosse prencepe rignante,
affonna ‘e mane aperte int’ ‘e brillante
e nun s’ ‘e ppiglia: che s’ ‘e ppiglia a ffa?E che curredo tene! Nu mantello
ca luce cchiù d”o sole e nun è d’oro;
quanno se mena ncuollo stu tesoro,
abbaglia ‘a vista: nun se può guardà.Pò tene nu relogio cumpiacente,
cu sissanta minute d’allegria,
mmiez’ ‘o quarante liegge: FANTASIAe fa tà-tì, tà-tì, nun fa tì-tà…
Poesia di Eduardo De Filippo – Einaudi 1956




