Racconto natalizio napoletano

In una gelida nottata d’inverno, un uomo abbigliato alla maniera moresca, cammina svelto per il Vicolo Scannagiudei . Un bambino lo segue. Piccolo, palliduccio, indossa sulla pelle nuda due camicie troppo grandi per la sua età e un paio di brache alla zuava.
«Monzù, usatemi la cortesia, potete ripetermi un’altra volta addò stamm’ ienno?»
Il bambino ha una voce fine, baritonale, poco consona alla sua figura esile…
L’uomo, senza rallentare il passo, risponde di malagrazia:
«N’ata vota piccerì?! Te lo sto dicendo da tempo… dobbiamo andare a prendere alla tua “signora madre” e vedere se ci possiamo arritirare».
Il bambino adesso tace ma non è soddisfatto della risposta. “forse è meglio ca me sto zitt” pensa mentre corre, inciampa e si rialza in pochi metri.
La stella del mattino è comparsa nella porzione di cielo compressa tra i tetti alti dei palazzi, un vento gelido sferza le facce della strana coppia che avanza ed è già giunta nei pressi della Giudecca Vecchia. Alla biforcazione di Forcella l’uomo si ferma, si gratta i folti capelli neri guardando prima a destra e poi a sinistra… non sa come proseguire.
«Ne’ bell’ommo, addò a purtate a st’anema e ddio int’a nuttata? Venite cà vicino a nuje, scarfammece nu’ pucurillo!»
A parlare sono due strane donne ferme vicino ad un braciere all’angolo dalla cantonata.
L’uomo le guarda accorgendosi di loro solo in quel momento. Una è stranamente alta e troppo truccata per essere una ragazza anche se porta un mantello giallo, l’altra è bassina e formosa, di una bellezza aggressiva. È notte e quelle non sono strade tranquille nemmeno in pieno sole, sarà più prudente starne alla larga…
«Grazie signorine — l’uomo calca la “S” volendo accentuarne il paradosso — abbiamo strada da fare e dobbiamo proseguire…» Quindi s’inchina cerimonioso.
Ma il suo piccolo accompagnatore non è affatto d’accordo:
«Monzù ma io sento freddo, un poco di calore me lo vorrei pigliare! »
L’uomo ha lo sguardo severo ma cede all’insistenza del ragazzino. La donna alta è quasi euforica, felice di quel diversivo inaspettato:
«Vien’a cca core e mamma, pigliete nu poco e calore — così dicendo offre una fiaschetta che estrae dall’imbottitura che serve per simulare un seno prosperoso — bivete pure nu surzo ‘e vino russo ca te fa sanghe»
Il bambino accetta l’offerta del vino e la carezza che il femminello gli fa sulla testa.
«Grazie mille bella signora, avreste anche un po’ di pane da darmi? Stiamo comminando da tre ore e mi sento moscio moscio».
Monzù sente i nervi contrarsi per la rabbia e fa per alzare le mani e colpire il bambino con uno scappellotto ma viene interrotto dalla voce della donna formosa:
«Guè e che maniera è questa! ‘O criature ve cerca pane e vuje ‘o vulite vattere? — La donna estrae una pagnotta dal tascapane appoggiato al muro — fanne salute piccerì e crisce santo».
Il bambino mangia con appetito poi, con la bocca piena di molliche chiede:
«Grazie signore! Posso chiedervi come vi chiammate? »
«Qua grazie nennì, quelle le fa la Madonna…. — La donna formosa accompagna le parole indicando il cielo. — Comunque io mi chiamo Tolla e la mia amica Prezzetella per servirti!»
Tolla scimmiotta una damina facendo la riverenza, il bambino ride di gusto, sazio e dissetato:
«Grazie Tolla, grazie Prezzetella, ora io e Monzù dobbiamo andare a pigliare ‘a mamma mia…»
Tolla accarezza ancora il dolce fanciullo poi si sfila lo scialle e glielo pone sulle piccole spalle infreddolite:
«Piccerì scarfate nu poco cu sta mantellina, poi c’è la regali a mamma toja»
Un losco figuro con cappellaccio da bravo, spadino e coltellaccio ha osservato tutta la scena. Ora si avvicina al gruppo:
«Nè vajasse che stamm facenn ‘o ntrattien pe’ piccerill? — Si avvicina minaccioso a Prezzetella che lo guarda tremante — E’ tu, masculo sbagliato, vide ‘e guaragnà chell’ ca me mprumess ‘o si no…»
L’uomo mima il gesto del coltello sulla gola della donna.
«Sinnò che faje malacarne?»
Di soppiatto, un nerboruto frate armato di un nodoso bastone emerge dall’ oscurità, afferra il bravo per l’orecchio ingioiellato, sollevandolo quasi di peso.
«Zì prè è lassatem sta ‘a grecchia!»
Il “ricottaro” cerca di divincolarsi ma un sonoro ceffone del prete lo riduce a più miti consigli. Riuscito però a divincolarsi dalla presa il malacarne si dà alla fuga.
Monzù assiste alla scena non riuscendo a nascondere un certo astio nello sguardo, il piccolo invece sembra estasiato dal coraggio del corpulento monaco…
Le donne s’inginocchiano a baciare le mani del frate:
«Grazie zì prè, ‘o Signore v’ ho rimette ncopp ‘a salute! — Prezzetella indica la strada appena presa dal fuggitivo. — Chillù Giacchino fosse stato capace e m’accider pè sei soldi fetenti! »
Il frate dolcemente le scansa aiutandole a rialzarsi poi prende la scarsella e la ribalta, ne escono poche monete di rame. Lo stesso equamente le divide tra le donne dicendo:
«Mò ve putite arritirá e cercate di cambiare “mestiere!” — Il prete col grande indice le ammonisce quindi si gira attratto dalle figure di Monzù e del bambino. — E voi che fate lì impalato! Cosa cercate per queste strade di perdizione con un bambino al seguito?»
L’uomo fa per rispondere ma il bambino lo precede:
«Zì pré lui sta accompagnandomi dalla mamma mia e ci siamo un po’ sperduti… — Il piccolo si avvicina al religioso e gli prende una mano tra le sue piccole manine in un gesto di affetto spontaneo. — Voi comm ve chiammate padre? »
Sul volto severo del monaco si allarga un ampio sorriso:
«Gregorio Maria Rocco piccerì, e tu come ti chiami?»
Alla domanda il bambino risponde con un altra domanda:
«Ci siamo sperzi io e Monzù.— Indica il suo accompagnatore che mastica feroce una sciuscella. — Voi ci potete indicare la strada?»
È molto tardi e padre Rocco è in piedi a fare beneficenza e a girare per i vicoli dalla mattina prima ma non esita nemmeno un istante:
«Se mi dici dove devi andare ti ci accompagno. — Adesso guarda Monzù. — Dove siete diretti?»
L’uomo abbigliato alla moresca appare letteralmente spiazzato dalla proposta e cerca di scoraggiare il monaco:
«Nella via della Nunziata, dove sta il convento, ma è tardi e la strada è molto buia… non voglio incomodarvi o’ ccellenza, se solo me dicite dove girare il resto della via me l’allicordo.»
«”Ubi tenebrae lucem feremus.”— Il prete cita maccheronicamente un versetto che ricorda di aver letto da qualche parte in gioventù. — Venite con me e non abbiate paura, io qua sono di casa… E poi sono quattro passi in discesa.»
Il terzetto procede ora tra un nugolo di vicoli antichi rasente ai muri. Un tempo, in questo luogo sorgevano le meravigliose terme e il ginnasio romano, le strutture sopravvissute all’affronto dei secoli si sono trasformate però in edifici in rovina abitate da miserabili. Nemmeno la luce della flebile luna riesce ad illuminare il selciato e si cammina nell’ oscurità più totale. All’improvviso una mano spunta tra delle vecchie cancellate afferrando il monaco per un braccio.
«Pane o carità pe’ nu povero carcerato. — La voce tremante di un vecchio sembra provenire direttamente dall’inferno. — Nun priate pe’ l’anema ‘e sta crapa ca tra poco l’appiccano ‘a la forca!»
Il monaco non è sorpreso dell’accaduto, sono infatti arrivati alle carceri vecchie della Vicaria, e nelle celle di pianterreno sono ospitati i condannati a morte.
«Pane e una benedizione figliù mio…. E preghiere per la tua anima immortale.»
Padre Rocco sfila un tozzo di pane dalla larga manica del saio domenicano e lo porge al vecchio passandolo tra le sbarre.
«V’aggiù ditto nisciuna benerezione pe’ me! — L’uomo è tutt’altro che remissivo. — Nun c’è sta nisciunu ddio ca me po’ perdunà… »
Un guardia spunta dall’oscurità puntando l’alabarda. Un altro lo segue da presso con una puzzolente torcia infuocata.
«Altolà! Fatevi riconoscere!»
Gli occhi levantini di Monzù brillano di una strana luce mentre il frate s’impone con tutta la sua presenza.
«Sono un prete che assiste un condannato a morte e questi due pellegrini… »
«Non sono pellegrini songh jucature…»
Il vecchio carcerato pronunciata questa frase e poi inizia a ridere come un folle interrompendo il monaco.
L’armigero con l’alabarda riprende la parola:
«Chiunque voi siate dovete allontanarvi, è proibito sostare sotto ‘a li cancelle! »
Mentre il vecchio prigioniero non smette di ridere e ripetere “jucature, jucature” il piccolo si avvicina all’armato:
«Perchè lo ‘mpennite superiò? Che male ha fatto chistù vicchiariello… »
Il soldato con la torcia fa per allontanare il gruppo in malo modo ma il suo compagno d’armi lo ferma, ha deciso di rispondere a quel bambino dagli occhi azzurri che gli ricorda tanto suo figlio che lo aspetta nella Capitanata.
« “Chistù vicchiariello” come lo chiami tu guagnò, ha scannato a la mogliera e alla figghia. Nun contento ancora l’ha tagliato li mane e pure lì piede. — Guardando poi il piccolo commuoversi fino alle lacrime gli mette una mano sulla spalla. — Nun chiangere pe’ st’anema nera, a primma luce vedarrà lo cappio».
Il soldato fa il gesto del l’impiccato dondolando la mano con le dita chiuse all’ ingiù.
«Ha pure arrefiutato lì Sacramenti sta’ bestia!»
Monzù non trattiene un ghigno di soddisfazione ed una fregata di mani. Mentre il canto degli uccelli annuncia l’avvento prossimo del mattino il levantino esclama:
«Jamm piccerì ca la tua signora madre ti aspetta e l’alba è quasi schiarata… — Poi verso il monaco. — ‘O ccellenza voi restate pure col condannato, chisà forse cambia idea… Da qua in poi la strada me l’allicordo bona»
Senza aspettare risposta i due riprendono il cammino verso il complesso dell’Annunziata. Il bambino trascina i piedi, una lacrima gli scende lungo il volto. Monzù da canto suo si sente sveglio, rinvigorito, carico di adrenalina, saltella agitando le braccia al cielo in segno di vittoria:
«Me lo sentivo scendere che questa volta avresti perso. — Ride sardonico insensibile agli occhi rossi del bambino. — Anzi, dovrei dire che questa volta avrei vinto! »
Il bambino lo guarda placido, un sorriso gli addolcisce gli angoli della bocca:
«L’alba non è ancora schiarata Monzù… »
«Non ci credo, non ci credo! — Il levantino continua a saltellare come un folle. — Quest’ anno non nascerà nessun bambino nella grotta a Betlemme, non ci sarà nessun “Salvatore” per questi fetenti! »
Superato l’ultimo incrocio i due si trovano difronte all’imponente portone del più grande orfanotrofio del regno. Una tamburo di legno cavo, posto al fianco dell’ingresso, permette di depositarvi i “frutti del peccato” praticamente ad ogni ora. Un cartiglio scolpito avverte:
“O padre e madre che qui ne gettate (bambini), alle vostre limosine siamo raccomandati“.
Il portone si apre lasciando uscire una donna ammantata d’azzurro, prima che lo stesso si richiuda la donna guarda con soddisfazione verso l’interno.
«Non ne manca nessuno dei figli miei, li ho baciati uno per uno prima di uscire.— Guarda verso il basso le sue scarpette consumate. — Dovrò farmi fare un altro paio nuovo, pazienza»
Il bambino vede la madre e gli corre incontro:
«Mammà,mammà.» Il piccolo si stringe contro il suo petto nascondendo le lacrime. La madre lo accarezza asciugandogli il volto:
«Pecchè chiage figlju mì?
Monzù è più veloce a rispondere:
«Questa volta a scummessa la perza ‘onna Maria! ‘O figlio vuoste tene troppa fiducia pe’ chesta fetente d’ummanità.»
L’uomo non finisce nemmeno di parlare che una nuvola di zolfo lo avvolge. Tra il puzzo del fumo la nube si dirada facendo emergere un turpe diavolaccio con corna coda e tutto il resto.
«Perché siete così sicuro della sconfitta? — La Madonna riesce ad essere gentile anche con il suo eterno oppositore. — Cosa avete visto di tanto turpe?»
Il diavolo sta dritto sulla schiena, ha le zampe caprine divaricate e mantiene un contatto visivo con la Vergine, diretto, intenso:
«Vedete quel patibolo ‘Onna Marì? Tra pochi minuti lì impiccheranno un assassino, un uomo il cui cuore sembra aver abbracciato la malvagità senza alcun rimorso. Nemmeno la vista di vostro figlio gli ha fatto cambiare idea…»
A queste parole il bambino abbandona l’abbraccio protettivo della madre e si dirige verso l’ingresso della Vicaria. Accade una cosa strana mentre il sole sorge tra i tetti dei palazzi ammassati, il bambino diventa un uomo… Gesù emana luce dal suo corpo che acceca la vista del Demonio. Man mano che si allontana in direzione del patibolo assume poi la forma del vecchio condannato a morte.
«Che fai figlio? — La Madonna urla mentre un dolore le strazia il petto. — Me vuò dà ‘stu dulore n’auta vota!»
In un momento di puro amore e compassione, Gesù si offre volontario per prendere il posto dell’ assassino, dando al condannato la possibilità di redimersi. Il diavolo, sconcertato dalla generosità del suo antagonista capisce che non potrà mai comprendere la Grazia disinteressata. La scelta di sacrificio cambia il corso degli eventi. Lucifero sparisce inferocito dentro un fragoroso tuono, Maria corre verso l’ennesima croce di suo figlio.
Titolo nascosto
Il sole ormai è alto e le persone si preparano a celebrare, come ogni anno, il Natale. Un contadino tira la sua carretta carica di merce, arrancando sulla salita, per andare al mercato:
« Giesùcrì fai nu guaio quann nasce e quann muore! — l’uomo si asciuga la fronte con un lurido straccio — Accumminciamm n’ata battaglia…. mannaggia ‘e feste e chi ‘e criaje! ».
La notte precedente è andata in scena una lotta tra il bene e il male, tra l’umana indifferenza e il divino amore che ha salvato la città dall’ ennesima e irreparabile sciagura ma il contadino non lo sa. Non si è accorto di niente e, seppur ne fosse a conoscenza non ci farebbe caso più di tanto: Napoli è una città che sopravvive grazie ai miracoli.

Disegno di Antonio Nacarlo




[…] Che la città di Napoli abbia un rapporto privilegiato con il Natale questo è un dato di fatto. La particolarità del centro storico trasformato in un “parco a tema” dell’artigianato presepiale esercita gran fascino sui turisti, contribuendo ad accreditarla come metà internazionale per i weekend delle festività. Vocianti fiumane di persone che invadono i cardini della città greco-romana con la speranza di ritornare bambini osservando luci e statuine. Lontano dalle resse, nella quiete certosina del Museo di San Martino è possibile ammirare, tra le altre, una sala dedicata alla rappresentazione figurativa della Natività di ben altro spessore. Nelle cucine dell’ex convento una raffinata esposizione permanente ricostruisce, in un percorso cronologico che va dal XIV al XX secolo, l’arte presepiale all’ombra del Vesuvio. Le 14 statue di una Natività, in legno policromo, commissionate da Ferrante I d’Aragona ai fratelli Alemanno, nel 1478 per la chiesa di San Giovanni a Carbonara. Il presepe della chiesa di San Giuseppe dei Falegnami del 1624, gli oltre 800 pezzi della raccolta ottocentesca Cuciniello solo per citarne alcuni. L’opera di maggior pregio (purtroppo sconosciuta ai più) è la cosiddetta “Vergine puerpera” donata, nel primo ventennio del ‘Trecento, al convento napoletano di Santa Chiara dalla regina Sancha de Majorca, moglie di Roberto d’Angiò. Sancha, che non riuscì mai ad essere madre, aveva grande devozione per la Madonna del parto e per le madri napoletane sventurate. Infatti fu lei la fondatrice del primo orfanotrofio d’Europa. Nel Maggio 1343 finanziò personalmente la costruzione di quello che diverrà la Real Casa dell’Annunziata. […]