Per decenni in città, una figura itinerante dispensava buon auspicio con una formula rituale, una buatta fumante e piccoli amuleti appesi alla giacca. Oggi quella memoria viene spesso confusa con pratiche più antiche, attribuzioni improprie e ricostruzioni commerciali.

La formula di Vincenzo
Uocchie, maluocchie e frutticielli dint’a l’uocchie. A chi ’e votta le pozzano venì ’e pimmice int’a l’ossa!
Aglio, travaglio e fattura
ca nun quaglia.
Corna, bicorna, capa d’aglio, capa d’alice,
questa casa sempre felice!Acqua ’e mare, acqua ’e pesce,
addò tocca aonna e cresce!Ncienzo santo, ncienzo ricco,
’sta casa ricca ricca.
Ncienzo ricco, ncienzo santo,
zetelle maretate e mascule sistimate!Fora lagreme, fora malattia,
’a dint’a chesta casa ’e Dio!
L’incensatore napoletano era una figura popolare conosciuta come Vicienz’o ncienzo. Non si trattava del nome anagrafico di un singolo personaggio. Era un appellativo dato a chi esercitava quel mestiere, per la rima e l’assonanza tra Vicienz e ncienzo, incenso nella pronuncia napoletana. Erano dunque diversi gli uomini che giravano per la città, riconosciuti dalla gente come presenze familiari e tutelari.
Questi mesterianti napoletani giravano per la città con una piccola lattina forata, la buatta, nella quale bruciavano carboni e incenso. Indossavano spesso una giacca a quadretti, dalla quale pendevano piccoli amuleti, e tenevano la buatta in mano mentre recitavano la loro formula.
Tornavano regolarmente nei quartieri, seguendo un itinerario scandito dai giorni della settimana: un giorno all’Avvocata, un altro al Pendino, poi Secondigliano, quindi la Vicaria e altri luoghi della città. La gente li aspettava. Il loro passaggio era considerato benevolo, un augurio di fortuna che si rinnovava nel corso dell’anno.
Gli incensatori continuarono a circolare a Napoli fino agli ultimi anni del Novecento. La loro memoria appartiene dunque a una storia relativamente recente, ancora legata ai ricordi di chi li ha incontrati.
La buatta e il mestiere
La buatta, dal francese boîte, era una piccola lattina, spesso recuperata da contenitori alimentari, con fori e un filo di ferro per poterla trasportare. Al suo interno si mettevano i carboni e l’incenso.
La diffusione di questi recipienti si lega al contesto del dopoguerra, quando le derrate alimentari degli aiuti internazionali arrivarono anche in contenitori di latta attraverso il Piano Marshall. Una volta consumato il contenuto, quei recipienti potevano essere riutilizzati per gli usi quotidiani, compresa la costruzione di incensieri self-made.
È da questa realtà novecentesca che bisogna partire per raccontare la figura, senza retrodatare il mestiere al Settecento o attribuirgli oggetti e procedure appartenenti ad altre tradizioni.
Una pratica scomparsa insieme al suo mondo
Gli incensatori non sono scomparsi del tutto. Ancora oggi se ne incontrano soprattutto nel centro storico, ma la figura che sopravvive appare spesso ridotta a una caricatura: accanto alle buatte pezzotte vengono proposti piccoli kit, con qualche carbone e un po’ d’incenso, venduti per pochi euro. Rimane l’oggetto, mentre si è progressivamente dissolto il mondo che gli conferiva un significato.
La fine di Vincenz’ coincide con la fine di un microcosmo sociale, legato in particolare alla Napoli del dopo terremoto del 1980. Se il dopoguerra fu per la città “la fine dell’innocenza” (cit. La Capria), il sisma spalanco le porte dell’inferno. Molte persone cercarono un lavoro vero, lontano dalle faide camorristiche e dai drammi sociali. Sono gli anni della terza migrazione interna nel Paese che spinse tanti ad abbandonare la terra o le proprie città. Fu una scelta dettata dalla necessità di vivere, senza che questo comportasse necessariamente il disprezzo per il ruolo svolto in una società ancora fortemente superstiziosa, ma inevitabilmente disillusa.
La sua sopravvivenza contemporanea, affidata a imitazioni e oggetti commerciali, conserva alcuni segni esteriori, ma non restituisce il contesto nel quale la pratica aveva preso forma.
Il fascino: una tradizione distinta
Il fascino, o fascinazione, ha una storia documentata in testi ben precedenti alla comparsa dello ‘ncensiatore napoletano. Il termine rimanda al latino fascinum e a una concezione dello sguardo capace di trasmettere negatività o di colpire una persona.
Tra i testi dedicati all’argomento figura il trattato De fascino libri tres di Leonardo Vairo, canonico regolare benedettino, dottore in sacra teologia e vescovo di Pozzuoli dal 1587, pubblicato a Venezia nel 1589. L’opera esamina le diverse forme e cause del fascino, richiamando le opinioni dei filosofi e dei teologi e trattando anche cautele e amuleti.
A questo testo si affianca la Cicalata sul fascino volgarmente detto jettatura di Nicola Valletta, pubblicata a Napoli nel 1787. Valletta, giurista e storico del diritto, affronta il tema con il taglio brillante e insieme riflessivo che rese celebre l’opera.
Questi testi trattano formule, pratiche e conoscenze rituali legate al fascino, comprese le procedure attraverso le quali si riteneva di conferire efficacia agli amuleti. La casistica descritta dagli autori riguarda pratiche differenti da quella dello ‘ncensiatore. Vincenzo non appartiene a questa tradizione e non va presentato come una sua continuazione.
L’olio e il taglio degli occhi
Il rito dell’olio e il cosiddetto taglio degli occhi costituiscono un ulteriore ambito rituale, distinto sia dal fascino trattato nei testi sia dalla formula dell’incensatore
Queste pratiche erano più vicine a tradizioni diffuse nel Beneventano, nel Salernitano e nella provincia di Terra di Lavoro. A Napoli, chi cercava quel tipo di rimedio poteva rivolgersi a persone provenienti da quei territori.
La formula di Vincenzo aveva invece una funzione di buon auspicio: non serviva a individuare o rimuovere il malocchio ma ad allontanarlo. Confondere i due rituali significa sovrapporre pratiche diverse, nate in contesti e con finalità differenti.
Amuleti, conoscenza e feticci commerciali
Nella coscienza esoterica popolare, un manufatto poteva essere preparato e caricato positivamente attraverso conoscenze, regole e formule specifiche. Il suo valore rituale dipendeva dal procedimento e dal sapere di chi lo realizzava, secondo la concezione interna a quella tradizione.
La vendita contemporanea di oggetti scaramantici spesso prescinde da questo sistema. Un amuleto riprodotto in serie e proposto come portafortuna, senza la conoscenza e le pratiche che gli avrebbero conferito valore rituale, diventa un feticcio commerciale.
Le retrodatazioni del folklore
Negli ultimi anni, alcune ricostruzioni hanno attribuito ai Vincenz’o ncienz oggetti e pratiche provenienti da tradizioni differenti, presentandoli come antichi elementi della ritualità napoletana. Lo stesso procedimento si ritrova in alcune narrazioni sul presepe, dove figure recenti vengono talvolta descritte come componenti originarie del presepe settecentesco.
La figura analoga dello Sciò Sciò, per esempio, viene spesso presentata come una presenza antica del presepe napoletano, benché non sia attestata nel presepe storico. Anche l’espressione sciò sciò ciucciuittel viene proposta come napoletano antico, mentre nella lingua tradizionale si usavano babbaleo o cuccivaja.
Il presepe artistico settecentesco, sostenuto da committenze reali, nobiliari ed ecclesiastiche, aveva una storia e un sistema di produzione propri. Accanto a esso esisteva il presepe popolare, con le moschelle, i piccoli pastori e gli archetipi della vita quotidiana. Le due tradizioni si incontravano, ma non erano intercambiabili.
Nel presepe napoletano si può rappresentare la città in tutta la sua varietà, come racconta Edoardo De Crescenzo in Gesù è nato a Napoli. Ma la libertà di aggiungere personaggi alla scena della Natività non autorizza a presentarli come figure storicamente attestate nella tradizione settecentesca.
Lo Sciò Sciò, con il volto da principe De Curtis, l’abito da Felice sciosciammocca e la gobba, richiama piuttosto una caricatura grottesca, simile a un cadavre exquis del gioco surrealista, che a una figura presepiale.




