Perché in Campania il tema è più esplosivo che altrove
Analisi sul peso politico e territoriale di una promessa che torna puntuale a una settimana dal voto
Il condono edilizio non è mai un semplice provvedimento tecnico. In Campania, poi, diventa un nervo scoperto, quasi un fatto antropologico: riguarda la tensione continua tra legalità e necessità, tra l’urgenza di abitare e l’assenza storica di una pianificazione urbana coerente. Per questo, a una settimana dal voto, l’annuncio di una possibile riapertura del condono 2003 assume il peso di un’esplosione politica.
Una promessa che parla alla pancia del territorio
L’effetto “acchiappavoti” evocato dalle opposizioni non è una semplice accusa di parte. In una regione dove migliaia di famiglie vivono nel limbo delle irregolarità edilizie, la promessa di una sanatoria parla alla paura immediata e al bisogno concreto. Annunciarla alla vigilia del voto non può non apparire come un’operazione volta a incidere direttamente sul consenso.
La narrazione del centrodestra e la risposta del centrosinistra
Il centrodestra utilizza la memoria politica per costruire una narrazione efficace: ricordare che la giunta Bassolino non recepì la sanatoria del 2003 consente di presentarsi oggi come difensori di quelle famiglie rimaste sospese. Una linea emotivamente forte, anche se semplifica una realtà ben più intricata fatta di abusi, lentezze amministrative e totale assenza di un’edilizia pubblica realmente alternativa.
Il centrosinistra, invece, punta sulla legalità e sulla sicurezza del territorio: un richiamo fondamentale ma meno immediato dal punto di vista emotivo. Tra la promessa di “metterti in regola domani” e l’invito a una rigenerazione urbana che richiederebbe anni, la prima opzione risulta più seducente in piena campagna elettorale.
Casa e territorio: in Campania non sono scelte tecniche
In Campania casa e territorio sono materia politica allo stato puro. L’abusivismo non nasce solo dall’illegalità, ma da decenni di disuguaglianze, piani regolatori mai attuati, emergenza abitativa cronica, lentezze istituzionali e un senso diffuso di abbandono che spinge a costruire perché non ci si può permettere di aspettare. Per approfondire la storia di queste dinamiche, rimane attuale la riflessione proposta da Napoli Up Close – Le mani sulla città: oggi come allora.
«La fragilità del territorio campano non è un destino: è il risultato di scelte politiche, condoni passati e una cultura dell’emergenza che ha sostituito quella della pianificazione.»
La chiosa amara: gli scempi che il territorio ha già pagato
La Campania conserva cicatrici profonde lasciate dai condoni del passato: coste divorate dal cemento, colline sbancate, costruzioni arrampicate su pendii instabili, interi quartieri sorti senza fogne né strade, ecosistemi compromessi, case in zona rossa diventate abitazioni permanenti. Le frane di Sarno, i crolli a Ischia, gli allagamenti nelle periferie cresciute senza regole, raccontano una verità amara: ogni condono ha prodotto prima un abuso, poi un disastro annunciato.
Finché il condono resterà una leva politica, sarà sempre il territorio – e chi ci vive – a pagarne il prezzo.
Scheda tecnica della proposta di condono
L’emendamento collegato alla legge di bilancio riapre la finestra del condono edilizio del 2003, consentendo la regolarizzazione delle opere prive di titolo o realizzate in difformità, purché compatibili con gli strumenti urbanistici approvati entro la data di riferimento. È una riapertura “mirata”, costruita per recuperare pratiche rimaste sospese nei precedenti cicli di sanatoria.
Restano esclusi gli immobili situati in aree sottoposte a vincoli paesaggistici o ambientali, nonché nelle zone classificate a rischio idrogeologico elevato. Per questi ambiti, l’emendamento non consente aumenti volumetrici né regolarizzazioni che contrasterebbero con i limiti posti dalla tutela del territorio.
La competenza operativa viene demandata alle Regioni, chiamate a definire criteri applicativi, modalità di istruttoria e ambiti territoriali. Nelle intenzioni dei promotori, ciò dovrebbe garantire una maggiore “equità” nei confronti delle famiglie che avevano pagato le oblazioni previste vent’anni fa; secondo le opposizioni, invece, rischia di aprire l’ennesimo varco a una gestione disomogenea e poco trasparente delle irregolarità edilizie.



