Antichi rituali magici napoletani

Nella cultura popolare il cibo può assumere significati che vanno molto oltre la tavola. Alcuni alimenti vengono utilizzati nelle feste religiose, altri entrano nelle pratiche terapeutiche, altri ancora diventano elementi di un rito.

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Antichi rituali magici napoletani

A Napoli e nel resto della Campania molte di queste consuetudini sono legate al calendario religioso. Una delle date più importanti è il 24 giugno, festa di san Giovanni Battista, che cade nei giorni del solstizio d’estate. Intorno a questa ricorrenza sono sopravvissute pratiche legate alle erbe, all’acqua, alla rugiada e alla raccolta di determinati frutti.

La presenza della festa cristiana non ha cancellato completamente un patrimonio di credenze molto più antico. Nel corso dei secoli le due tradizioni si sono sovrapposte, dando vita a rituali nei quali elementi religiosi e pratiche magiche possono trovarsi insieme.

A Napoli la notte di san Giovanni aveva anche un carattere particolare.

Nella zona di piazza Mercato, nei pressi della chiesa di San Giovanni a Mare, si celebrava quella che veniva chiamata la “Festa ‘a Mare”. La chiesa, un tempo molto più vicina alla linea di costa, si trovava in rapporto diretto con le acque del golfo.

Le testimonianze ricordano bagni notturni ai quali partecipavano uomini e donne. La nudità dei partecipanti e il rapporto diretto con il mare hanno fatto pensare a una sopravvivenza di riti legati al solstizio, successivamente inseriti nel calendario cristiano.

Il poeta Velardiniello, nel Cinquecento, ricordava così quelle donne che nella notte di san Giovanni scendevano verso il mare:

Li femmene la sera de san Gianne
Ievano tutte ’n chietta a la marina,
Allere se nne jeano senza panne,
Cantando sempre maie la romanzina…

Il solstizio era anche il periodo nel quale venivano raccolte alcune erbe destinate alla preparazione di rimedi, filtri e preparazioni rituali. In molte tradizioni europee la notte di san Giovanni è associata alle piante medicinali e alla rugiada, considerata particolarmente preziosa.

Janare e ‘nciarmatrici

Tra le figure femminili alle quali la tradizione attribuisce una conoscenza particolare delle piante ci sono le janare. Il nome viene generalmente collegato alle dianare, donne associate al culto di Diana, e compare nella tradizione campana soprattutto in relazione alle pratiche magiche e alle riunioni notturne.

La loro fama è legata soprattutto al territorio beneventano e al grande noce intorno al quale, secondo la tradizione, si sarebbero riunite per celebrare i loro riti.

Il noce possiede in effetti una storia particolare nella cultura popolare. L’albero è stato considerato per secoli ambivalente, capace di offrire frutti e sostanze utili, ma anche circondato da credenze relative alla sua pericolosità.

La raccolta delle noci verdi nel periodo di san Giovanni è rimasta legata alla preparazione del nocillo. Le noci vengono raccolte quando il frutto è ancora tenero e adatto alla macerazione. La data della raccolta, tradizionalmente collocata intorno al 24 giugno, costituisce ancora oggi uno degli elementi caratteristici della preparazione.

L’albero e il suo frutto appartengono quindi contemporaneamente alla cucina, alla medicina popolare e alla tradizione rituale.

La stessa sovrapposizione riguarda l’acqua.

Testa di San Anastasio il Siro- disegno di Antonio Nacarlo

L’acqua ’e pesce

Tra le pratiche ricordate nella tradizione magica napoletana c’è quella conosciuta come acqua ’e pesce.

Il procedimento utilizza un pesce di media grandezza, generalmente uno sgombro, chiamato a Napoli palammeto. Il pesce viene lessato insieme ad alcuni ingredienti che possiedono anche un significato simbolico: prezzemolo, basilico, peperoncino e cipolla.

Il prezzemolo e il basilico vengono associati rispettivamente al principio maschile e a quello femminile. Il peperoncino appartiene invece alla lunga tradizione degli oggetti apotropaici napoletani. La cipolla richiama le lacrime e il dolore.

Il liquido della cottura viene conservato per il rito.

La preparazione deve essere compiuta in un determinato momento della giornata e, secondo la tradizione, l’acqua viene utilizzata all’alba. La persona per la quale viene eseguita la pratica si colloca al centro dell’ambiente mentre l’operatore, generalmente una donna, asperge l’acqua nei quattro angoli della stanza.

La formula recitata durante il rito è:

«Addò va l’acqua ’e ’stu pesce, aonna e cresce.»

Quel aonna richiama il linguaggio dei pescatori e il movimento dell’onda che cresce.

La formula, infatti, presenta una sorprendente vicinanza con i canti utilizzati durante la pesca a sciabica. Raffaele Viviani ha raccolto e restituito alla letteratura uno di questi canti.

Tirata d’ ’a rezza:

«Soh, vaie ch’è cchiena!
Soh, forza, ch’aonna!».
Tiranno, s’affonna
cu ’e piede int’ ’arena.
Nu viecchio ’nturciglia
na funa, ch’aumenta.
Quann’uno rallenta,
va n’ato e ripiglia.
Cappielle scagnate;
nu sfuorzo ogne faccia;
cu ’e gamme e cu ’e bbraccia
d’ ’o sole scuttate.
Nu sùvero sponta,
già n’ato s’affaccia.
«P’ ’o mare è bunaccia!
Soh, ’a maneca è pronta!».
«Tirammo, strignimmo
ca ’a rezza se ’nzerra!
Soh, forza, sta ’nterra!
E aunimmo sti ccimme!».
«Soh, vaie, ch’è cchiena!
Soh, forza, ch’aonna!».
Sta rezza se mena,
prianno ’a Maronna.
«Soh, vaie, ch’è cchiena!».

Il riferimento al mare non è casuale. La pesca apparteneva alla vita quotidiana di intere comunità e dalla pesca dipendeva una parte del sostentamento familiare. Il canto accompagnava il lavoro, mentre la preghiera e il gesto rituale chiedevano al mare una condizione favorevole.

Nell’acqua ’e pesce questo stesso linguaggio viene trasferito dentro lo spazio domestico.

L’acqua di cottura, il pesce e la formula diventano strumenti di un rito propiziatorio.

Malocchio e fascinazione

Ernesto De Martino, in Sud e magia, studiò la magia meridionale partendo dalle situazioni nelle quali l’individuo sperimenta una condizione di particolare esposizione: la malattia, la morte, il parto, l’infanzia, il lavoro, le calamità naturali, i rapporti amorosi.

Il concetto centrale è quello di fascinazione. La persona può percepire una forza estranea come causa della propria difficoltà. Il male viene allora interpretato attraverso una relazione con qualcuno o con qualcosa che avrebbe acquisito la capacità di agire sulla sua vita.

Il malocchio è una delle forme più conosciute.

L’invidia, lo sguardo e la parola possono diventare elementi attraverso i quali viene interpretata una disgrazia. Un malessere improvviso, un periodo di sfortuna, una serie di eventi negativi possono essere ricondotti alla presenza di una persona ritenuta capace di portare male.

Il rito serve a diagnosticare la condizione e, successivamente, a rimuoverla.

In questo sistema assume importanza la figura della donna che conosce le formule e i gesti necessari.

A seconda dei luoghi e delle tradizioni può essere chiamata nciarmatrice, fattucchiera, guaritrice, votaseggie o con altri nomi locali.

Le nciarmatrici

La parola nciarmatrice richiama l’idea dell’incanto. È la donna che conosce l’nciarmo, la formula, il gesto o la pratica attraverso la quale si interviene su una situazione ritenuta anomala.

Il suo campo può riguardare il malocchio, le fatture, i problemi amorosi, la protezione dei bambini, la paura, la malattia e altre difficoltà della vita quotidiana.

Queste conoscenze venivano generalmente trasmesse oralmente. Una parte importante della tradizione magica meridionale è infatti affidata alla memoria. Formule che devono essere pronunciate in una determinata maniera, gesti da compiere secondo un ordine preciso, oggetti da utilizzare e momenti della giornata considerati più adatti.

La competenza dell’operatrice non consiste soltanto nella conoscenza della formula. Comprende il riconoscimento del male, la scelta del rito e la capacità di interpretare ciò che accade durante la pratica.

È una forma di sapere che appartiene alla comunità e che per molto tempo è stata trasmessa soprattutto attraverso le donne, le preparatrici del cibo da somministrare attraverso il quale somministrare protezione o sciagura.

Le votaseggie

Tra queste figure troviamo anche le votaseggie.

Il termine indica una donna alla quale vengono attribuite capacità particolari nella diagnosi e nella cura di determinati malesseri attraverso pratiche rituali. La sedia, come elemento della vita domestica, entra in alcune forme tradizionali di diagnosi e di trattamento.

Il nome stesso conserva il ricordo di una pratica nella quale il gesto quotidiano viene inserito in una procedura rituale.

La votaseggie, come la nciarmatrice, appartiene a un mondo nel quale il sapere non è separato in compartimenti rigidi. Rimedi naturali, alimenti omeopatici, religione, preghiera e magia possono essere praticate dalla stessa persona e richieste dalla stessa famiglia.

La fattura

Diverso è il caso della fattura.

Nel linguaggio della magia popolare, la fattura presuppone l’azione intenzionale di qualcuno che vuole provocare un danno. Non si tratta quindi soltanto della paura di uno sguardo o di una presenza negativa. Esiste un agente che avrebbe compiuto un’azione rituale contro una determinata persona.

La fattura può riguardare la salute, i rapporti amorosi, la vita familiare, il lavoro.

Per realizzarla vengono utilizzati oggetti appartenuti alla persona o capaci di rappresentarla: capelli, fotografie, indumenti, fili, cera, alimenti, animali o parti di animali.

L’oggetto diventa una rappresentazione della persona sulla quale dovrebbe ricadere l’effetto della pratica.

È qui che compare la capa ’e pecuriello.

La capa ’e pecuriello

La capa ’e pecuriello, letteralmente “testa dell’agnello”, appartiene al repertorio delle pratiche di fattura ricordate nella tradizione dell’area vesuviana e delle isole flegree.

La preparazione utilizza materiali poveri e facilmente reperibili. Pezzi di stoffa o calze possono essere riempiti con diversi elementi e poi fermati con fili, aghi o spilli. Possono essere aggiunti capelli, fotografie, limoni, aglio o parti di animali.

Il nome identifica una particolare forma assunta dall’insieme degli oggetti.

Una volta preparato, il manufatto viene associato alla persona destinataria della fattura attraverso il nome, un’immagine, un oggetto personale o altri elementi ritenuti capaci di stabilire il collegamento.

Anche il luogo nel quale viene lasciato ha una funzione. Può essere nascosto, gettato nell’acqua, deposto in un luogo appartato o abbandonato in un bosco.

L’acqua e il bosco ricorrono frequentemente nelle tradizioni relative agli oggetti rituali. Sono luoghi nei quali l’oggetto può essere sottratto allo sguardo e lasciato compiere, secondo la credenza, l’azione per la quale è stato preparato.

Legamenti e magie d’amore

Un capitolo particolarmente ricco riguarda le pratiche amorose.

La magia può essere utilizzata per favorire un incontro, conquistare una persona, impedire un abbandono, riavvicinare qualcuno o separare due persone.

I legamenti appartengono proprio a questa categoria.

Il principio simbolico è semplice: ciò che viene legato nel rito dovrebbe essere legato anche nella realtà. Fili, nastri, nodi e oggetti personali possono diventare quindi strumenti di una pratica destinata a stabilire o rafforzare un vincolo.

La stessa logica può essere utilizzata in senso contrario, attraverso riti destinati a sciogliere un legamento o a interrompere una relazione.

La magia amorosa mostra con particolare chiarezza quanto il rito sia legato alle emozioni e all’incertezza dei rapporti umani. Quando l’esito di una relazione sfugge alla volontà individuale, il rito offre una possibilità di intervento.

La protezione

Accanto alle fatture esistono naturalmente pratiche destinate alla protezione.

Il corno è l’oggetto apotropaico napoletano più conosciuto, ma il repertorio è molto più vasto. Ferro, sale, aglio, peperoncino e altri elementi possono assumere una funzione protettiva.

Anche il gesto delle corna appartiene a questa cultura della protezione, così come numerose formule pronunciate davanti a una situazione ritenuta pericolosa.

La protezione riguarda soprattutto le persone considerate più esposte: bambini, donne incinte, puerpere, malati.

Il parto è uno dei momenti nei quali la tradizione magica meridionale concentra un numero particolarmente elevato di pratiche. La nascita comporta un rischio concreto e per secoli la mortalità materna e infantile ha reso quel momento ancora più carico di paura.

La protezione rituale interviene proprio quando la vita appare più vulnerabile.

Notte di San Giovanni a Napoli riti, leggende e magia fondo avorio, effetto carta ruvida, disegno a matita con inchiostro schizzato e contrasti marcati in stile noir
Napoli è magia – opera grafica di Antonio Nacarlo

Tra religione e magia

Nella cultura popolare meridionale la separazione fra religione e magia non è sempre stata così netta come siamo portati a pensare.

Una stessa persona può recitare una preghiera e contemporaneamente utilizzare un gesto apotropaico. Può rivolgersi a un santo e, nello stesso tempo, consultare una nciarmatrice. Può portare un’immagine sacra e conservare un amuleto.

Lo stesso accade con il cibo.

Il pesce dell’acqua ’e pesce nasce dalla cucina e finisce nel rito. La noce diventa nocillo. Le erbe possono essere utilizzate come alimento, medicamento o ingrediente rituale. Il peperoncino è contemporaneamente un condimento e un oggetto apotropaico.

Il significato cambia insieme alla situazione. A Napoli questa cultura ha assunto forme proprie, legate alla città, al mare, al lavoro, alla famiglia e alla sua lunga storia religiosa e popolare

Non oggetti di una vecchia superstizione. Ma tracce di un modo nel quale per generazioni si è cercato di dare un nome alla paura, di interpretare una disgrazia e di trovare qualcuno capace di intervenire quando le spiegazioni disponibili sembravano non bastare.

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Bibliografia essenziale

Ernesto De Martino Sud e magia, Feltrinelli, Milano, 1959.
Ernesto De Martino Il mondo magico. Prolegomeni a una storia del magismo, Einaudi, Torino.
Ernesto De Martino La terra del rimorso. Contributo a una storia religiosa del Sud, Il Saggiatore, Milano.
Martin Rua Napoli esoterica e misteriosa, Newton Compton Editori, Roma.
Giuseppe Pitrè Usi e costumi, credenze e pregiudizi del popolo siciliano, Palermo, 1889-1890.
Giuseppe Cocchiara Storia del folklore in Europa, Boringhieri, Torino.
Giulio Cesare Capaccio Il Forastiero, Napoli, 1634.
Carlo Celano Notizie del bello, dell’antico e del curioso della città di Napoli, Napoli, XVII secolo.
Raffaele Viviani Poesie, per i canti popolari napoletani legati al lavoro del mare e alla tradizione dei pescatori.
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