
La Notte di San Giovanni a Napoli è una delle ricorrenze più affascinanti e misteriose della città. Tra il 23 e il 24 giugno, riti antichi, leggende pagane e tradizioni popolari si mescolavano in un’atmosfera magica fatta di falò, erbe sacre, bagni nel mare e danze ancestrali. Nel cuore del centro storico, intorno alla chiesa di San Giovanni a Mare, si celebrava, fino a pochi decenni fa, un solstizio ricco di simboli, dove sacro e profano convivevano. Seguimi in questo viaggio nella storia millenaria e nella spiritualità nascosta della città.
Tra streghe, sirene, crociati e antiche danze
A pochi passi da Piazza Mercato, si nasconde un luogo dove il tempo sembra essersi piegato per contenere tutte le epoche: la chiesa di San Giovanni a Mare. Sorta in epoca normanna sui resti di un edificio romano, questa chiesa non è solo un monumento di pietra ricco di storia, ma il fulcro di un rito millenario che ogni anno, nella notte tra il 23 e il 24 giugno, fa vibrare le radici più arcaiche della città.
Un tempo, le acque lambivano gli ingressi di San Giovanni a Mare. Era la prima accoglienza per i pellegrini e i reduci dalle crociate, accolti dai Cavalieri Ospedalieri, i monaci guerrieri dell’Ordine di Gerusalemme. A loro si deve anche l’antico ospedale annesso alla chiesa, oggi scomparso. E a loro si deve la presenza, almeno secondo la tradizione, di una reliquia straordinaria: il sangue di San Giovanni Battista, che si sarebbe sciolto miracolosamente proprio in occasione del solstizio d’estate.
Ma il fascino più intenso di questo luogo non è custodito solo tra le sue navate gotiche e romaniche, bensì nell’anima popolare e rituale che si accende ogni anno nella notte che porta al giorno di San Giovanni.
Il solstizio dei popoli
Il 24 giugno, in corrispondenza del solstizio d’estate, Napoli celebra molto più di un santo. In una città orientata verso gli astri fin dalla fondazione greca, i raggi del sole all’alba si allineano perfettamente con i decumani: è un istante simbolico in cui la luce vince sulle tenebre. E mentre il sole prende possesso della scena celeste, sulla terra si compiono gesti antichi, tramandati da secoli.
La notte di San Giovanni è la notte delle janare, le streghe del folclore campano. Si dice che volino sopra le chiese con le loro scope, guidate da Erodiade e Salomè, protagoniste di un sabba notturno sospeso tra Vangelo e mito. Per difendersi dal loro passaggio, si metteva sale davanti all’uscio, o una scopa, affinché le maliarde fossero costrette a contare ogni granello o ogni filo di saggina prima di entrare.
Fuoco e acqua: il battesimo della città
Proprio come Giovanni battezzò Cristo nelle acque del Giordano, anche i napoletani si immergevano nel mare. Il bagno notturno era un rito collettivo, celebrato nudi al chiaro di luna, accompagnati da torce e danze ancestrali come la ’Ntrezzata e la ’Mperticata, in cui i corpi si muovevano in trance al suono di bastoni e tamburi. Questo rito di purificazione collettiva era un retaggio della cultura classica greca e romana, la celebrazione del solstizio d’estate, dedicata ad Apollo ed alla sirena Parthenope, numi protettori di Neapolis ma anche una contaminazione nordica dei nuovi conquistatori di origini celtiche e norrene (Normanni, Svevi, Angioini).
Intorno ai falò, simboli della rigenerazione del sole, si danzava e si aspettava l’alba, sperando di intravedere tra le braci il futuro, oppure di leggerlo nel piombo fuso, versato nell’acqua lustrale e interpretato secondo forme misteriose.
Le erbe magiche della vigilia
In questa notte, ogni elemento naturale si caricava di forza arcana. La rugiada dei prati diventava medicina per i reumatismi, mentre le erbe raccolte a mezzanotte – tra cui ruta, artemisia, menta, salvia, rosmarino e soprattutto l’iperico, l’erba di San Giovanni – erano considerate prodigiose. Venivano appese fuori dalle case per essere benedette dalla rugiada lustrale e conservate tutto l’anno come talismani contro il malocchio e le malattie. Si credeva che le noci acerbe raccolte in questa notte fossero perfette per produrre il nocino, liquore dalle virtù digestive e rituali.
Una leggenda racconta che solo in questa notte fiorisca la felce, pianta normalmente sterile. Chi coglierà il fiore invisibile della felce, otterrà la conoscenza dei misteri, vedrà il passato e il futuro.
Magie d’amore e giochi divinatori
Queste tradizioni furono vietate solo nel XVIIº secolo in quanto ritenute, dai bigotti viceré spagnoli “oscene e pagane”. Per spaventare il popolino, diffusero la voce che chi si fosse aggirato per le strade nella notte del 23 Giugno, sarebbe stato rapito dal corteo infernale al seguito di Erodiade e Salomè. Le due volando su una trave di fuoco nel cielo ripetevano strenuamente “Mamma pecchè l’he ditto! Figlia pecchè l’he fatto!”. Secondo il vangelo di Matteo, Erodiade madre di Salomè, istigò la figlia a chiedere la testa del Battista al re Erode, in cambio di un conturbante ballo.
Le tradizioni non muoiono
Ma la chiesa di San Giovanni e la magica notte di vigilia continuarono ad esercitare il loro fascino sui napoletani anche nei secoli successive e infatti sono tante e tante altre ancora le leggende legate a questo luogo: dal piombo fuso e versato nell’acqua lustrale dalle vergini per divinare il mestiere del futuro marito.
Numerose le pratiche con cui le ragazze tentavano di scoprire l’identità del futuro marito. Le ragazze mettevano tre fave sotto il cuscino: una senza buccia, una con mezza buccia e una intera. La mattina ne estraevano una a caso: se era intera, il marito sarebbe stato ricco; con mezza buccia, benestante; senza buccia, povero.
Oppure osservavano le forme assunte dall’albume di un uovo lasciato tutta la notte sul davanzale, o si guardavano allo specchio a mezzanotte per vedere, accanto al proprio riflesso, quello dell’uomo destinato.
Dalle piantine d’orzo all’oro di Alfonso
Altro rituale che si svolgeva nel complesso era quello di far piantare semi d’orzo in piccole cassette e farli riposare nel buio delle navate della chiesa. Il 24 Giugno, le casette con le piantine, venivano poi vendute dalle stesse ragazze ed il ricavato usato per farsi la dote. Questa usanza era ancora viva in età aragonese perché durante una di queste vendite re Alfonso d’Aragona incontro l’amore: una bellissima ragazza del popolo.
Lucrezia D’Alagno, offri la sua piantina d’orzo al re che, per non farsi riconoscere, si era travestito da mercante. Alfonso, turbato dalle grazie di Lucrezia, gli offrì una borsa piena di monete d’oro. La ragazza apri la scarsella e ne estrasse un’unica moneta (un “alfonsino d’oro”, con sopra impressa l’effige del sovrano) e restituì le restanti. Il re colpito da questo gesto chiese a Lucrezia come mai non avesse approfittato del piccolo tesoro. Lei gli rispose: “Perché io avrò quello vero” facendo intuire al re che aveva capito chi fosse in realtà.
Un’identità che si rinnova
Napoli, come disse Lévi-Strauss, è una città che “conserva per evolvere”: stratifica, mescola, rigenera. La notte di San Giovanni è l’esempio perfetto di continuità rituale, un ponte tra il sacro e il profano, tra Oriente e Occidente, tra la luce del sole e le ombre delle janare.
E anche oggi, tra i vicoli del Pendino e i silenzi della chiesa restaurata di San Giovanni a Mare, qualcosa sopravvive. Forse un canto, una pianta, un sorriso rivolto al cielo. Forse la sensazione che, per una notte almeno, tutto sia possibile.



