Ovvero: Carlo di Borbone visita i suoi possedimenti nell’anno del Signore 2026
❦ ❦ ❦

Il tunnel era stretto, buio e sapeva di umido e di secoli. Carlo Sebastiano di Borbone, Re delle Due Sicilie, re di Napoli e di Sicilia, già re di Spagna come Carlo III, aveva percorso molti corridoi nella sua vita. Quelli del potere, quelli dell’intrigo, quelli della guerra, ma nessuno gli aveva mai restituito dall’altra parte questo. Luce bianca. Un rombo che era come se il mondo urlasse. Una bestia grigia lunga quanto tre carrozze che gli sfrecciò a un palmo dal naso lasciando una scia di fumo nero e un odore sulfureo che non aveva nulla d’infernale. L’inferno, almeno, lo si immaginava con una certa grandiosità, ma qualcosa di molto, molto peggio: Un filobus della linea 255.
l Re rimase immobile per forse dieci secondi. Poi indietreggiò fino al muro, intonaco scrostato, scritte incomprensibili vergate con colori vivaci, un manifesto stracciato con la faccia di un tale di nome Genny ‘O Furastiero: il ritorno, e ci rimase appiattito come un bassorilievo, respirando piano, mentre il cuore gli batteva con l’entusiasmo di un tamburo di guerra. Un’altra bestia passò. Poi un’altra più piccola, a due ruote, che emetteva un suono acutissimo e procedeva sul marciapiede con la naturalezza di chi esercita un diritto acquisito da generazioni.
Il Re guardò il marciapiede. Guardò la strada. Guardò il cielo, quello almeno era lo stesso cielo, lo stesso azzurro tagliente di maggio, il Vesuvio là in fondo con la sua solita aria da chi ha visto cose e preferisce non commentare. Poi disse, sottovoce, con la compostezza di chi è addestrato a non perdere il portamento nemmeno davanti ai cannoni:
«Oddio.»
Un tempo, il suo Tempo, che era poi il tempo giusto, questa era la Strada delle Puglie. Il Miglio d’Oro. Lui stesso aveva voluto che fosse così: un nastro di magnificenza disteso ai piedi del Vulcano, fiancheggiato dalle ville della sua nobiltà, ciascuna una dichiarazione di fedeltà architettonica, ciascuna un argomento convincente a restare nel suo favore. Villa Campolieto. La splendida magione dei Ruggiero. Villa Favorita. Le carrozze laccate, i giardini all’italiana, il profumo di zagara.
Adesso c’era un officina meccanica. Accanto un negozio di telefoni con una vetrina tappezzata di oggetti piatti e luminosi di cui non comprendeva la natura ma che emanavano una luce bluastra inquietante. Subito dopo il negozio di telefoni, una friggitoria da cui usciva un odore che, va detto, non era spiacevole. Poi un basso con la porta aperta, dentro il quale un uomo anziano guardava un riquadro luminoso appeso alla parete, più grande di quelli in vetrina, su cui si muovevano immagini di uomini che correvano dietro a una palla.
Il Re si avvicinò alla porta del basso e sbirciò dentro. L’uomo si girò. Lo guardò. Guardò la parrucca, il giustacuore di broccato oro e cremisi, i calzoni alla zuava, i calzettoni bianchi, le fibbie d’argento alle scarpe.
«Buongiorno,» disse Carlo, con tutta la dignità reale di cui disponeva. «Buongiorno,» rispose l’uomo, e si rigirò verso il riquadro luminoso senza ulteriore interesse. Carlo rimase un momento sulla soglia, sconcertato. Nel suo tempo, il suo abbigliamento avrebbe generato inchini. Qui aveva generato buongiorno e nient’altro. Qualcosa nell’ordine dell’universo si era rotto.
Cominciò a camminare. Non aveva altra scelta: il tunnel era scomparso… O forse era ancora lì, ma lui non sapeva dove fosse, e domandare gli sembrava complicato in un mondo dove già il semplice atto di attraversare la strada richiedeva una temerarietà che nessuna delle sue battaglie gli aveva insegnato. Le bestie su quattro ruote non si fermavano per nessuno. Non rispettavano gerarchie, non distinguevano tra il popolino e la nobiltà, non rallentavano davanti ai titoli.
Una in particolare gli passò così vicino che il vento dello spostamento d’aria gli fece volare via la parrucca. Carlo la recuperò dal selciato con una rapidità che non si confaceva alla sua dignità, se la rimise in testa storta di quarantacinque gradi, e rimase fermo sul bordo del marciapiede con l’espressione di un uomo che sta rivalutando l’intera propria esistenza. Una bambina di forse sei anni lo fissava dalla mano di una donna che stava guardando il suo rettangolino luminoso personale. Ne avevano uno ciascuno, qui, di ogni dimensione, e ci guardavano dentro con una devozione che nel suo tempo si riservava alle icone sacre.
«Mamma,» disse la bambina, «quello là ha la parrucca storta.»
«Sì amore,» disse la donna senza alzare gli occhi.
«Mamma, perché ha la parrucca storta?»
«Non lo so amore.» «Mamma, ma chi è?»
«Non lo so amore.»
Carlo raddrizzò la parrucca e riprese a camminare con albagia.
Villa Pignatelli di Montecalvo era la prima tappa. Ovvero: era la prima tappa nel senso che era lì, sulla destra, riconoscibile nella struttura come si riconosce un vecchio amico dopo che lo ha investito un carro. Il portone era disastrato in una posa drammatica, semiaperto come la bocca di uno che vuole parlare ma ci ha rinunciato. Dentro, un cortile che aveva conosciuto giorni migliori sotto ogni governo immaginabile, inclusi quelli esplicitamente ostili al bello. Il Re si avvicinò ai cancelli e guardò dentro con l’espressione con cui si guarda dentro una bara.
«Chi è responsabile di questo?» chiese a nessuno in particolare.
«Il Comune,» disse una voce alla sua sinistra. «La Regione,» disse una voce alla sua destra. «Il Governo,» disse una terza voce da una finestra al primo piano di un palazzo di fronte.
«Ma qualcuno fa qualcosa?» insistette Carlo. Silenzio.
Poi, dalla finestra: «Ogni tanto fanno un convegno.»
Riprese a camminare. Il Corso si snodava verso Napoli con quella generosità geografica che è l’unica cosa rimasta invariata: il mare da una parte, il vulcano dall’altra, e in mezzo l’umanità a fare quello che l’umanità fa, che è resistere e arrangiarsi e vivere rumorosamente nonostante tutto.
Superò San Giovanni a Teduccio, che un tempo era borgo e adesso era quartiere e aveva l’aspetto di chi ha subito troppe ristrutturazioni senza che nessuna fosse mai terminata. Palazzi con i balconi addossati ai balconi, panni stesi tra un palazzo e l’altro come bandiere di una quotidianità testarda, murales enormi sui muri ciechi. Uno raffigurava un uomo con i capelli ricci e le braccia aperte come un Cristo laico, con sotto scritto un nome che Carlo non riconobbe ma che evidentemente per tutti gli altri significava qualcosa di grande.

Una bambina di forse sei anni lo indicò tirandosi la madre per la manica. «Mamma, mamma, è quello del caffè!» La madre alzò gli occhi dal rettangolino luminoso. Guardò Carlo, la parrucca, il giustacuore di broccato, le fibbie d’argento e scrollò le spalle con la rassegnazione di chi ha smesso di sorprendersi.
«Sì amore.»
«Mi dai un volantino?» chiese la bambina a Carlo, con la franchezza assoluta dei sei anni.
Carlo la guardò dall’alto. Poi guardò la madre. Quindi guardò se stesso, come se stesse vedendo il proprio abbigliamento per la prima volta attraverso occhi altrui.
«Io non ho volantini, non so nemmeno cosa siano piccina…» disse infine, con tutta la dignità che la situazione consentiva.
«Ah,» disse la bambina, già delusa. E tirò di nuovo la madre per la manica verso altro. Carlo rimase fermo sul marciapiede qualche secondo, solo con il rumore del Corso e il Vesuvio sullo sfondo, a riflettere su cosa fosse diventato il suo nome. Poi riprese a camminare.
Una volta superato quello che sembrava un mercato improvvisato: bancarelle con frutta di colori violenti, pesci disposti su ghiaccio con gli occhi spalancati in un’espressione di sorpresa postuma, verdure di cui non riconosceva qualcuna. Un odore fortissimo di mare e di terra insieme. Voci che si sovrapponevano in un dialetto che era il suo dialetto ma accelerato, compresso, come se tre secoli di frenesia lo avessero condensato ulteriormente. Un uomo gli offrì un cartoccio di qualcosa di fritto. Carlo lo accettò perché non sapeva come rifiutare e perché l’odore era irresistibile. Lo mangiò camminando, cosa che nel suo tempo non avrebbe mai fatto, e dovette ammettere tra sé che era straordinariamente buono. Qualcosa, in questo futuro incomprensibile e caotico, funzionava.
Barra fu la conclusione naturale e la più dolorosa. Ci arrivò che il sole stava già scendendo verso il Vesuvio, tingendo il cielo di un arancione che era l’unica cosa rimasta identica e maestosa. I piedi gli facevano male. Le scarpe con le fibbie d’argento non erano progettate per così tanta camminata su asfalto, materiale di cui ignorava l’esistenza ma che aveva già imparato a detestare e la parrucca era ormai definitivamente storta.
Le ville della Barra le riconobbe a fatica, come si riconosce in un vecchio fotografato male qualcuno che si è conosciuto giovane e splendente. La struttura era ancora lì, le proporzioni, l’impianto, qualche cornice superstite, ma intorno, sopra, accanto, dappertutto, era cresciuto il disordine come un’edera ostile. Palazzine degli anni Settanta si erano appoggiate ai fianchi dei palazzi nobiliari con la disinvoltura di chi si siede al posto sbagliato e non ha intenzione di spostarsi. Finestre murate. Portali che davano su cortili invasi di macchine parcheggiate. Giardini che erano stati giardini come si riconosce dove era un giardino: dalla forma vuota, dall’assenza significativa.

Carlo si fermò davanti a quello che restava di Villa Letizia. Restava poco. Si sedette su un gradino, l’unico rimasto di quello che doveva essere stato uno scalone monumentale, e rimase in silenzio per un tempo lungo. Non aveva più la dignità di fare commenti. Aveva camminato per ore in un mondo che non capiva, era stato scambiato per un distributore di volantini del caffè che portava il suo nome, aveva mangiato cibo fritto in piedi sul marciapiede, e adesso guardava i resti di una villa che aveva rappresentato, nel suo progetto, la cifra stessa della civiltà. Un gatto arancione gli si avvicinò con il passo di chi possiede il luogo da tempo immemorabile, che era probabilmente vero.
Si sedette accanto a lui. «Almeno tu,» disse Carlo al gatto, con una voce che non era più quella di un re ma di un uomo molto stanco, «non hai responsabilità in tutto questo.» Il gatto sbatté lentamente gli occhi. Stettero insieme a guardare i resti mentre il cielo diventava rosso e poi viola e poi buio, e le luci della città si accendevano una a una, e il rumore del Corso continuava instancabile come sempre aveva fatto e come sempre avrebbe fatto, re o non re, ville o non ville. «Ho costruito male?» chiese Carlo sottovoce.
Il gatto non rispose. «No,» disse il Re da solo, alzandosi e raddrizzando per l’ultima volta la parrucca. «Ho costruito benissimo. Il problema è che ho lasciato.» Si voltò verso il Vesuvio. Poi si voltò verso il Corso, con i suoi autobus e i suoi motorini e le sue luci al neon e la sua umanità testarda e rumorosa e tenace oltre ogni ragione.
Cercò il tunnel. Lo trovò dove lo aveva lasciato. O forse il tunnel lo trovò lui, che è la cosa che fanno i tunnel quando decidono di essere misericordiosi. Prima di entrarci, si voltò un’ultima volta. Da qualche parte, nel buio tiepido di maggio, una voce cantava. Non capiva le parole ma la melodia aveva qualcosa di antico, qualcosa che riconosceva non con la mente ma con qualcosa di più fondo. Napoli era ancora lì. Malconcia, sovraccarica, incomprensibile, rumorosissima, tenace oltre ogni ragione. Non era quello che aveva costruito. Ma era qualcosa che lui aveva contribuito, in modo obliquo e imperfetto, a rendere possibile. Tornò nel tunnel con questo pensiero, che era insieme consolante e insufficiente, come quasi tutti i pensieri veri. –
Il volantino del Caffè Borbone lo trovarono tre giorni dopo, infilato nella crepa di un muro della Reggia di Portici, senza che nessuno sapesse spiegare come ci fosse arrivato.
❦ ❦ ❦



