San Gennaro, Napoli, il suo santo

Tra reliquie, processioni, martirio e prodigio del sangue, la storia di San Gennaro segue per secoli il rapporto profondo tra il santo e la città di Napoli.

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San Gennaro e la città

Per i napoletani San Gennaro è il patrono, ma anche una presenza familiare. Gli si parla come a un padre, a un fratello, a uno zio. Gli si chiede una grazia, lo si rimprovera quando tarda, gli si promettono ceri e preghiere. E almeno tre volte l’anno gli occhi della città tornano alle due ampolle custodite nella Cappella del Tesoro.«È sango e nun è acqua», canta Enzo Avitabile in Faccia Gialla. Poche parole che appartengono ormai alla memoria musicale della città e che mettono insieme la materia della reliquia e il rapporto affettivo con il santo.

La storia di Januario

A Pozzuoli, non lontano dalla Solfatara, una piccola chiesa dedicata al santo conserva un rudere di un altare del VI secolo che per molto tempo è stato identificato con la pietra sulla quale Gennaro avrebbe appoggiato la testa prima della decapitazione. La tradizione è stata poi ridimensionata dagli studi: nelle fonti antiche non esiste una testimonianza dell’uso di un ceppo per la decapitazione e il rito romano prevedeva che il condannato si inginocchiasse mentre il carnefice, alle sue spalle, vibrava il colpo.

Del santo sappiamo relativamente poco. Il suo martirio durante la persecuzione del 305 è ricordato dal Martirologio Geronimiano e da quello di Cartagine, entrambi del V secolo, mentre una lettera del prete Uranio del 432 racconta che Gennaro e Martino apparvero a san Paolino di Nola sul letto di morte.

Sappiamo che fu vescovo di Benevento. E sappiamo il suo gentilizio: Ianuarius, appartenente alla gens Ianuaria. Non era il nome personale del santo, che non ci è stato tramandato, ma il nome della famiglia. La parola deriva da Ianus, Giano, l’antica divinità romana dalle due facce, e significa «consacrato a Giano». È un dettaglio che riporta Gennaro dentro la società romana della Campania, prima ancora che la sua memoria venisse trasformata dalla tradizione cristiana.

Gli atti bolognesi

Gli Atti Bolognesi, risalenti al VI-VII secolo, raccontano la vicenda di Gennaro, Festo e Desiderio e del diacono Sossio, conosciuto a Miseno. Quando il giudice Dragonio seppe che i cristiani si riunivano per le funzioni religiose, ordinò il loro arresto.

Gennaro e i suoi compagni decisero di andare a confortare Sossio in carcere, pur sapendo a quali conseguenze andavano incontro. Furono arrestati e condannati a morte perché si rifiutavano di sacrificare agli dèi.

Secondo la tradizione furono destinati ad bestias, alle belve dell’anfiteatro puteolano. L’Anfiteatro Flavio conserva ancora nei sotterranei gli ambienti attraverso i quali gli animali venivano condotti nell’arena. La tradizione cristiana racconta che le belve si sarebbero ammansite davanti ai condannati.

La Passio aggiunge poi la fornace. Gennaro sarebbe stato rinchiuso nel fuoco e ne sarebbe uscito illeso. È l’episodio che Jusepe de Ribera dipinse nel 1646 per la Cappella del Tesoro, San Gennaro esce illeso dalla fornace.

La condanna venne infine eseguita presso la Solfatara il 19 settembre del 305.

La pia tradizione

Una leggenda racconta che insieme alla testa venne reciso anche un dito del santo. Gennaro lo avrebbe portato alla gola nel momento della decapitazione e il colpo della spada lo avrebbe reciso insieme alla testa. Il dito sarebbe stato poi ritrovato e conservato come reliquia.

Secondo la tradizione, Eusebia, nutrice del santo, raccolse il sangue del martire in due ampolle. Gli Atti Bolognesi, però, non ne fanno menzione. La raccolta del sangue dei martiri era una pratica diffusa nelle prime comunità cristiane, che conservavano in piccoli recipienti una parte del sangue versato durante il martirio. Nel caso di Gennaro, dunque, la tradizione delle ampolle è successiva alla più antica testimonianza del martirio, ma si inserisce in una pratica devozionale già attestata nei primi secoli del cristianesimo.

I corpi dei martiri furono sottratti nottetempo dai cristiani e divisi. A Gennaro toccò ai napoletani, che lo seppellirono nell’area di Fuorigrotta, nell’antico agro Marciano.

Finalmente a Napoli

Nel 431 le reliquie furono trasferite nelle catacombe di Capodimonte. Il complesso sotterraneo avrebbe preso proprio da allora il nome di San Gennaro. Affreschi, iscrizioni, mosaici e sepolture mostrano quanto il culto fosse già radicato nel V secolo. Molti cristiani volevano essere sepolti accanto al martire e facevano ornare le proprie tombe con immagini del santo.

La critica storica contemporanea distingue però diversi gruppi di martiri campani riuniti dalla tradizione in un’unica vicenda: Gennaro, Festo e Desiderio a Benevento; Sossio a Miseno; Proclo, Eutichete e Acuzio a Pozzuoli. La costruzione della Passio avrebbe poi riunito le loro storie.

Il culto di Gennaro assunse una nuova dimensione nel 472.

Il 5 novembre di quell’anno una violenta eruzione del Vesuvio spinse molti napoletani verso il sepolcro del santo. Fino ad allora il principale patrono della città era stato sant’Agrippino. Dopo quell’episodio Gennaro cominciò ad assumere il ruolo che ancora oggi gli appartiene.

Nel 512 il Vesuvio tornò a eruttare. Il vescovo Stefano I promosse le preghiere e fece costruire una chiesa dedicata a Gennaro accanto alla basilica di Santa Restituta. La chiesa sarebbe poi confluita nel complesso sul quale venne costruito il Duomo.

Il cranio e le ampolle furono così conservati a Napoli anche quando le altre reliquie presero una strada diversa.

Le ossa trafuggate

Nell’831 il duca longobardo Sicone, durante l’assedio della città, penetrò nelle catacombe attraverso uno scavo e portò via le ossa del santo, trasferendole a Benevento. Le reliquie rimasero a Napoli divise dal capo e dalle ampolle.

Nel 1156 le ossa furono trasferite a Montevergine. Vi rimasero per più di tre secoli. Nel 1480, durante uno scavo sotto l’altare maggiore del santuario, vennero ritrovate antiche urne di marmo. Ognuna era identificata da una lamina di piombo con il nome del santo al quale appartenevano le reliquie. C’era anche quella di Gennaro.

Dopo lunghe trattative con i monaci di Montevergine, le ossa tornarono a Napoli il 13 gennaio 1492. Furono riunite al capo e alle ampolle.

A quel punto la città aveva nuovamente il proprio santo intero.

Il rapporto con Napoli si sarebbe rafforzato ancora nel 1527, quando la città, colpita dalla peste e dalle calamità, fece voto a San Gennaro. Da quella promessa nacquero la Cappella del Tesoro e la Deputazione, istituzione laica incaricata della custodia delle reliquie e del patrimonio del santo.

La Cappella venne inaugurata nel 1646. È qui che si incontrano la storia del culto e quella dell’arte napoletana. Ribera, Domenichino e altri grandi pittori furono chiamati a raccontare sulla tela gli episodi della vita e dei miracoli del patrono.

Il Tesoro crebbe intanto attraverso le donazioni di sovrani, nobili e cittadini. Il busto reliquiario del santo, realizzato nel 1305 dagli orafi di Carlo II d’Angiò, è uno dei pezzi più antichi e importanti della raccolta. Nei secoli successivi si aggiunsero croci, calici, ostensori, reliquiari e gioielli, molti realizzati nelle botteghe del Borgo degli Orefici.

Gennaro fuori dalla cattedrale

Nei decumani, una tradizione individua la sua casa nella cosiddetta domus Ianuaria. Poco distante, San Gennaro all’Olmo è legata alla storia delle antiche diaconie e all’assistenza ai poveri. A Capodimonte, San Gennaro dei Poveri conserva un’altra traccia della lunga storia assistenziale della città.

A Porta Capuana il santo compare in un’edicola votiva. Sul Ponte della Maddalena una sua statua settecentesca guarda verso il Vesuvio con il braccio sollevato. La tradizione vuole che quella posizione ricordi l’eruzione del 1767 e l’arresto della lava.Sono luoghi diversi e raccontano episodi diversi. Messi insieme, mostrano quanto profondamente il culto sia entrato nella geografia di Napoli.

Il sangue, intanto, continua ad aspettare nella teca.La prima testimonianza documentaria della liquefazione risale al 1389. Nel tempo il rito si è legato soprattutto a tre momenti dell’anno: il sabato precedente la prima domenica di maggio, il 19 settembre e il 16 dicembre.

la processione di Maggio

A maggio il busto e le ampolle escono dal Duomo e percorrono il centro storico fino alla Basilica di Santa Chiara, dove si celebra il prodigio legato alla memoria della traslazione delle reliquie. La processione è accompagnata dai busti d’argento degli altri 51 santi compatroni della città.

È una scena che appartiene alla città quanto la Cappella del Tesoro: il santo attraversa le strade, passa davanti alle botteghe e ai palazzi dei decumani, arriva a Santa Chiara e lì la folla attende il sangue.

Se si scioglie, Napoli esulta. Se tarda, cominciano le preoccupazioni, i pronostici e le interpretazioni. Ma il presunto rapporto con il lotto è una fantasia per turisti, un artificio letterario nato dalla penna di Dumas nel corridoio. Con Gennaro non esiste alcun rapporto storico con il lotto, al di là della scenetta furba di Troisi. Altri santi, certamente, sono stati associati ai numeri, come san Pantaleone; non San Gennaro.

La devozione napoletana è passata anche attraverso queste voci, ma il legame con il santo è molto più profondo di qualsiasi superstizione.

La scienza davanti alle ampolle

Sul sangue di San Gennaro esiste una lunga storia di analisi. Il 25 settembre 1902 Gennaro Sperindeo e il chimico Raffaele Januario eseguirono un’analisi spettroscopica che rilevò lo spettro dell’ossiemoglobina. Nel 1989 Pierluigi Baima Bollone ripeté l’esame con una nuova analisi spettroscopica, ottenendo un risultato compatibile con la presenza di emoglobina. Nel 2010 il biologo Giuseppe Geraci, dell’Università Federico II di Napoli, condusse una nuova serie di osservazioni sulla reliquia: non rilevò variazioni di peso associate ai cambiamenti di stato e concluse che non esisteva un dato scientifico univoco capace di spiegare perché il contenuto delle ampolle passi dallo stato solido a quello liquido e viceversa.

È sango e nun è acqua

È qui che entra in gioco l’esperimento di Luigi Garlaschelli e del CICAP. Nel 1991 Garlaschelli propose sulla rivista Nature un’ipotesi tissotropica e realizzò una miscela capace di comportarsi in modo simile a una sostanza che cambia consistenza quando viene sottoposta a sollecitazioni. L’esperimento dimostrava la possibilità di ottenere artificialmente un comportamento analogo; non dimostrava però che quella fosse la sostanza contenuta nelle ampolle di San Gennaro. Geraci contestò proprio questo passaggio: il problema era che l’ipotesi tissotropica non teneva conto dei dati spettroscopici relativi alla presenza di sangue. Anche Guido Trombetti, nel convegno scientifico del 2010 all’Accademia Nazionale di Scienze Fisiche e Matematiche, osservò che nella teca vi era sangue umano e che gli esperimenti disponibili non spiegavano perché il contenuto si liquefacesse proprio in determinate circostanze.

La pagina di UCCR che ricostruisce questa vicenda raccoglie le analisi del 1902, 1989 e 2010 e la discussione sulla tissotropia, riportando anche la bibliografia scientifica utilizzata.

Il sangue di San Gennaro e la scienza, UCCR

focus san gennaro,ampolle su foglio ruvido avorio e veduta del vesuvio

La valutazione conciliare, un mito da sfatare

Nel 1971 San Gennaro non fu oggetto di una valutazione negativa da parte della Chiesa e non venne “declassato”. La riforma del calendario liturgico, avviata dal Concilio Vaticano II, stabilì che il calendario romano generale riservasse le celebrazioni ai santi di «importanza veramente universale», lasciando alle Chiese particolari le altre memorie. Si trattò di una riorganizzazione dell’anno liturgico, non di una graduatoria della santità.

Resta però la domanda su cosa significhi davvero “universale” per un culto che da quasi duemila anni appartiene alla storia religiosa e civile di Napoli e che, attraverso le comunità napoletane, si è diffuso nel mondo. Il culto di San Gennaro è documentato fin dall’antichità cristiana e ha attraversato guerre, pestilenze, eruzioni e profonde trasformazioni sociali. Ancora oggi il santo viene celebrato a New York, Boston, San Paolo del Brasile e in altre città.

La modifica del calendario non cancellò questa storia. San Gennaro rimase nel calendario proprio della Chiesa napoletana, legato al patronato, alle reliquie e a una devozione tuttora viva. Anche i pontefici hanno continuato a rendere omaggio al santo: Giovanni Paolo II nel 1990 e Benedetto XVI nel 2007 pregarono davanti alle sue reliquie, senza che in quelle occasioni il sangue si liquefacesse.

San Gennà, futtetenne!

A Napoli quella decisione fu accompagnata da una reazione rimasta nella memoria popolare. Sulla porta del Duomo comparve, secondo una tradizione ripresa da diverse fonti, la scritta anonima: «San Gennà, futtetenne!». Una frase breve, ironica, che registrava a modo suo la distanza tra una modifica del calendario romano e il rapporto quotidiano della città con il proprio patrono.

Perché San Gennaro è il vescovo e il martire, il santo delle reliquie e del Tesoro più ricco del modo. È anche quello al quale si parla senza formalità, quello che deve fare il miracolo quando Napoli glielo chiede.

E i napoletani lo amano perché lo sentono visceralmente loro, anche oltre la fede stessa. Il prodigio del sangue è una parte di questo legame, ma non lo esaurisce. È il santo della città, della sua memoria, delle sue paure e delle sue speranze.

Anche per questo è sangue e nun è acqua.

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Bibliografia

  • Alfredo Cattabiani, Santi d’Italia, BUR, Milano, 2004.
  • Jean-Noël Schifano, Napoli, Gallimard, Parigi, 1981.
  • Giovanni Battista Chiarini, Notizie storiche del Duomo di Napoli, Napoli, 1864.
  • Bartolomeo Capasso, Napoli greco-romana, Napoli, 1905.
  • Giovanni Celano, Notizie del bello, dell’antico e del curioso della città di Napoli, Napoli, 1692
  • Francesco Paolo de Ceglia, Il segreto di San Gennaro. Storia naturale di un miracolo napoletano, Einaudi, Torino, 2016
  • Aldo Caserta, Gastone Lambertini, Storia e scienza di fronte al miracolo di S. Gennaro, M. D’Auria, Napoli, 1972.

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