Oggi vi invidio la vita
Una lapide inutile

È accaduto il 19 settembre scorso, festa di San Gennaro patrono di Napoli. Nonostante la tradizione religiosa si è affievolita, molti napoletani sono ancora diretti in chiesa, contribuendo al traffico intenso su via Marina. La pioggia battente rende la situazione ancora più caotica.
Per evitare di rimanere bloccato, decido di imboccare una stradina laterale, pur non sapendo esattamente dove mi avrebbe condotto. Sembra una scorciatoia, un modo per sfuggire al caos. Guido lentamente sull’asfalto dissestato, cercando di evitare le buche piene d’acqua, quando improvvisamente mi trovo di fronte a un tir che mi costringe a una manovra brusca. Mi rendo conto di aver sbagliato direzione e devo tornare indietro, con la pioggia che continua a battere incessante sui vetri rendendo tutto indistinguibile.
Arrivo ad un anonimo bivio sotto i ponti dell’autostrada e noto una piccola aiuola curata che circonda una lapide che spicca in mezzo al grigiore ed al degrado. Un’immagine inaspettata, che mi colpisce come un pugno nello stomaco. Una bellezza ordinata nel nulla. Rallento cerco di guardare meglio, ma i clacson degli automobilisti dietro di me mi fanno riprendere la marcia. Tuttavia, quella lapide continuava a tormentarmi, come un tarlo che scavata lentamente nella mia testa, impedendomi di concentrarmi su altro.
Tornato a casa, decido di scoprire di più. Mi siedo al pc e ripercorro virtualmente il mio tragitto mattiniero su Google Maps. Dopo qualche errore, finalmente la trovo: la lapide bianca. Ingrandisco l’immagine e, leggo il nome inciso, “TERESA BUONOCORE”, ora ricordo tutto.

Siamo nel 2010, Teresa Buonocore vive a Portici, una cittadina elegante alle porte di Napoli. La sua vita, come quella di molte madri single, è una corsa continua tra mille impegni. Ha quattro figli, due ormai adulti avuti da un precedente matrimonio, e due bambine piccole, di sei e otto anni, nate dall’unione con il suo ex marito, un ingegnere domenicano. Le bambine sono bellissime, con lineamenti esotici che ricordano le radici del padre, e Teresa fa di tutto per garantire loro una vita serena, nonostante le difficoltà economiche.
Infatti, per mantenerle, la donna fa due lavori. Di mattina è segretaria in un caf, mentre il pomeriggio lo trascorre in un’agenzia di viaggi. Le giornate sono lunghe e faticose, ma lei non si lamenta. Sa che sta facendo il possibile per assicurare un futuro alle sue figlie, e questo le dà forza. Una piccola gioia le viene dal fatto che la sua bambina più grande ha stretto amicizia con una compagna di classe, la minore della famiglia Perillo, stimati professionisti del paese. La casa di quella coppia rappresenta per Teresa una sorta di rifugio sicuro: spesso lascia che sua figlia trascorra del tempo lì, sapendo che è in buone mani.
Il signor Perillo, il padre dell’amichetta, lavora da casa, e può controllare le bambine, assicurarsi che mentre giocano facciano i compiti. Per Teresa, è un pensiero che alleggerisce il peso delle sue giornate, sapendo che almeno in quei momenti sua figlia è protetta e al sicuro in un ambiente tranquillo. E così, tra il lavoro incessante, la cura della casa e il pensiero costante del futuro, Teresa si aggrappa a quei piccoli momenti di serenità, senza sapere che la sua fiducia presto sarebbe stata tradita in modo crudele.
Dopo poco tempo la donna si accorge che qualcosa con la figlia non va: la bambina ha sempre paura, bagna il letto, rifiuta le sue carezze. Un giorno si presentano a casa i servizi sociali allertati da una segnalazione anonima. La bambina racconta gli abusi subiti dal signor Perillo. Un orco infame che approfitta di lei sotto la minaccia di ammazzarle la madre. Come una leonessa ferita a difesa dei suoi cuccioli, la donna non ha esitazioni, caccia gli artigli e denuncia l’uomo alle forze dell’ordine. Per non turbare il già precario equilibrio psichico della bambina vittima di abusi decide, nell’attesa che la giustizia faccia il suo corso, di non raccontare niente a nessuno, nemmeno alla sua stessa madre.
Enrico Perillo viene arrestato e condannato a 14 anni di carcere con il marchio infamante di pedofilo. L’orco non ci sta, fa offrire dai suoi legali centocinquantamila euro a Teresa per farla ritirare le accuse. Quando la Buonocore rifiuta, Perillo inizia una campagna diffamatoria: cerca di far passare la donna per una ricattatrice, addirittura insinua che le violenze sulla bambina sarebbero avvenute con il consenso della donna. Nemmeno queste accuse infamanti fermano la determinazione di Teresa. L’uomo resta in carcere.
Ricordo Leonardo Sciascia, la sua opera il giorno della civetta . Quando fa spiegare ad un suo personaggio i meccanismi malavitosi.
“Prima cercano di corromperti, poi ti diffamano e solo alla fine ti ammazzano“.
Finisce proprio così, dal carcere Perillo, con la complicità della moglie, assolda due balordi promettendogli quindicimila euro in cambio della morte della sua accusatrice. Unica condizione posta, l’agguato mortale deve sembrare opera della Camorra, per sviare i sospetti dai mandanti.
Il 20 Settembre 2010 Teresa Buonocore viene barbaramente giustiziata nella sua utilitaria mentre si sta recando a lavoro. La sua vita finisce in quella squallida via dove una lapide la ricorda.
***
Ci sono ritornato in quel posto dove il caso mi aveva condotto esattamente nel giorno del XIV⁰ anniversario dall’assassinio e, visto che non credo nelle coincidenze mi sono chiesto quale fosse il significato recondito. Gli assassini di Teresa Buonocore sono stati puniti. Enrico Perillo marcirà in carcere fino alla fine dei suoi giorni, gli esecutori materiali per quattro lustri. Teresa è diventata un simbolo della lotta per la legalità, il presidente della repubblica gli ha concesso la medaglia d’oro al valore civile postuma, a suo nome sono intitolate premi ed associazione meritorie.
Allora che può volere Teresa?
Non certo la verità…
“La verità è nel fondo di un pozzo: lei guarda in un pozzo e vede il sole o la luna; ma se si butta giù non c’è più né sole né luna, c’è la verità”.
Forse ci invidia la Vita, quella stessa vita che le stata sottratta e non ha potuto dedicare ai suoi affetti, semplicemente per aver fatto il suo dovere di madre.



