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Da ragazzo credevo che il caldo fosse una cosa tutta napoletana. Non dell’estate, proprio della città. Abitava nei vicoli. Dormiva tra i muri durante l’inverno e a giugno si svegliava prima di tutti. Allora invadeva ogni basso, ogni bottega, ogni pianerottolo. Si infilava nelle camicie, appesantiva il respiro, faceva del sudore il destino comune di chiunque avesse la fortuna o la disgrazia di vivere lì.
D’inverno quelle stesse pietre trattenevano l’umidità come un pozzo; d’estate restituivano il fuoco. Non importava quale mestiere si facesse. C’erano mani che lavoravano il legno, altre il ferro, altre ancora la pietra o il cuoio. Cambiavano gli attrezzi, non la fatica. A mezzogiorno gli uomini avevano tutti lo stesso volto lucido e la stessa camicia incollata alla schiena.
Il caldo non chiedeva il cognome né il mestiere. Cadeva sulla schiena del ricco e su quella del facchino con la stessa indifferenza.
Non rimpiango quella vita. Sarebbe sciocco rimpiangere il freddo dell’inverno che saliva dalle pietre fino alle ossa o, appunto, il sole d’agosto che trasformava i vicoli in un forno senza camino. La povertà non diventa poesia solo perché il tempo l’ha coperta di polvere. Sarebbe come rimpiangere la fame.
Ricordo però un gesto che oggi mi sembra quasi scomparso. Quando l’afa diventava insopportabile nessuno perdeva tempo a maledire la città o il cambiamento climatico.

Bastava una mummara piena d’acqua zurfegna sotto Porta San Gennaro. La terracotta custodiva il miracolo del freddo. Si beveva lentamente, con il bordo appoggiato alle labbra, quasi per allungare quel momento. Per qualche istante il mondo rallentava.
Poi qualcuno diceva semplicemente:
«Facimmece nu’ bagno.»
Il tram a vapore ci sembrava una nave. Salivamo con il necessario per una giornata intera e lasciavamo alle spalle l’odore di tufo, carbone e sudore. Nessuno parlava molto durante il viaggio. Il mare lo si aspettava in silenzio, come si aspetta un miracolo.
Passata la curva del palazzo reale ecco Santa Lucia. La Santa Lucia di prima della colmata, quando la falesia arrivava fino all’acqua e gli scogli respiravano sotto le case. La città non aveva ancora deciso di migliorarsi cancellando quel tratto di costa con la terra e il cemento, trasformandolo in una pista da corse. Lì il mare non apparteneva a nessuno. Sotto lo stesso sole il borghese sistemava il suo fagotto accanto all’operaio. Il mellone, legato con un canapo, oscillava nell’acqua fino a diventare fresco. Le bottiglie d’asprinio emergevano velate di condensa. Bastava un sorso per dimenticare i vicoli. Si mangiava poco, si rideva molto, e nessuno sembrava chiedersi chi fosse l’altro.
La fatica, però, non si fermava sulla riva. Mentre noi bambini frugavamo tra gli scogli in cerca dei granchi felloni, convinti che bastasse una pentola per trasformarli in un pranzo, i pescatori sedevano curvi sulle reti. Avevano spalle dure come cuoio, cotte dal sole e dal sale. Le dita correvano senza sosta tra maglie, nasse e cordami, ripetendo gesti antichi quanto il mare.
Poco più in là gli ostricai aprivano una valva dopo l’altra. A ogni colpo rischiavano un dito. Le mani si spaccavano, il sangue cadeva sulle conchiglie con la stessa naturalezza con cui le onde si rompevano sugli scogli.
Era una città che distribuiva con una strana giustizia la felicità e la fatica. Nessuno ne riceveva abbastanza della prima e nessuno sfuggiva alla seconda. Forse era proprio questo a renderci uguali, almeno per il tempo di una domenica.
Fu sul mare che imparai anche a comprendere il tempo. Nella città vecchia non lo percepivi. Lo scandivano le campane, le botteghe che chiudevano, le donne che ritiravano il bucato.
Il cielo era soltanto una striscia lontana, prigioniera tra i tetti. Sul mare, invece, il giorno aveva un volto.
Il sole rallentava sopra la collina di Posillipo, incendiava le finestre e poi si scioglieva nell’acqua, “squaglianno argiento”, come scriveva Ferdinando Russo.
Davanti a quello spettacolo pensavo davvero che l’argento fosse una sostanza liquida e che ogni sera qualcuno la versasse nel golfo. Con gli anni ho capito che non era l’argento a sciogliersi. Era il tempo. Non quello degli orologi, ma quello che impariamo a sentire soltanto quando abbiamo davanti un orizzonte abbastanza grande da lasciar tramontare il sole.

tutti i disegni del racconto sono opera di Antonio Nacarlo©
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