Storia e significato di un modo di dire napoletano
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C’è un detto, a Napoli, che sembra leggero ma porta dentro una piccola verità amara, di quelle che si imparano sulla pelle:
“Rafaniè, fatt’ accattà ’a chi nun te sape.”
Per capirlo bisogna tornare indietro, quando la città non era ancora città, ma una costellazione di villaggi separati da salite, campi e strade polverose.
Ogni settimana, puntuale come una messa, un vecchio mercante partiva dal villaggio di Secondigliano con il suo carro carico di stoviglie e sapone. Era merce povera, ma necessaria: piatti, catini, pezze, odore di lisciva e fatica. Attraversava la campagna e si dirigeva verso un piccolo borgo, San Giovanniello, dove lo aspettavano donne, contadini e bottegai.
Per anni aveva fatto quel tragitto con lo stesso animale, un asino fedele che conosceva ogni pietra della strada. Ma il tempo, che consuma tutto, aveva piegato anche lui. Le gambe non reggevano più come prima, soprattutto lungo la salita di Capodichino, quella lama di terra che si alzava dura verso il colle.
Non era una salita qualsiasi. Era un passaggio obbligato, antico, già noto come caput de clivio, la testa della salita. Un punto in cui uomini e bestie si misuravano con la pendenza e con il fiato corto.
Fu allora che il mercante prese una decisione: comprò un asino giovane.
Era diverso dagli altri. Tarchiato, robusto, con un ciuffo ribelle in mezzo alla testa, quasi ridicolo a guardarlo. Aveva l’aria di chi può lavorare senza lamentarsi. E proprio per quella sua forma un po’ buffa e compatta, l’uomo lo chiamò Rafaniello, come un ravanello: piccolo, tozzo, ma duro.
Il vecchio pensava di aver fatto un affare.
A Capodichino, dove la terra si impenna e il carro sembra tirarti indietro come una mano invisibile, c’era un’usanza precisa: si affittavano asini addestrati. Bestie esperte, abituate a trainare il peso fino in cima o a frenarlo nella discesa verso San Giovanniello. Era un mestiere, una necessità.
Il servizio costava otto monete di rame con l’effige di un “cavallo”, “otto calli”, come si diceva allora. E da quel prezzo, da quel gesto ripetuto per secoli, è rimasto anche il nome della piazza: Piazza Ottocalli. Una traccia viva di una continuità che attraversa almeno cinque secoli.
Il mercante, però, quella volta decise di risparmiare.
Guardò il suo Rafaniello, giovane e forte, e pensò che non ci fosse bisogno di spendere altri soldi. L’asino nuovo ce l’aveva. Bastava quello.
E così affrontò la salita senza chiedere aiuto.
Rafanié… fatt’ accattà ’a chi nun te sape! – Illustrazione di Antonio Nacarlo – Riproduzione riservata
L’animale arrancava, perché non era ancora abituato al basto. E quando il cielo cominciò a farsi scuro e la notte a scendere in fretta, il vecchio capì che non avrebbe mai raggiunto il villaggio.
Si fermò in una piccola radura, poco fuori dalla strada.
«Rafanié, riposati… che domani starai più fresco. Io mi faccio due ore di sonno nel carro. Mi raccomando, se qualcuno si avvicina per rubare… tu raglia. Raglia forte!»
Così dicendo, si sistemò tra le casse e le stoviglie, si tirò addosso un panno e si addormentò.
Poco distante, quasi nascosto tra gli alberi, c’era un campo di gitani.
Due di loro avevano già adocchiato il giovane asino.
Era notte piena, limpida, con una luna grande che illuminava ogni cosa come fosse giorno. Una luce perfetta per chi sapeva muoversi nell’ombra.
Decisero di agire.
Il piano era semplice, collaudato. Il più forte avrebbe sostenuto il carro e il peso del basto, mentre l’altro, più magro e veloce, avrebbe sciolto i finimenti e portato via l’asino, sparendo verso l’accampamento prima che qualcuno potesse reagire.
Si avvicinarono senza fare rumore.
Il più robusto si infilò sotto il carro e lo sollevò con uno sforzo secco, trattenendo il respiro. L’altro, rapido come un ladro di vento, sciolse le corde e liberò Rafaniello.
Ma appena si sentì libero, il giovane asino cominciò a ragliare forte, disperato, scalciando nell’aria come impazzito.
Il vecchio si svegliò di colpo.
Saltò giù dal carro, afferrando un lungo coltello.
Ma ormai era tardi.
Il gitano più veloce era già lontano, inghiottito dalla luce della luna, con l’asino trascinato via nella notte.
Sotto il carro, però, l’altro era rimasto.
Ancora piegato, ancora incastrato nel peso che aveva sollevato.
Il vecchio lo vide.
Alzò il coltello, pronto a colpire.
Ma lo zingaro fu più lesto.
Lasciò il carro e si gettò in ginocchio, giungendo le mani come in preghiera. Cominciò a parlare, a invocare, a mandare benedizioni alla Madonna, con una voce tremante e veloce, come un fiume che non si può fermare.
Il vecchio rimase un attimo sospeso, confuso da quelle parole.
E l’uomo continuò.
Illustrazione di Antonio Nacarlo – Riproduzione riservata
«Che tu, mio padrone, sia beneditto pe’ sempe! Che la tua cjorta aonni come aonna lu mare»
Il furbo zingaro continuò mentre il vecchio rimaneva basito riuscendo solo a dire:
«Rafaniello…»
Il gitano ne approfittò per continuare il suo raggiro.
«Ommo fui già, ma scustumato e giocatore… La mia mamma piangeva e non sapeva che fare per farmi cambiare vita. Allora me jastemmò dicendo:
“Addiventa ciuccio e ciuccio rimarrai finché, alla luce della luna chiena, nu buono vecchio avrà pietà di te e ti benedirà lasciandoti andare!”»
Il vecchio lo guardava senza capire fino in fondo, ma quelle parole, quella preghiera, quella storia che sembrava uscita da un destino più grande di lui, lo disarmarono.
Era un uomo buono.
E i buoni, a volte, credono più facilmente.
Fece un segno di croce tremante, mormorò una benedizione e gli fece cenno di andare.
Lo zingaro si alzò piano, continuando a ringraziarlo, arretrando di qualche passo, senza mai voltargli le spalle.
«Grazie, padrone buono… grazie… che Dio ve ne renda merito…»
Poi, quando fu abbastanza lontano, si voltò e sparì nell’ombra del bosco.
La sua voce arrivò ancora, più lontana, quasi un’eco tra gli alberi:
«Ditelo a tutt’, buon vecchio… ’e jastemme ’e mamma coglieno sempe!»
La notte passò lenta, come passano le notti dopo uno spavento.
All’alba il vecchio rimise in ordine quel poco che gli era rimasto, sistemò il carro e tornò verso il paese. Durante il cammino, e poi nei giorni che seguirono, raccontò a tutti quello che gli era accaduto: dell’asino diventato uomo, della maledizione della madre, della luna piena e della benedizione che aveva spezzato l’incanto.
Qualcuno rise, qualcuno fece il segno della croce, qualcuno tacque.
Ma il vecchio, dentro, ci credeva davvero.
I giorni passarono e arrivò di nuovo il tempo del mercato.
Senza animale, non poteva lavorare. E senza lavoro, non si vive.
Così andò al mercato delle bestie, tra il rumore, la polvere e le voci che si accavallavano. Gli asini erano legati uno accanto all’altro, ognuno con la sua storia addosso.
E fu lì che lo vide.
Il povero Rafaniello lo riconobbe subito.
Cominciò a ragliare forte, disperato, tirando la corda, scalciando, cercando di avvicinarsi. C’era in quel richiamo qualcosa di umano, quasi una supplica.
Voleva tornare dal suo padrone.
Il vecchio si fermò.
Lo guardò.
Lo riconobbe.
Ma nella sua mente, ormai, la storia era diventata verità.
«È caduto di nuovo nel vizio…» pensò. «È tornato asino…»
Scosse lentamente la testa.
«Non posso ogni volta ricomprarmi un animale…»
Gli passò accanto.
Si fermò un attimo, allungò la mano e gli accarezzò la cavezza, con un gesto pieno di dispiacere.
E sottovoce, quasi per giustificarsi, disse:
«Rafanié… fatt’ accattà ’a chi nun te sape…»
Questo detto si usa ancora oggi per indicare chi cerca di apparire diverso da ciò che è.
Chi prova a vendersi come nuovo, brillante, cambiato.
Ma davanti a chi conosce la sua storia, i suoi errori, le sue debolezze, non può riuscirci.
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