Quando l’élite europea trasformò il Mezzogiorno nel proprio paradiso proibito
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Il paradiso e il pregiudizio
Per due secoli, il Grand Tour è stato il viaggio della bellezza: giovani aristocratici europei e poi americani attraversavano l’Europa per completare la loro formazione. L’Italia ne era la meta suprema: Roma con le sue rovine, Firenze con il Rinascimento, Venezia con il suo fascino decadente. Poi c’era Napoli, con il Vesuvio, Pompei, Ercolano e il Mediterraneo. E infine, Capri.
Per chi vi approdava l’isola appariva come un frammento di paradiso. Rocce a picco sul mare, la Grotta Azzurra, i Faraglioni, il profumo dei limoni, il bianco delle case. Ancora oggi Capri conserva quell’aura di luogo sospeso tra natura e leggenda, simbolo di un Mediterraneo elegante e senza tempo. Ma c’è un’altra Capri, meno raccontata. Una Capri dove il viaggio culturale si intrecciava con desideri che non avrebbero trovato spazio nelle società del Nord Europa. Un’isola che attirava non solo per la sua bellezza, ma perché offriva qualcosa di ancora più prezioso: la possibilità di vivere lontano dallo sguardo della rispettabilità borghese.
Per coglierne il senso, bisognerà partire da un paradosso: gli stessi uomini che celebravano l’Italia come il luogo più bello del mondo nutrivano spesso un profondo disprezzo per gli italiani. Nel 1818, Percy Bysshe Shelley scriveva che esistevano «due Italie». Quella delle montagne, del mare trasparente e delle rovine classiche, e quella abitata dagli italiani contemporanei, che definiva «la più degradata, disgustosa e odiosa». Non era un’opinione isolata. Lord Byron, pochi anni dopo, confessava al suo editore la difficoltà di spiegare gli italiani agli inglesi. Un popolo mite e dissoluto, serio e pagliaccio, governato da una morale completamente diversa da quella britannica. Per lui, l’Italia era affascinante proprio perché estranea alle convenzioni del Nord.
Con il passare dei decenni, i giudizi si inasprirono. Le teorie pseudoscientifiche sulla superiorità delle razze nordiche dipinsero il Meridione come un territorio arretrato, quasi appartenente a un’altra civiltà. Gli italiani del Sud erano descritti come impulsivi, primitivi, incapaci di autodisciplina. La stampa anglosassone e americana non esitava a usare stereotipi che oggi definiremmo razzisti. Nel 1882, un editoriale del New York Times descriveva gli italiani meridionali come «la classe più ignorante mai sbarcata negli Stati Uniti», arrivando a definire i loro bambini «sporchi, infestati dai parassiti e inadatti a frequentare le scuole pubbliche».
Eppure, erano gli stessi anni in cui migliaia di viaggiatori continuavano ad attraversare l’Europa per raggiungere Napoli. Il contrasto è stridente: da una parte un popolo considerato inferiore, dall’altra una terra ritenuta irresistibile. La chiave per comprendere questa contraddizione sta nel fatto che il Grand Tour non era solo un viaggio culturale. Era anche un viaggio iniziatico. Molti giovani aristocratici lasciavano per la prima volta l’ambiente protetto delle loro famiglie e si confrontavano con un mondo diverso. L’Italia offriva ciò che l’Inghilterra vittoriana, la Prussia o la Francia borghese non concedevano. Una società percepita come più spontanea, meno rigida, meno ossessionata dal controllo sociale.
Napoli accentuava questa impressione. Era una delle città più grandi d’Europa, un porto aperto al Mediterraneo, attraversato ogni giorno da marinai, mercanti, diplomatici, avventurieri e artisti. Il contrasto tra la ricchezza di pochi e la povertà di molti colpiva i viaggiatori. Per alcuni, quella miseria era la prova dell’arretratezza meridionale; per altri, diventava parte del fascino della città.
Capri, invece, sembrava appartenere a un altro tempo. A metà Ottocento, l’isola era ancora una piccola comunità di pescatori e contadini, lontana dalla mondanità che oggi la caratterizza. Viveva di agricoltura, pesca e di un turismo ancora limitato. Proprio questa semplicità finì per conquistare molti stranieri. Qui il controllo sociale sembrava meno soffocante, la distanza dalle grandi capitali garantiva discrezione, e il divario economico tra ospiti stranieri e popolazione locale produceva rapporti che, nel bene e nel male, sarebbero stati impensabili a Londra, Berlino o Parigi.
Fu in questo contesto che Capri iniziò a trasformarsi: non più solo una tappa del Grand Tour, ma un rifugio. Un luogo dove fermarsi per mesi, talvolta per anni. Uno spazio dove ricominciare una vita lontano dagli scandali, dalle convenzioni e dai tribunali morali della società europea.
L’isola degli esiliati e dei potenti
Molti arrivavano ufficialmente per il clima, per dipingere, per scrivere o per motivi di salute. Ma con il tempo, l’isola iniziò ad attirare una comunità sempre più omogenea: artisti, aristocratici e uomini immensamente ricchi che sembravano condividere la stessa esigenza. Vivere lontano dagli occhi del proprio Paese. Capri divenne così una colonia internazionale prima ancora che una destinazione turistica. Le ville si moltiplicarono, le pensioni iniziarono ad accogliere ospiti stranieri per gran parte dell’anno, e l’inglese e il tedesco si sentivano sempre più spesso nelle piazze e nei caffè. Gli artisti napoletani trovarono nuovi committenti, le famiglie isolane nuovi lavori. L’economia cambiò rapidamente, e con essa il rapporto tra gli abitanti e i loro facoltosi ospiti.
Il denaro iniziò a circolare con un’intensità mai vista. I grandi stranieri acquistavano terreni, costruivano ville, finanziavano opere pubbliche, assumevano personale, commissionavano dipinti e sculture. Per una comunità di poche migliaia di abitanti, rappresentavano una risorsa economica enorme. Non si trattava di immaginare una Capri corrotta o priva di principi morali, ma di comprendere un dato semplice: quando la sopravvivenza economica di un territorio dipende in parte dalla presenza di uomini straordinariamente ricchi, il confine tra tolleranza, convenienza e silenzio diventa inevitabilmente più sottile.
È in questo scenario che entrano in scena alcuni dei personaggi più controversi della Belle Époque.
Friedrich Alfred Krupp: il magnate e lo scandalo
Quando Friedrich Alfred Krupp scelse Capri come residenza invernale, era l’industriale più influente d’Europa. La sua azienda produceva l’acciaio per ferrovie, navi da guerra e cannoni destinati all’Impero tedesco. Il Kaiser Guglielmo II lo considerava un amico personale. Ufficialmente, Capri era un rifugio per la salute: il clima mite alleviava i suoi problemi respiratori e gli permetteva di dedicarsi alla biologia marina. Collaborò con la Stazione Zoologica Anton Dohrn di Napoli, finanziò studi scientifici e lasciò sull’isola opere che ancora oggi portano il suo nome, come la spettacolare Via Krupp, scavata nella roccia per collegare i Giardini di Augusto alla Marina Piccola.
Per gli isolani, Krupp era un benefattore: le sue spese alimentavano l’economia locale, assumeva personale, acquistava terreni, faceva lavorare muratori, scalpellini e giardinieri. Ma dietro l’immagine del mecenate iniziarono a circolare voci sempre più insistenti: secondo le cronache dell’epoca, frequentava giovani capresi appartenenti alle famiglie più povere dell’isola. Per anni, quelle notizie rimasero confinate al pettegolezzo locale. Fino al 1902, quando il giornale socialista napoletano La Propaganda pubblicò una serie di articoli sulla sua vita privata. La polemica non riguardava solo i comportamenti attribuiti al magnate, ma anche il silenzio delle autorità e l’influenza che il suo denaro esercitava sull’isola.
La vicenda rimase inizialmente confinata in Italia, fino a quando il quotidiano socialista tedesco Vorwärts la trasformò in un caso internazionale. Le accuse contro Krupp finirono sulle prime pagine di tutta Europa. L’omosessualità era allora un reato e colpire Krupp significava colpire uno dei pilastri economici del Kaiser. Guglielmo II intervenne personalmente in sua difesa, definendo le accuse una campagna diffamatoria. Pochi giorni dopo, il 22 novembre 1902, Krupp morì nella sua villa di Essen. La versione ufficiale parlò di emorragia cerebrale, ma molti contemporanei ipotizzarono il suicidio, travolto dalla vergogna e dalla pressione politica. Nessuna prova definitiva ha mai sciolto il dubbio.
Lo scandalo, però, ebbe effetti immediati: per la stampa europea, Capri cessò di essere solo l’isola dei Faraglioni e del mare cristallino. Divenne il luogo dove molti “grandi d’Europa” si rivelavano per quali erano: predatori sessuali . Fu il primo grande colpo alla narrazione romantica del Grand Tour. Ma non sarebbe stato l’ultimo.
Jacques d’Adelswärd-Fersen: il conte ribelle
Pochi mesi dopo, un altro nome destinato a diventare inseparabile dalla storia di Capri comparve sulle cronache europee: Jacques d’Adelswärd-Fersen, aristocratico francese, colto e vicino agli ambienti decadenti parigini. Nel 1903, coinvolto in uno scandalo giudiziario che distrusse la sua reputazione, fu costretto a lasciare Parigi. Scelse Capri. Sull’isola acquistò un terreno affacciato sul mare e vi fece costruire Villa Lysis, una delle dimore più straordinarie del Mediterraneo. Il nome non era casuale: richiamava il dialogo platonico dedicato all’amicizia e rappresentava un manifesto culturale prima ancora che architettonico.
Villa Lysis non era solo una casa: era il simbolo di un’esistenza vissuta fuori dalle convenzioni. Le sue stanze ospitavano artisti, scrittori, aristocratici e intellettuali provenienti da tutta Europa. Lontano dai salotti parigini, Fersen trovò a Capri quella libertà che la Francia gli aveva negato. Anche attorno alla sua figura nacquero racconti, accuse e pettegolezzi riguardanti giovani isolani. Alcuni sono documentati, altri appartengono alla memorialistica e alla cronaca scandalistica. Ciò che è certo è il ruolo che Fersen ebbe nella trasformazione dell’isola in una colonia cosmopolita.

Norman Douglas, John Ellingham Brooks e gli altri
Capri iniziava ormai ad attirare una comunità ben precisa: non più semplici turisti, ma residenti, esiliati, uomini che trovavano sull’isola un rifugio.
Tra questi c’era Norman Douglas, scrittore scozzese colto, cosmopolita e anticonformista. A Capri ambientò parte della sua opera più celebre, South Wind, uno dei romanzi che contribuirono a diffondere nel mondo il mito di un’isola libera e anticonvenzionale. Douglas descriveva un Mediterraneo profondamente diverso da quello immaginato dagli inglesi: un luogo dove le regole sembravano perdere consistenza, dove la religione conviveva con il paganesimo, e dove la morale britannica appariva quasi ridicola. Anche lui, però, non fu immune dalle polemiche: la sua vita privata alimentò processi e scandali che finirono per rafforzare l’immagine di Capri come rifugio di uomini in fuga dalla rispettabilità europea.
Poi arrivò John Ellingham Brooks, pittore inglese formatosi tra Parigi e Londra. A Capri trovò non solo ispirazione artistica, ma una comunità nella quale poteva vivere con maggiore serenità la propria identità. Ebbe una relazione con lo scrittore Somerset Maugham e contribuì, insieme agli altri residenti stranieri, a costruire quell’ambiente cosmopolita che avrebbe reso l’isola unica nel panorama europeo.
A questo punto, i singoli episodi smettono di apparire casuali. Krupp, Fersen, Douglas, Brooks: personaggi diversissimi per cultura, ricchezza e provenienza, eppure tutti finirono, per ragioni differenti, nello stesso luogo. Non è una coincidenza. La storiografia parla ormai di una vera e propria colonia cosmopolita caprese, un ambiente internazionale che trasformò l’isola in uno dei laboratori culturali più singolari della Belle Époque. Ridurre questa storia alla sessualità dei suoi protagonisti significherebbe non coglierne la complessità. Il vero filo conduttore è un altro: il bieco privilegio. Il potere economico, sociale e culturale che permetteva a pochi uomini straordinariamente ricchi o influenti di attraversare l’Europa e trovare, in una piccola isola del Mezzogiorno, ciò che le loro società proibivano.
Il denaro, l’arte e il corpo
L’arrivo dell’élite europea non cambiò solo l’economia di Capri: finì per trasformare anche il modo in cui il Mezzogiorno veniva rappresentato. Tra la seconda metà dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, Napoli era una delle capitali artistiche d’Europa. La sua Accademia formava pittori destinati a esporre nelle grandi esposizioni internazionali, mentre una generazione di artisti straordinari trovava negli stranieri i propri principali committenti: Antonio Mancini, Vincenzo Gemito, Vincenzo Migliaro, Edoardo Dalbono, Filippo Palizzi e Francesco Paolo Michetti vendevano una parte importante delle loro opere a collezionisti inglesi, francesi, tedeschi e americani.
Quel rapporto, però, non era neutrale. Ogni committenza influenza inevitabilmente lo sguardo dell’artista. Gli stranieri non cercavano solo la grande pittura storica: volevano il Sud che avevano immaginato prima ancora di arrivare. Un caso esemplare è quello di Wilhelm von Gloeden: il fotografo tedesco, pur attento a rispettare i canoni della decenza formale, seppe cogliere e vendere ai collezionisti stranieri un’immagine del Mezzogiorno che univa il classico all’esotico, il mitologico all’omoerotico. Le sue fotografie di giovani isolani, spesso svestiti o in pose arcadiche, rispondevano alla domanda di un Sud “incontaminato” e sensuale, capace di soddisfare tanto il gusto estetico quanto fantasie più intime.
Anche qui, come a Napoli o a Capri, l’arte si faceva specchio di un rapporto asimmetrico: da una parte l’artista, che doveva adattarsi ai desideri del mercato; dall’altra il committente straniero, che orientava la rappresentazione del corpo e del paesaggio secondo i propri immaginari.
Tra i soggetti più richiesti comparivano spesso giovani pescatori, ragazzi di strada, adolescenti svestiti, modelli popolari. Per gli artisti erano figure della vita quotidiana, eredi della tradizione classica che aveva sempre celebrato il corpo giovanile. Per molti committenti stranieri, quel medesimo corpo assumeva anche altri significati, legati all’immaginario esotico ed erostico del Mediterraneo e all’idea di un Sud ancora incontaminato.
L’arte finiva così per riflettere, spesso inconsapevolmente, lo stesso squilibrio che caratterizzava i rapporti sociali: da una parte gli artisti, costretti a vivere del proprio lavoro in un mercato difficile; dall’altra i collezionisti, gli industriali e gli aristocratici che disponevano di ricchezze immense e orientavano il gusto internazionale. Anche questo faceva parte della storia del Grand Tour.

Il potere e la lezione del passato
Osservando le vicende di Krupp, Fersen, Douglas, Brooks e dell’intera colonia cosmopolita di Capri, emerge un filo comune: il potere. Potere economico, sociale, culturale. Un industriale miliardario, un conte francese o uno scrittore celebre non arrivavano nel Mezzogiorno come semplici viaggiatori. Portavano con sé una ricchezza capace di modificare l’economia di un’isola, di finanziare opere pubbliche, di acquistare ville, di commissionare dipinti e, inevitabilmente, di alterare i rapporti con una popolazione che viveva in condizioni economiche incomparabilmente più difficili.
È questo squilibrio che rende quei casi ancora oggi degni di essere studiati. Non perché appartengano alla cronaca scandalistica, ma perché raccontano il funzionamento del potere. Le autorità locali si trovavano davanti a un dilemma: da una parte, comportamenti che suscitavano polemiche e malumori; dall’altra, uomini che portavano lavoro, denaro e prestigio internazionale. La storia mostra come, in più di un’occasione, prevalse la convenienza. Non fu un fenomeno esclusivamente caprese: accadde in molte località del Mediterraneo frequentate dall’élite europea. Capri, semplicemente, ne divenne il simbolo.
Sarebbe però un errore trasformare questa vicenda in un processo morale contro il passato. Ogni epoca ha le sue contraddizioni. Ciò che interessa allo storico non è distribuire condanne, ma comprendere i meccanismi. E uno di questi meccanismi continua a ripresentarsi: quando esiste una profonda disparità economica, il denaro tende a modificare i rapporti umani. Per questo le organizzazioni internazionali che contrastano lo sfruttamento sessuale parlano oggi soprattutto di vulnerabilità economica. Il turismo sessuale contemporaneo, compreso quello che coinvolge minori, prospera laddove povertà, disuguaglianze e assenza di tutele rendono alcune persone più esposte allo sfruttamento. Anche cittadini italiani, secondo diversi rapporti internazionali, figurano tra coloro che alimentano questo fenomeno.
Naturalmente, non si tratta della prosecuzione diretta della storia di Capri. Sono epoche diverse, società diverse, norme giuridiche diverse. Il punto di contatto, però, è un altro: il desiderio diventa sfruttamento quando incontra una persona che non si trova sullo stesso piano di libertà, di diritti e di possibilità. È questa la vera lezione che il passato consegna al presente.
Bibliografia
Fonti primarie
- Byron, George Gordon. Letters and Journals. A cura di Leslie A. Marchand. Harvard University Press, 1973-1982.
- Shelley, Percy Bysshe. Letters of Percy Bysshe Shelley. A cura di Frederick L. Jones. Oxford University Press, 1964.
- Douglas, Norman. South Wind. Martin Secker, 1917.
- La Propaganda (Napoli). Articoli sul caso Krupp, 1902.
- Vorwärts (Berlino). Articoli sul caso Krupp, 1902.
- The New York Times. “The Italian Immigration: Its Evils and Dangers”, 1882.
Capri e la colonia cosmopolita
- Dall’Orto, Giovanni. Krupp a Capri. Sellerio, 1998.
- Per Capri questi sono quasi imprescindibili:
- Edwin Cerio, Aria di Capri.
- Edwin Cerio, Capri ieri oggi domani.
- James Money, Capri: Island of Pleasure.
- Michael Nelson, Queen Victoria and the Discovery of Capri.
- Robert Aldrich, The Seduction of the Mediterranean.
Arte e committenza straniera
- Bozzoli, Rossana. Il mondo dell’arte a Napoli tra Ottocento e Novecento. Electa, 1999.
- Pinto, Giulia. Napoli e i suoi pittori: dall’Ottocento al Novecento. Arte’m, 2007.
- Said, Edward W. Orientalismo. Feltrinelli, 1991.
Potere e sfruttamento
- Foucault, Michel. Storia della sessualità. Feltrinelli, 1976-1984.
- O’Connell Davidson, Julia. Child Sex Tourism: The Evidence. Polity Press, 2005.
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