Il rapporto tra la Campania e il vino ha radici così profonde da perdersi nel mito.
Dalle leggende di Dioniso all’arte della viticoltura sui terreni vulcanici, questa terra ha custodito nei secoli vitigni unici, tramandando saperi, sapori e tradizioni che ancora oggi arricchiscono ogni calice.
Origini antiche: l’Enotria e la vite primordiale
Già nel XV secolo a.C., le coste della Campania, Basilicata e Calabria erano chiamate Enotria, “terra del vino”.
A Napoli, la coltivazione della vite è documentata fin dal III millennio a.C., grazie al ritrovamento a Materdei di raspi e foglie di vite in tombe della Cultura del Gaudo.
Con l’arrivo dei coloni eubei nell’VIII secolo a.C., la città di Neapolis ereditò due doni sacri agli dèi greci: la vite e l’olivo, simboli di prosperità e civiltà.
Dioniso e Ampelo: il mito che diede vita al vino
La leggenda narra che Dioniso, innamorato del giovane Ampelo, pianse lacrime miste ad ambrosia dopo la sua morte. Quelle lacrime trasformarono il corpo del ragazzo nella prima vite e il suo sangue nel vino.
Un racconto poetico che ancora oggi accompagna la tradizione enologica campana.
Le viti storiche di Napoli
Napoli è tra le poche città al mondo a conservare ancora viti piantate da Greci e Romani.
La coltivazione “a piede franco” su terreni vulcanici ha preservato l’autenticità dei vitigni, evitando ibridazioni e mantenendo una robustezza naturale.
I vitigni campani di origine greca
- Aglianico: dal greco Ellenikon, divenuto Aglianico in età aragonese.
- Falanghina: dal greco, deve il nome alla disposizione “a falange” dei pali nei Campi Flegrei.
Il vino degli imperatori: il Falerno
Il Falerno era il vino più prezioso dell’età Giulio-Claudia, destinato alla tavola degli imperatori romani e celebrato da Plinio, Orazio e Marziale.
La sua zona di produzione corrisponde oggi a Mondragone, Falciano del Massico, Carinola, Sessa Aurunca e Cellole.
Lacryma Christi e le leggende del Vesuvio
Prodotto dalle viti autoctone vesuviane, affonda le radici in terreni lavici.
La leggenda vuole che Cristo, riconoscendo nel Golfo di Napoli il Paradiso perduto, pianse lacrime da cui nacquero questi vigneti.
Il Fiano e l’Asprinio: antenati dello Champagne
Il Fiano, amato da Federico II e Carlo I d’Angiò, era apprezzato per la dolcezza che attirava sciami d’api.
L’Asprinio di Aversa, fresco e frizzante, secondo la leggenda sarebbe stato portato in Francia, diventando uno degli antenati dello Champagne.
Vitigni di epoca aragonese: Biancolella e Catalanesca
Importati nel XV secolo, il Biancolella di Ischia e la Catalanesca di Somma Vesuviana sono legati alla storia d’amore tra re Alfonso V e Lucrezia D’Alagno.
Due vini simbolo di passione e territorio.
La Vigna del Ventaglio di San Leucio
Voluta da Ferdinando IV di Borbone tra la Reggia di Caserta e il Belvedere di San Leucio, era una coltivazione a forma di ventaglio con nove varietà di uva pregiate, tra cui Pallagrello, Procopio e Piedimonte.
Un progetto firmato da Luigi Vanvitelli e celebrato perfino da Alexandre Dumas.
Conclusione: un calice di storia e passione
Dall’Aglianico alla Lacryma Christi, dal Falerno al Fiano, la storia del vino in Campania è un intreccio di miti, re, poeti e contadini.
Ogni vitigno è un testimone del legame profondo tra uomo e terra, e ogni sorso è un viaggio nella cultura millenaria della regione.
Invito alla vita
Come recita un’antica insegna del Cerriglio:
«Magnammo, amice mieje, e po’ vevimmo, nfino ca stace ll’uoglio a la lucerna: chi sa’ si all’auto munno nce vedimmo! Chi sa’ si all’auto munno nc’è taverna!»




