Pupella Maggio e Antonio Sorrentino

Pupella Maggio e Antonio Sorrentino: un legame tra arte e memoria

Roma, via Nemorense. Dicembre 1999, pomeriggio inoltrato.

Nella penombra della sua casa romana, una minuta anziana siede al tavolo del soggiorno. Il volto di Pupella Maggio è rischiarato dalla luce incerta di una lampada di Giò Ponti. Intorno a lei, i cimeli di una vita vissuta sulle scene: copioni sgualciti, foto in bianco e nero con Eduardo, De Sica, Patroni Griffi, Visconti, John Huston. Avevano tutti lasciato un segno, ma nessuno era rimasto davvero. Le sue scelte – la carriera, l’indipendenza – l’avevano condotta lì, sola, circondata dai ricordi e dai fantasmi del rimpianto.

«Sì, ma ci vuole coraggio», pensava. Forse era una battuta della Madre di Brecht.

Un incontro che cambia tutto: Antonio Sorrentino al Festival di Todi.

Lei non era sempre stata sola. Al Festival di Todi, anni prima, aveva incontrato Antonio Sorrentino. Giovane cantante napoletano, esile, occhi profondi e voce straordinaria. Cantava Bambenella di Viviani, incantando il teatro. Pupella, colpita, lo raggiunse dietro le quinte.

«Bravissimo», disse.

«Pupella, Pupella Maggio!» rispose lui, ammirato.Si parlarono quella sera, nel bar dell’hotel. Antonio si aprì.

«Mi manca l’affetto», disse, «mi hanno lasciato solo quando ho detto di essere un diverso. Ho l’AIDS».

Una casa, un rifugio tra due anime affini.

Pupella lo ascoltò in silenzio. Anche lei conosceva la solitudine, ma quella di Antonio era più dura.

«Vieni a stare da me», gli propose.

«Non posso accettare».

«Non è un’offerta. È ’na necessità».

Antonio Sorrentino si trasferì a Roma. La casa di Pupella Maggio si riempì della sua musica. Cantava spesso al pianoforte. Parlavano di Napoli, del teatro, della vita. Lei raccontava storie di palcoscenico, Eduardo e Visconti. Ma nei giorni peggiori, il dolore lo ammutoliva. Lei gli restava accanto.

Arte, malattia e una fratellanza silenziosa

Un giorno lui le chiese:

«Perché hai scelto di essere sola, Pupè?»

«Non l’ho scelto. Ho scelto l’arte. L’arte non ammette rivali».

Nei tre anni successivi, Antonio ottenne grandi successi. Lavorò con Roberto De Simone, Carla Fracci, e Claudio Mattone. Ma l’AIDS avanzava. Il corpo diventava sempre più fragile.Una mattina, Pupella fu svegliata da una melodia. Antonio cantava Nu pensiero. Lei lo ascoltò in silenzio.

«Canto per te, Pupè. Perché tu mi hai salvato», disse.

Quella sera morì tra le sue braccia.

L’eredità di Pupella Maggio e Antonio Sorrentino

Quando Antonio Sorrentino si spense il 23 novembre 1998, aveva solo 38 anni. Sulla sua tomba si legge:

«Quann’ cantave tu tutt’era overo e vierno addeventava primmavvera».

Pupella Maggio lo seguì pochi mesi dopo, l’8 dicembre 1999. I suoi funerali furono quelli di una regina.

Ora, nella sua casa, Pupella non sentiva più il vuoto. Aprì il vecchio pianoforte e cantò Nu pensiero.«Non è la solitudine che uccide», pensò, «ma l’indifferenza».

Pupella Maggio e Antonio Sorrentino: un legame d’arte, amore e memoria
ritratto di Pupella Maggio di Antonio Nacarlo

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